Abruzzo, vince il centrodestra, crolla l’M5S, il centrosinistra è vivo ma solo il modello Legnini

Abruzzo, vince il centrodestra, crolla l’M5S, il centrosinistra è vivo ma solo il modello Legnini



Tonfo dell’M5S, netta affermazione del centrodestra, che incassa un’altra regione (quattro in meno di un anno, dopo il Molise, il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Trento), ‘finto’ recupero del centrosinistra che resta a galla solo grazie all’ottimo risultato del candidato presidente, Legnini, che si piazza secondo, dopo il vincitore, e neo-governatore, Marco Marsilio, ma con la liste di Pd ridotta ai minimi. Questo, in estrema sintesi, il risultato delle elezioni regionali in Abruzzo che si sono tenute ieri, 10 febbraio. Ma vediamo, più nel dettaglio, come è andato il voto e che indicazioni offre a livello nazionale, pur tenendo presente che sempre di un’elezione regionale, appunto, si tratta.

Il neo-governatore, Marco Marsilio (FdI, primo governatore di regione che il partito della Meloni può ascrivere a sé), prende il 48.0% (299.949) grazie a un vero exploit della Lega di Salvini (27,5%,165.008 voti e dieci seggi in consiglio regionale), una flessione, pesante, di FI (9,0%, 54.223 voti, appena tre seggi), un’ottima affermazione di FdI (6,5%, 38.894 voti e due seggi), più altre liste minori, tra le quali spicca quella neo-centrista (Udc-Dc-Idea) che raccoglie il 2,9% (17.308 voti assoluti e 1 seggio), mentre un seggio va alla lista locale di Azione Politica (3,2%).


Il candidato del centrosinistra, Giovanni Legnini, ottiene il secondo posto, con il 31,3% (195.394 voti assoluti), ma è un risultato quasi esclusivamente personale. Infatti, il Pd crolla a un misero 11,1% (66.769 voti e solo tre seggi), mentre vanno molto bene le liste locali che appoggiavano Legnini: la lista Legnini presidente prende 33.277 voti (5,6% e un seggio), Abruzzo in comune 23.168 voti (3,9%, un seggio), Abruzzo insieme 16.055 voti (2,7%, zero seggi). Malino anche le liste ‘politiche’ collegate a Legnini: LeU (2,8%, 16.614 voti, zero seggi), Centro democratico (2,4%, 14.198 voti, zero seggi) e Centristi per l’Europa (1,3%, 7.938 voti, zero seggi), Avanti Abruzzo-Idv (0,9%, 0 seggi). Ma il tonfo vero lo registra l’M5S: la candidata presidente, Sara Marcozzi, si ferma al 20,2% (126.165 voti assoluti), peggio fa la lista pentastellata, inchiodata sotto il 20% (19,7%, 118.287 voti, anche se in Consiglio conta 7 seggi). Solo lo 0,5% per Stefano Flajani, candidato di Casa Pound. Politicamente, e sempre detto in estrema sintesi: Salvini raddoppia i suoi voti, Di Maio li dimezza, Giovanni Legnini risuscita il centrosinistra (nascondendo il crollo del Pd). L'Abruzzo, quindi, dopo il primo anno di governo gialloverde, diventa ‘sovranista’. Un dato storico per una regione che è sempre stata un bacino di voti ‘bianchi’, feudo dei democristiani Remo Gaspari e Natali, conservatrice nello spirito e poco avvezza alle avventure. E dove, anche nella seconda Repubblica, le elezioni si sono sempre vinte ‘al centro’, grazie al consenso dei moderati.

Il dato, a livello nazionale indica, dopo mesi di sondaggi, un clamoroso ribaltamento dei rapporti di forza rispetto alle Politiche del 4 marzo 2018. La Lega, appunto, raddoppia i suoi voti, passando dal 13,8% di un anno fa al 27,3%. I Cinque Stelle li dimezzano, crollando dal 40 (oltre il doppio della Lega un anno fa) al 20%. Salvini mette in risalto la dimostrazione di forza del suo partito nelle urne, ma non passa subito all'incasso: non chiede un rimpasto, né ministri, anzi: rassicura l’alleato di governo, i 5 Stelle, dicendo che non ha nulla da temere, non cambia nulla.


