È la Paraguay Connection, bellezza!


A modesto parere di chi scrive, non sarebbe peregrino cominciare una riflessione sul narcotraffico in Paraguay a partire da un riferimento di tipo storiografico. Non lo sarebbe, perché un certo tipo di approccio verrebbe a mettere in luce le gravi lacune che l’opinione pubblica paraguayana ha sofferto nel corso dei decenni a causa della completa rimozione di uno sguardo di tipo sociale alla storia del proprio Paese a tutto vantaggio di opzioni assai più tradizionali e conservatrici, quali la storia politica e quella militare.


Una lacuna parzialmente colmata dall’ultimo numero (v. 11, n. 21) della rivista elettronica dell'Università Federale del Mato Grosso do Sul (Brasile), Trilhas da História, dal titolo Dossiê: Historia Social do Paraguai. La connessione tra il piano della storiografia e quello dell’attualità appare stabilito, ancorché in forma implicita, nelle pagine dell’introduzione al dossier, laddove si mette in luce l’impegno dello storico paraguaiano Carlos Pastore, negli anni ’40 del XX secolo, per una comprensione delle origini del latifondo e di qui per la spinosa questione della lotta per la terra in Paraguay. Erano i prodromi del rivoluzionario lavoro di Pastore, un unicum nello scenario storiografico dell’epoca, dal titolo La lucha por la tierra en el Paraguay, nell’introduzione alla quale lo stesso autore manifestava la necessità di pubblicare una storia sociale del Paraguay al fine di spostare il baricentro degli studi storici sulla sempre trascurata questione sociale del piccolo Paese sudamericano.


L’assenza di una declinazione sociale della storiografia paraguaiana altro non era che il riflesso di una ulteriore e assai più cospicua assenza riguardante lo spazio fisico delle aree di campagna, non ancora urbanizzate, all’interno del discorso politico. Per fare un esempio, se chiedessimo ad un qualsiasi studioso di milizie paramilitari di Rio de Janeiro, la dinamica per mezzo della quale le milizie hanno guadagnato così tanto potere, la sua risposta sarebbe la medesima di quella che potremmo dare con riferimento ad aree a lungo dimenticate del Paraguay, dal Chaco fino ai vari dipartimenti di frontiera col Brasile: l’abbandono da parte dello Stato e la creazione di surrogati dello stesso, quali, appunto, le milizie nella zona ovest di Rio de Janeiro o i vari Signori della droga, che da decenni si spartiscono, più spesso contendono, il territorio paraguaiano.


Come ha recentemente messo in luce Carlos Aníbal Peris Castiglioni nel suo saggio Desarrollo y perspectivas de la cocaina en Paraguay. Periodo 2016-2020, il piccolo Stato del Cono Sur aveva una consolidata tradizione di produzione di marijuana, preferendo, i narcos, storicamente altre rotte per il più redditizio traffico di cocaina. Una situazione, che mutò lentamente, anche a seguito della perdita di primazia della Colombia sulla mappa delle narcorotte mondiali, la guadagnata centralità del Messico (come più in generale dell’area caraibica) e la necessità di trovare uno sbocco più specificamente sudamericano ai traffici, che, soprattutto dall’Ecuador, dal Perù e dalla Bolivia, si muovevano verso sud, intersecandosi, ovviamente, col Brasile, con l’Argentina e con l’Uruguay.


In uno scenario del genere, la posizione del Paraguay risultava essere del tutto strategica. Vi era, però, anche un’altra ragione, per la quale il Paraguay si dimostrava narcorotta perfetta per le destinazioni dirette verso l’Europa: il suo contesto interno. Nelle parole di Carlos Peris, tale contesto si riassumeva in tre elementi fondamentali: scarsi investimenti, tanto sotto il profilo infrastrutturale che per quanto concerne gli investimenti privati, un controllo del territorio da parte dello Stato, come minimo, precario e abbondanti sospetti di complicità e collusioni tra il mondo politico e i Signori della droga.


Nel frattempo, la produzione andava variando rapidamente, facendosi sempre più dominante quella legata alla cocaina, e aumentando in maniera vertiginosa, registrandosi una vera svolta imprenditoriale a partire dai primi anni del 2000 con l’arrivo, soprattutto alla frontiera tra Ponta Porã (Brasile) e Pedro Juan Caballero (Paraguay), delle due maggiori organizzazioni criminali brasiliane: inizialmente il Comando Vermelho di Rio de Janeiro con Fernandinho Beira-Mar, seguito e in parte spodestato dal Primeiro Comando da Capital di San Paolo, soprattutto a partire dal periodo di Marcola.


