A che punto è la notte? Timing della crisi e strada verso impervie ma possibili elezioni anticipate



Il Parlamento è fermo, immobile. Il decreto sblocca cantieri che contiene, al suo interno, il codice degli appalti deve andare in aula, al Senato, a partire da oggi, per poi tornare alla Camera dove va approvato a tamburo battente, mentre il dl Crescita è alla Camera e deve tornare al Senato. Pena la decadenza di entrambi i decreti (il primo scade il 17 giugno, il secondo il 30 giugno).


L’ultimo scontro nel governo: il codice degli appalti

Ieri sera, il governo, in una drammatica riunione notturna, non è riuscito a trovare ‘la quadra’: il premier Conte, di fronte alla ostinata volontà della Lega (presente alla riunione, per Salvini, c’era il viceministro all’Economia, Massimo Garavaglia), che non ha voluto sentire ragioni di fronte alla richiesta di ritirare il suo emendamento che prevede la sospensione del codice degli appalti per ben due anni – ha detto una frase ben più definitiva che nella sua conferenza stampa del pomeriggio di ieri, quella in cui ha paventato le sue dimissioni: “Va bene, allora basta, così andiamo tutti a casa”.

Da giorni si cerca una data per il Consiglio dei ministri e da giorni si parla di un vertice di governo che nessuno ha la forza di convocare. Vertice che, ieri, Luigi Di Maio ha chiesto di organizzare, ma l’agenda di Salvini era piena.

Il leader leghista ha, infatti, ripreso la campagna elettorale con ritmi forsennati in vista dei ballottaggi di domenica: le fino a lunedì, sembra che non farà strappi, ma, al cdm di venerdì, imporrà come conditio sine qua non l’approvazione del dl Sicurezza bis. “Oppure salta tutto”.

La procedura d’infrazione per l’Italia è già pronta

Mercoledì si materializzerà la probabile apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia. La Commissione europea non potrà che seguire la linea dura imposta dai Paesi rigoristi, quelli del Nord Europa, e - al di là di una sempre più probabile manovra correttiva- si avvicina a grandi passi un autunno che dovrà licenziare una legge di Bilancio 2020 davvero imponente, di circa 50 miliardi, tra misure da riconfermare e clausole Iva e accise da non far scattare. C’è abbastanza carne al fuoco per preoccupare il presidente della Repubblica, sempre tirato per la giacca.


La ‘bontà’ della minaccia di dimissioni di Conte…

La bontà della mossa del premier resta un’incognita. L’ultimatum di Conte porta, è vero, un elemento di chiarimento su come si potrà aprire la crisi. Forse non serviranno neppure incidenti parlamentari o uscite unilaterali dalla maggioranza. Potrebbe essere lo stesso Conte a salire al Quirinale per certificare al Presidente che così proprio non si può andare avanti. Uno scenario che aprirebbe diverse altre strade e potrebbe incrociare un altro dei temi forti che girano. A partire dall’ipotesi di un ‘rimpastone’ di governo, un Conte bis, per riequilibrare i rapporti di forza dentro il governo dopo le Europee. Ipotesi tutta da verificare, però, nelle valutazioni del presidente della Repubblica. Mattarella, stavolta, è più che ‘preoccupato’

Resta il punto. Lo spread morde e sente “l’odore del sangue”, i mercati fibrillano. Lo scenario politico è stato terremotato da Conte. Le opposizioni (Pd e FI) chiedono a che "Conte vada in Parlamento o da Mattarella” (Zingaretti) o dicono “il governo cadrà” (Berlusconi). Ci mancava la ‘grana’ del Csm a complicare la giornata.

Conte, che prima di 'parlare alla Nazione' si è consultato con il Capo dello Stato e poi lo ha informato dei contenuti del suo messaggio, ora aspetta di capire se e come Lega e 5stelle gli risponderanno. La preoccupazione di Mattarella è la legge di Bilancio. Il galleggiamento, con tale scadenza, non può durare a lungo, il Colle lo sa bene.

Ma, stavolta, dire che il Colle “è preoccupato” è dire poco. Il termine, se non si trattasse dell’istituzione più alta della Repubblica, dove si usano sempre linguaggi consoni e affettati, sarebbe simile a una di quelle frasi scurrili che 'ama' tanto Salvini. Il livello di guardia, cioè, è raggiunto.


Conte non sale al Colle perché ci era già andato...

Conte, dopo il discorso agli italiani di ieri, non salirà al Colle per riferire, per due, banali ma fondati, motivi. Il primo è che il premier è partito per un viaggio di Stato in Vietnam e tornerà in Italia giovedì prossimo. La seconda ragione è che Conte ha già riferito della situazione politica a Mattarella, lo scorso 31 maggio. E, quel giorno, il premier ha chiesto al Capo dello Stato, seppur in via informale, se ci fosse la possibilità di ottenere un re-incarico, senza passare per la crisi. Ma il Colle ha, con il consueto garbo, spiegato al premier che l’ipotesi non è in campo. La maggioranza parlamentare non è mai andata ‘sotto’, finora, nelle Camere, a meno che "l’incidente” parlamentare non si materializzi in questi giorni al Senato.