Marco Marsilio e Giorgia Meloni

Ma la notizia è, appunto, la crisi dei Cinque Stelle che perdono le elezioni dopo una campagna gestita in prima persona dai loro leader nazionali, che proprio dall'Abruzzo hanno impresso una torsione ‘di lotta’ all’azione politica del Movimento su Tav, Diciotti, Macron, gilet gialli, etc. Sconfitta ancora più significativa, quella dei 5Stelle, perché arriva dopo il varo della “madre di tutte le misure” fatta apposta per il Sud, il reddito di cittadinanza, e poco importa che l’Abruzzo sta, di fatto, nel Centro Italia: sempre una regione del Sud, per debolezza dell’economia interna, resta. Certo, storicamente il Movimento è sempre stato più debole alle amministrative rispetto alle politiche ed ha già dimostrato di non essere ‘concorrenziale’ in Molise e Friuli, dove già non è stato percepito come forza di governo (locale) credibile. Ma se, proprio in Abruzzo, nel 2014, nello stesso giorno l’M5s prese il 29% alle Europee e il 21% alle regionali (sempre con Sara Marcozzi candidata), questo è il primo test che arriva con l’M5S al governo. Peraltro, non solo la Marcozzi non migliora quel risultato di 5 anni fa, ma lo peggiora. E paga la scelta di ‘politicizzare’ il voto in Abruzzo, come se fosse un test nazionale, proprio da parte di Di Maio, sceso in campo in prima persona. La più grande svolta a destra nelle amministrative degli ultimi anni, con la conquista della maggioranza assoluta, è trainata dai partiti ‘sovranisti’. La Lega vola al 27%, Giorgia Meloni, altra vincitrice della competizione al 6,5%. Assieme fanno quasi il 33,5%) e rappresentano una vocazione maggioritaria che segna, di fatto, la nascita di un nuovo centrodestra. Anzi di una ‘nuova destra’ che archivia definitivamente la vecchia coalizione, egemonizzata da FI. Quattro anni fa, la Lega in Abruzzo neanche si presentò. Alle scorse politiche l’intero centrodestra prese il 35%, con Forza Italia che, con il 15%, era comunque il primo partito. Adesso il partito di Berlusconi scende sotto il 10%, ennesima tappa di una graduale estinzione. E questo è il secondo dato del voto.


L’Abruzzo - e probabilmente lo dirà anche la Sardegna il 24 febbraio e la Basilicata tra un mese - certifica che questo Parlamento non è più specchio del Paese, nel senso che non fotografa più i reali rapporti di forza dell’elettorato, ma anche che non c’è nessun automatismo tra ciò e il precipitare della crisi di governo. Lo sarebbe se Salvini avesse la certezza che l’apertura della crisi portasse ad elezioni anticipate, ma questa certezza non c’è. Piuttosto, il test rappresenta il preludio del 26 maggio, giorno in cui il leader della Lega prosciugherà, questo è l'obiettivo, gli ‘alleati’ del centrodestra che fu e gli ‘alleati’ del governo di oggi. La vittoria di Salvini e della Meloni è una vittoria che ‘prescinde’ Berlusconi, lo archivia e si realizza anche grazie al ‘superamento’ del centrodestra che è stato, come ha rivelato la freddezza della foto di Pescara. Infine, per la prima volta dal 4 marzo, torna il centrosinistra. Legnini lo resuscita, superando il 30% dei consensi. Un risultato impensabile fino a pochi mesi fa. Ma resuscita il centro-sinistra, non il Pd. Un anno fa il Pd era al 14% e il centrosinistra nel suo complesso al 17%. È la (semi) vittoria, perciò, di un nuovo modello Abruzzo che rappresenta, però, una indicazione a livello nazionale. Quello di Legnini è un esperimento che archivia l’autosufficienza di questi anni, la vocazione minoritaria, con una coalizione, per la prima volta, non più Pd-centrica. Anzi che ‘nasconde’ il Pd, nell'ambito di una più larga alleanza di liste di ispirazione civica e di ‘amministratori’. Il buon governo, la capacità di ascolto, la fine dell’arroganza: c’è, nell’operazione condotta da Legnini, forse la prima presa d’atto di quel che è successo e il primo recupero di un principio di realtà. È una indicazione che vale anche in vista del congresso del Pd e delle primarie. Ancora non una alternativa compiuta, ma un segnale di vita.


di Ettore Maria Colombo

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