Lo stesso Osservatorio sulle Droghe dell’ONU ha registrato nel 2020 questa situazione, mettendo in evidenza come il narcotraffico in Paraguay sia cambiato sotto il profilo qualitativo, passando ad avere una dimensione industriale, volta a volta adattandosi (dislocandosi, scrive Peris) alle nuove realtà che si presentavano. Come messo in luce dallo studioso paraguaiano, oltre che in un mio recente articolo, solo limitandoci al 2021, sono stati molti i reportage dedicati alle modalità di trasporto dei carichi di cocaina per mezzo delle rotte fluviali, secondo la ben nota triangolazione creata, a partire dal Paraguay, con città quali Buenos Aires e Montevideo, cui sono da aggiungere i dettagliati editoriali di Insight Crime sulla perfetta congiuntura creatasi in Sudamerica con riferimento al traffico di cocaina.


Come disse una volta Boston George, al secolo George Jung, narcotrafficante statunitense legato al Cartello di Medellín, la differenza tra una trattativa per un carico di marijuana ed una legata a un carico di cocaina è che la prima si conclude con una stretta di mano, mentre la seconda a colpi di revolver.


Lungi dall’essere una boutade, questa affermazione di Boston George permette di comprendere l’impennata di violenza registratasi nei territori di frontiera tra il Brasile e il Paraguay a partire dai primi anni 2000. Il traffico di cocaina su vasta scala ha comportato una escalation di violenza indiscriminata in larga misura assente nei precedenti decenni, in cui a dominare erano i narcotrafficanti, ovviamente sempre con il beneplacito della politica locale.


In tal senso, non sorprendono le parole del Governatore del Dipartimento dello Amambay, Ronald Acevedo, il quale dichiarò, nel corso di un’intervista rilasciata il 19 ottobre del 2021 al giornale brasiliano O Globo - poco dopo l’uccisione della figlia in una imboscata tesa al narcotrafficante Omar Vicente Álvarez, alias Bebeto - che il rafforzamento del PCC (Primeiro Comando da Capital) sulla frontiera aveva significato una alterazione degli “antichi codici criminali”. “Anticamente - spiegava il Governatore - (i criminali) rispettavano il codice della mafia, secondo il quale non si potevano uccidere donne e bambini. Le esecuzioni, in tal modo, avvenivano soltanto tra loro. Adesso non rispettano più la famiglia e nemmeno le persone innocenti. Ognuno può trasformarsi in un possibile obiettivo dei sicari”. “La Nuova Sinaloa”, concludeva Acevedo, riferendosi a Pedro Juan Caballero.


Sebbene l’intervista al Governatore dello Amambay sia in larga misura condivisibile, non si può non rilevare una certa discrasia, presente nel suo discorso, tra la difesa delle istituzioni che rappresenta - la giusta denuncia delle mancanze espresse, sotto il profilo organizzativo, dallo Stato paraguaiano - e quel riferimento a supposti codici criminali, che le nuove e più violente generazioni del crimine organizzato avrebbero totalmente pervertito. In altre parole, per la massima autorità politica di un territorio, che ha lo stesso tasso di omicidi dello Honduras, il dato preoccupante non è rappresentato da una consolidata presenza criminale nel dipartimento posto la sua amministrazione, bensì dal fatto che una tale presenza criminale abbia raggiunto un’estensione tale da mettere a repentaglio la vita dell’intera cittadinanza. Non mi si fraintenda, non è qui presente nessuna forma di ottusa indignazione da parte di chi scrive, quanto, piuttosto, la volontà di rendere visibili almeno parte dei passaggi, in primo luogo storici, che permettono oggi di parlare di una Paraguay Connection nel cuore dell’America Latina.


Liberale, proveniente da una delle grandi famiglie della politica paraguaiana, Ronald Acevedo è fratello di José Carlos Acevedo, sindaco di Pedro Juan Caballero, e dell’ex-Presidente del Congresso, Robert Acevedo, che, dopo avere sofferto due attentati tra il 2016 e il 2018, è morto nel corso del 2021 a causa del Covid-19. La sua prospettiva, quindi, non è quella di una figura politica emergente, al contrario, esprimendo il punto di vista delle più tradizionali élites del Paraguay, ciò che crea una connessione profonda, di nuovo, con la dimensione storica.


