77 candeline per Umberto Bossi. Maroni twitta: «Un’emozione lunga 30 anni, ti sarò sempre grato»

77 candeline per Umberto Bossi. Maroni twitta: «Un’emozione lunga 30 anni, ti sarò sempre grato»



Ricurvo, sotto il peso degli acciacchi fisici residuo della malattia di tredici anni fa, ma resistente e con aria determinata, fedele com’è a quel “mai mula’” imperativo categorico di una vita, Umberto Bossi sere fa usciva dal Senato. Intorno non c’è più il codazzo di un tempo di parlamentari, fotografi, giornalisti. Cosa che peraltro accadeva fino a non tantissimi anni fa. Bossi sembra sempre più rappresentare la solitudine del “Capo”, il nome con il quale ancora lo chiamano ferventi militanti leghisti di una volta. E la solitudine del “Capo” è sempre più determinata dall’associazione del suo nome a quello di Francesco Belsito, ex amministratore del partito, insieme con il quale è stato condannato in primo grado per “truffa ai danni dello Stato”. Ma ridurre Bossi e la sua storia, e con lui la Lega, di cui è padre-fondatore, così come sembra avvenire ormai prevalentemente sui media, al caso o presunto scandalo (non ci sono ancora condanne definitive al processo di Genova) Belsito forse non è giusto, né corretto anche per chi leghista non è mai stato. Oggi Bossi, nativo di Cassago Magnano (Varese), compie 77 anni. Un compleanno amaro sul cui sfondo c’è la tortuosa vicenda dei 49 milioni che la Lega di Matteo Salvini è chiamata a restituire. Ora sembra a rate in una ottantina di anni. Cosa che ha scatenato già forse troppo facili ironie degli avversari politici sui social. E’ davvero complicato e tortuoso entrare nel merito di una storia in cui secondo gli attuali vertici leghisti si tratterebbe di 800.000 euro e non di quella esorbitante cifra che significherebbe la chiusura del partito. Ma, senza entrare nel merito della davvero complicata vicenda giudiziaria, che ha già registrato una sentenza della Cassazione sulla restituzione del denaro prima della conclusione del processo di Genova, ridurre la storia di Bossi e della Lega che fu Lega Nord, piaccia o no, al caso Belsito non solo rischia di essere riduttivo ma forse anche ingiusto nei confronti del leader fondatore. Che del suo essere “popolano”, parola volutamente diversa da “popolare”, ha sempre fatto la sua cifra e la cui vita è apparsa comunque sempre l’esatto contrario di quella del riccone. E la Lega, ormai il partito più antico del parlamento, in automatico impone da sempre ai propri eletti la restituzione fissa di una cifra detratta dallo stipendio. Come ha fatto notare Luca Telese, in un recente articolo per il giornale online “Linkiesta”, forse per la Lega e la Margherita con il caso dell’amministratore Lusi sono stati usati “due pesi e due misure”. Nel caso Lusi la Margherita fu considerata parte lesa. E comunque va considerato come un gesto di lealtà e rispetto nei confronti del padre fondatore della Lega la decisione di Salvini di far eleggere in parlamento di nuovo il vecchio “Capo”, contro il quale la Lega non si è costituita parte civile. Un clima di rispetto, nonostante la vivace e talvolta anche dura dialettica politica tra Bossi e Salvini, che nel Pd, ex Pci-Pds-Ds forse un po’ se lo sognano. Oggi Bossi, il leader che fondò il partito, anzi il movimento dal nulla (la prima sezione di fatto fu la sua vecchia Renault ricolma di manifesti, barattoli di colla e volantini) ha ricevuto tra i primi gli auguri di Roberto Maroni su twitter con l’hastag #persemprenelcuore: «Buon compleanno Umberto, un’emozione lunga 30 anni, ti sarò sempre grato». Con “Bobo”, l’avvocato, di famiglia borghese, “l’Umberto” andava di notte ad attaccare i primi manifesti sui cavalcavia. Una volta nella macchina che Maroni prese in prestito alla madre la colla si rovesciò e fu per “Bobo” un bel problema “giustificarsi” con la genitrice insegnante. Forse la “ramazza” usata da Maroni quando esplose il caso Belsito, contestualmente a uno scontro politico tutto interno alla Lega per la successione, usando il senno di poi alla fine non ha portato benissimo a nessuno. Neppure alla Lega che comunque ora più che mai veleggia nei sondaggi. Buon compleanno, Senatùr.


Di Paola Sacchi

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