Affittasi identità, l'ultima trovata della criminalità cinese in Italia

Affittasi identità, l'ultima trovata della criminalità cinese in Italia



Identità in affitto. Fanno così i cinesi (uomini e donne) che tentano di passare inosservati alle forze dell’ordine. Si prende in prestito nome e cognome scritti sul permesso di soggiorno di un connazionale rientrato in patria prima della scadenza del documento. Si toglie la sua foto, al suo posto si mette quella dell’altro (o altra) cinese, sperando di sfruttare la somiglianza dei tratti orientali di entrambi. E voilà, la magia è fatta. Per il disturbo, ogni mese al vero titolare viene pagata una cifra (qualche centinaia di euro) regolarmente spedita in Cina. Tutto questo finché il gioco dura e non viene smascherato il raggiro.


LA PENTITA CON GLI OCCHI A MANDORLA

Il trucco è stato scoperto nel marzo 2018 nell’operazione “Veneralia” sui bordelli cinesi eseguita dei carabinieri della Compagnia di Udine e coordinata dal capitano Stefano Bortone. Il particolare è rimasto sopito ma è fondamentale e vale doppio se si pensa che a rivelarlo è stata una pentita cinese. Lei è la seconda. La prima “collaboratrice di giustizia” (e per altri reati) dei cinesi in Italia è stata Chen Pan Feng, 30 anni. Nel giugno del ’98, in un appartamento tra Empoli e Firenze fu trovata sul letto coperta da un piumino: nuda, legata e strangolata, ammazzata dalla mafia cinese per il mancato pagamento del riscatto per l'arrivo in Italia.


I SOLDI VIA SMARTPHONE

Dopo il “furto” dei documenti dei defunti, l’affitto dell’identità di cinesi vivi e vegeti è l’ultima trovata. È scritto nell’ordinanza del Gip Tribunale di Udine: “A volte utilizzano (in questo caso, le orientali dei centri massaggi di Udine, ndr) un prestanome cinese di cui affittano l'identità (dopo essersi accertate che lo stesso, munito di permesso di soggiorno in corso di validità, abbia fatto rientro in Cina). Il corrispettivo per "l'affitto" di identità viene poi bonificato al titolare nel Paese asiatico, mediante applicazioni telefoniche”.

L’APP CHE PIACE AL DRAGONE ROSSO

C’è una trafficata autostrada digitale dove scorre un fiume di denaro che sfocia in Cina. Si chiama WeChat, applicazione per smartphone e computer che fa impazzire i cinesi e va forte anche nel resto del mondo. Per farsi un’idea, nel Paese mandarino il mini-software è utilizzato da circa un miliardo di orientali. Dal 2013 è stata creata anche la banca virtuale WeChat Pay (come PayPal) e i criminali cinesi hanno fatto festa. Spostare soldi dagli altri cantoni del globo alla Cina è sempre più facile.


TRIADI, DENARO E CAMORRA

Sembra semplice pure far sparire il denaro facendo perdere le sue tracce dalla penisola italiana fino al gigante asiatico. Mafia cinese e soprattutto camorra hanno trovato un sistema redditizio. Fonti qualificate hanno rivelato a Spraynews come funziona il gioco di prestigio: prestanome italiani al servizio di cinesi aprono un conto in banca, accendono una linea di credito e quando il finanziamento viene ottenuto ecco che entrano in scena i boss campani: trattengono il dieci per cento della somma e versano il restante 90% alle Triadi in madrepatria. Il che vuol dire, addio al denaro. Ogni tentativo di cercarlo si ferma davanti alla Grande Muraglia. Per gli investigatori è difficile accedere agli istituti finanziari. Sotto il profilo economico l’intesa c’è, ma per le questioni investigative e giudiziarie la collaborazione tra i due Stati è ancora alle prime battute. Invece sta aumentando la complicità tra criminalità organizzata e triadi cinesi. Lo scrive pure la Direzione investigativa antimafia nell’ultimo rapporto del giugno 2018: “I gruppi cinesi si distinguono per la spiccata capacità imprenditoriale che si realizza anche attraverso la costituzione di società fittizie utilizzate sia per frodare il fisco che per trasferire capitali in Cina”.


di Fabio Di Chio

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