Lo scarto, nella visione di Acevedo e di buona parte della società paraguaiana di oggi, non è tra economia legale e illecita, collocandosi tale scarto al livello dei diversi gradi di una economia illecita. In altre parole, nella misura in cui i traffici illeciti non entrano in collisione con la vita dei cittadini, minacciandola o peggio, tali traffici, sempre inevitabilmente intersecati con l’economia legale, possono essere almeno tollerati. Una sorta di tesi del livello di guardia, potremmo definire la posizione espressa dall’attuale Governatore del Dipartimento dello Amambay, Ronald Acevedo. Il problema, però, è che un tale livello di guardia, pur nell’arco di decenni, finisce sempre per tracimare in situazioni di violenza estrema impossibili da controllare.


Il salto di qualità criminale, tradottosi nel far west odierno sulla frontiera tra Pedro Juan Caballero e Ponta Porã, avrebbe dunque avuto origine a partire dalla definitiva saldatura fra due elementi da sempre fortemente irrelati: il passaggio ad una dimensione multinazionale del narcotraffico, dove non vi è stato più spazio per i vari “Re della Frontiera” - da Fahd Jamil a Jarvis Chimenes Pavão, per citare il primo e l’ultimo in ordine di tempo - ed il netto sopravanzamento dell’assai più violento commercio di cocaina rispetto a quello più tradizionale legato alla marijuana.


I più recenti fatti di cronaca registratisi in Paraguay legati ai cosiddetti sequestri-express (Diario ABC Color, 18 gennaio 2020 e 29 dicembre 2021) fanno pensare che sia in atto una sorta di deriva colombiana in relazione ai gruppi criminali paraguaiani, specialmente fra quelli attivi nei dipartimenti di frontiera col Brasile, tra cui lo Amambay, già feudo del succitato Jervis Pavão. Deriva colombiana, perché - anche nel caso degli uomini legati a Pavão, come avvenne a suo tempo per le officine di sicari create a Medellin e a Bogotá da Pablo Escobar - tali gruppi, venendo meno la struttura di riferimento centrale, si sono riorganizzati in bande locali dedite ad ogni tipo di attività illecita. In questo specifico caso, il centro delle attività della banda sembrerebbe essere il sequestro, da sempre “business” assai lucrativo in Paraguay.


La Paraguay Connection, come spiega Carlos Peris nel suo saggio, non sorge all’improvviso, facendosi lentamente strada all’interno del contrabbando di tabacco e whisky nel corso degli anni ’50 per poi imporsi, tra il 1967 e il 1989, grazie agli insegnamenti e ai contatti internazionali di un personaggio ancora oggi enigmatico come Auguste Ricord, agli interessi delle alte sfere militari, sotto l’occhio vigile e la supervisione del Generale Andrés Rodriguez, e all’approvazione del dittatore Alfredo Stroessner. L’apertura democratica degli anni ’90 portò alla ribalta Pedro Juan Caballero, che i sempre più potenti Drug Lords, a cominciare dal clan di Fahd Jamil, elessero a loro base operativa.


Con gli anni 2000, infine, comincia il periodo della cocaina commercializzata su vastissima scala e l’attuazione di organizzazioni criminali transnazionali (in particolare Comando Vermelho e Primeiro Comando da Capital), la qual cosa viene anche a significare un maggior dislocamento delle operazioni connesse al narcotraffico, in particolare:

1) il subappalto delle piantagioni al confine con il Paraguay; 2) la cooptazione di rotte regionali e 3) l’agevolazione della logistica verso l’internazionalizzazione delle merci.


Il processo di dislocamento delle varie operazioni, ciò che fu un portato della frammentazione territoriale messa in atto dai vari narcos locali nel corso degli anni ’90, ha rappresentato una svolta fondamentale al fine di creare una complessa rete con articolazioni sempre più difficili da decifrare. A partire da questa epoca, “manovalanza, piloti, doganieri, marinai, poliziotti e venditori, vennero a formare gli anelli di una catena, che consentiva alla cocaina di arrivare ovunque”. In base ai dati riportati da Peris, si apprende che nel 2020 dei 150.000 chili di cocaina transitati su suolo paraguaiano appena il 2,6% vi è rimasto, destinato al mercato interno, in particolare: Ciudad del Este, Asunción, Encarnación, Filadelfia, Caaguazú e Salto del Guairá. Il resto, ossia all’incirca il 97,4%, è stato ripartito tra Europa (58,2 %) e Stati Uniti (20,7 %), mentre Medio Oriente, Asia, Australia e Africa si sono attestate al di sotto del 20% (18,5 %).