Quindi, o il governo Conte cade per ragioni squisitamente politiche (e uno dei due alleati di governo se ne deve assumere la responsabilità, davanti a tutti gli italiani) – sono i ragionamenti del Colle - oppure non ha senso cercare espedienti tecnici e forzature irrituali. Compresi governi tecnici‘ alla Cottarelli’. Un governo tecnico o del Presidente morirebbe prima di nascere. Quindi, o va avanti Conte, magari dopo un rimpasto, o si va al voto.

Messaggio del Colle a Lega e M5S: “cosa volete fare?”

Il messaggio che il Quirinale ha fatto recapitare ai due ‘duellanti’, Salvini e Di Maio, è stato chiaro: “Al massimo entro un mese mi dovete dire che cosa volete fare”. Il Colle,i n realtà, si sarebbe rassegnato’: piuttosto che andare avanti in questo modo, con continui stop and go, meglio imboccare la strada in teoria più ardua e, insieme, più impervia, le urne anticipate. Ma il timing elettorale è fissato per legge e non si scappa: tra 45 e 70 giorni è il termine previsto dalla legge elettorale che va dalla data dello scioglimento delle Camere al giorno delle elezioni e, 30 giorni dal voto, devono essere presentate le liste.


Il termine invalicabile è l’approvazione della manovra

Mattarella, ove la situazione dovesse davvero precipitare, porrà ai due leader di Lega e M5S un termine invalicabile, per acconsentire a sciogliere le Camere:l a presentazione e la realizzazione della manovra economica. Un altro timing già scritto, peraltro: il 30 settembre va presentata, alle Camere, la Nota di variazione al Def (la cui prima presentazione, formale, va fatta entro il 30 giugno), la Legge di Stabilità va mandata a Bruxelles entro e non oltre il 15 ottobre, per verificare se è in linea con i parametri europei, e approvata, in Parlamento, entro il 31 dicembre, pena l’entrata nell’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, massima iattura per chi, come il Capo dello Stato, ha a cuore la stabilità del Paese.

Il timing di un possibile voto anticipato a settembre

Ne consegue che la data dell’eventuale voto anticipato non può essere procrastinata oltre la metà di settembre. Urne aperte, dunque, il 15 o il 22 settembre, già il 29 settembre (che, peraltro, coincide con una festività ebraica) è troppo tardi. Infatti, pochi riflettono sul fatto che, dalla data del voto, passano circa 20 giorni (come minimo) per l’insediamento delle nuove Camere, le quali devono poi, come prima cosa, eleggere presidenti e vicepresidenti, per poter funzionare, oltre che far iscrivere gli onorevoli ai gruppi parlamentari, eleggere i loro capigruppo e via così. Insediarsi, insomma.

A quel punto, con le Camere non solo elette, ma ‘formate’, possono iniziare le consultazioni di rito per formare un nuovo governo. Un tempo che può essere rarefatto – specie in caso di netta vittoria, nelle urne, di una parte politica (mettiamo, tanto per dirne una, il centrodestra…) – ma che non può essere compresso a meno di una settimana/dieci giorni. Ergo, a un governo ‘nuovo’ e realmente funzionante, il che presuppone che abbia compiuto il suo giuramento e il suo insediamento, serve un lasso di tempo che non può essere compresso oltre i 20/30 giorni (un mese) dall’insediamento delle Camere. E’ evidente, dunque, che votare oltre le colonne d’Ercole del 29 settembre, vorrebbe dire ‘non fare in tempo’ a scrivere e presentare e far approvare, dalle Camere, la legge di Stabilità. Morale, le Camere vanno sciolte, al massimo, entro metà luglio e non è possibile andare al voto oltre metà settembre. Tempi strettissimi che impediscono ogni ‘scellerata’ ipotesi, che pure circola, di poter andare al voto a fine luglio (impossibile anche per i tempi tecnici).


L’altro occhio fisso del Colle è sui conti pubblici

Naturalmente, oltre all’occhio sui rapporti tra Lega e M5S, e su come risponderanno al diktat di Conte, il Colle ha l’altro occhio fisso ben sulla situazione economica. I mercati, lo spread, certo, ma anche ciò che dirà mercoledì la Commissione di Bruxelles, che dovrebbe avanzare una nuova richiesta di correzione dei conti pubblici, pena l’apertura di unaprocedura per eccesso di debito.

La richiesta di una manovra bis per corregge i conti potrebbe arrivare proprio dal Quirinale. Mattarella ha richiamato più volte il principio sancito dall’articolo 97 della Costituzione, ricordando che “avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale”. Infatti, la tenuta dei conti pubblici e, di conseguenza, i risparmi degli italiani come la tutela del risparmio sono materia costituzionale di cui Mattarella è guardiano e sa bene che nulla è peggio dell’immobilismo.

Certo, un’eventuale manovra correttiva rischia di rappresentare un ostacolo non da poco, sulla via del voto anticipato, ma delle due l’una: o i due ‘alleati’ corrono subito alle urne o fanno la manovra bis. Stavolta, per il Quirinale, davvero tertium non datur: “che si decidano”.


di Ettore Maria Colombo

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