Anche i dati concernenti il prezzo in dollari per chilogrammo di cocaina in base alla destinazione, mostrano, in maniera inequivocabile, quale florido affare possa essere trasportare cocaina dal Paraguay all’Europa, agli Stati Uniti e più ancora in Australia. Oltre ad un sensibile aumento di prezzi provocato dalla pandemia e dunque dalle maggiori difficoltà logistiche venutesi a creare, nel 2020 un chilo di cocaina, che in Paraguay costava 7.000 dollari, vedeva schizzare il proprio valore fino a 31.200 dollari per raggiungere gli Stati Uniti, 85.000 per sbarcare in un porto europeo, lievitando addirittura a 142.000 dollari per arrivare in Australia. In riferimento a quest’ultima destinazione, appare plausibile pensare che il ruolo ad oggi secondario ricoperto sullo scacchiere del narcotraffico internazionale, sia in massima parte dovuto, più che a una minore domanda interna, a carenze di tipo logistico, quali, per esempio, la mancanza di reti consolidate, che permettano l’invio di più grandi quantitativi.

Reti consolidate, che hanno necessariamente da rispondere a quella che Peris, in maniera del tutto appropriata, definisce “razionalità degli affari”. Questo ha significato:

  1. la riduzione delle distanze di viaggio, optandosi per voli provenienti, non più da Colombia o Perù, bensì dalla Bolivia, che in tal modo passava a diventare il principale fornitore di pasta di coca per la multinazionale dell’oro bianco stanziata in Paraguay;

  2. Le stesse piste di atterraggio, secondo una lettura del narcotraffico, che era stata, tra gli altri, del già citato Auguste Ricord, si sono progressivamente concentrate nel vasto e assai poco controllato territorio del Chaco, variandosi, al tempo stesso, anche i mezzi di trasporto usati: grandi camion, aerei privati e imbarcazioni di medie dimensioni dirette nei porti argentini o in Uruguay in luogo dei limitati mezzi usati dal cosiddetto microtraffico.

Un vero circuito economico, avente come basi specifiche zone del Paraguay, soprattutto i dipartimenti dello Amambay, di Boquerón, Presidente Hayes e Alto Paraguay (Chaco paraguaiano), dell’Alto Paraná, di Concepción e di Canindeyú, ma capace di irradiarsi ai Paesi vicini attraverso un movimento talvolta di scambio reciproco, come è il caso delle sostanze chimiche necessarie a trasformare la pasta di coca in cocaina, che fanno il percorso inverso, venendo dall’Argentina.


Gli stessi attori, cui compete la logistica del movimento della cocaina, rispondono ad una rigida e ben remunerata divisione del lavoro. Sempre seguendo il lavoro di Peris, scopriamo l’articolata struttura fatta di braccianti agricoli, che prepareranno gli aerei, in cui verranno sistemati i carichi, i proprietari terrieri, cui compete la costruzione di piste clandestine, dove quegli stessi aerei atterreranno, principalmente nel Chaco; gli autisti, che trasporteranno l'oro bianco, via strada, nei vari porti brasiliani, da cui imbarcherà per l’Europa, i poliziotti cui passare la “mesata”, affinché non realizzino i controlli necessari, i piloti dei singoli aerei, ancora, i cosiddetti estibadores, che dovranno occultare la preziosa merce all’interno dei container, e le guardie portuali, le cui omissioni nella perquisizione di quegli stessi container risultano essere l’ultimo anello, in ordine di apparizione, della complessa catena, che permette alla coca di essere esportata verso qualsiasi luogo.


I narcosalari, pagati in dollari e già di per sé cospicui, si trasformano in cifre altissime una volta fatto il cambio in guaraníes (Paraguay) o in reais (Brasile). Il nostro bracciante, per esempio, riceverà tra i 500 e i 1000 dollari al mese, mentre un fazendeiro, che ospita una pista, potrà arrivare a guadagnare tra i 10.000 e i 15.000 dollari ad atterraggio. Nel maggio del 2017, per esempio, l’Operazione Pulp Fiction, coordinata dalla Senad (Segreteria Nazionale Antidroga) paraguaiana, scoprì una pista clandestina nel distretto di Bella Vista Norte, vicino alla frontiera col Brasile, dove fu calcolato che un solo aereo, al servizio del Primeiro Comando da Capital, in un mese aveva effettuato circa venti voli, generando un guadagno per l'organizzazione pari a 3.500.000 dollari al mese.


Ancora, l’autista, che trasporterà i carichi di cocaina via terra, si intascherà tra i 500 e gli 800 dollari a viaggio e il poliziotto, addetto al non controllo dei mezzi, tra i 300 e i 400 dollari al giorno. Decisamente più alte, infine, sono le retribuzioni previste per piloti, estibadores, che chiudono gli occhi sui container imbarcati, e rappresentanti dell'autorità di vigilanza portuale, i quali ricevono rispettivamente tra i 1000 e i 2000 dollari a volo, tra i 5000 e i 12000 dollari a viaggio, sino ad arrivare ai 2500/5000 dollari per ogni container fatto salpare.


Cifre, che, indirettamente ma icasticamente, mettono in luce il totale fallimento delle politiche di contrasto al traffico di stupefacenti, che ormai da decenni sembrano essere l’alleato, nemmeno più così segreto, delle varie organizzazioni criminali, che imperversano nel Cono Sul. Il fatto che oggi siamo qui a scrivere sulla Paraguay Connection, rappresenta la migliore riprova di questo fallimento, misto sempre a collusione tra narcotraffico e organismi di pubblica sicurezza, chiamato ‘lotta alla droga’. “Supponendo che un narcotrafficante muova soltanto un chilo di cocaina in un giorno - osserva Peris - questi spenderà, al massimo, una cifra intorno ai 36.200 dollari. Se questo chilo di cocaina verrà piazzato in Europa, sarà valutato all’incirca 85.000 dollari, dando al narcotrafficante un guadagno netto di 48.800 dollari”. Ossia: quasi 50.000 dollari, commerciando appena un chilo di cocaina.


All’inizio, diciamo verso la fine degli anni ’90 e i primissimi anni 2000, gli esponenti del Primeiro Comando da Capital, che prendevano la strada del Paraguay, come scrive Ricard Wagner Rizzi, lo facevano per fuggire dalle autorità brasiliane e nascondersi, al contrario di quel che succede oggi, dove l’opzione Paraguay significa “lavoro” garantito. Di nuovo, il dato criminale si intreccia con quello sociale in una spirale mortifera, che in America Latina sembra una dinamica costante e inalterabile. Chi fugge sono i figli di quel Brasile cui manca ogni prospettiva di inserimento sociale da sempre. I figli delle quebradas di San Paolo o di qualche sua destrutturata città satellite, nel caso del PCC, che sembrano trovare nella vita criminale etica, obiettivi e una famiglia, ossia, quello che da sempre è mancato loro.


In questo senso, il background di figure come Marcola, Fernandinho Beira-Mar, o lo stesso Nem della Rocinha, che da innocuo tecnico frigorista si trasformò in uno dei più temuti e rispettati narcotrafficanti di Rio de Janeiro per pagare le cure mediche alla figlia, la dice lunga sulle più ampie responsabilità sociali di Stati come Brasile e Paraguay, dove il crimine, spesso, non è altro che la coerente conseguenza dell’assenza delle più elementari forme di giustizia sociale.


Una questione sociale, quella legata al narcotraffico in America Latina, che è lontana anni luce dagli scandali paraguaiani riguardanti la cosiddetta narcopolitica, come pure dai milionari guadagni dei vertici delle varie organizzazioni criminali, che in Paraguay hanno posto le basi operative dei propri traffici. Mentre la società civile si fa ogni giorno più rarefatta nei dipartimenti del Paraguay controllati dal narcotraffico, essendo ormai inesistenti le manifestazioni studentesche, sindacali o quelle organizzate da contadini - figure sociali, a vario titolo, “cooptate” nei traffici illeciti - per converso, sempre più profonda appare la penetrazione del narcotraffico all’interno delle istituzioni.


Emblematica, in questo senso, è la storia del narcos brasiliano Minotauro, al secolo Sérgio de Arruda Quintiliano Neto, il quale, dopo essere stato arrestato, nel gennaio del 2019, articolò assieme alla propria compagna, l’avvocata paraguaiana Maria Alciris Cabral Jara, soprannominata Marité, un efficace schema di corruzione a base di penne stilografiche Montblanc del valore di 900 dollari l’una, offerte, in cambio di favori di natura giudiziaria, a due procuratori del Ministero Pubblico paraguaiano, uno dei quali, Hugo Carlos Volpe Mazo, sarebbe diventato in seguito vice-Ministro della Giustizia. Oltre ai puntuali pagamenti elargiti a numerosi esponenti delle forze di sicurezza di Asunción e della Segreteria Nazionale Antidroga (Senad), in teoria il reparto di elite nella lotta al narcotraffico. Come a dire: dove non arrivano le pallottole, può sempre arrivare il denaro o, all’occorrenza, una Montblanc modello Meisterstück ispirata a Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, che il Procuratore Mazo disse, al giornale Última Hora, essere stata dimenticata nel suo ufficio da un avvocato distratto. È la Paraguay Connection, bellezza!



di Francesco Guerra

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