Assalto al portavalori a Roma, quattro misure cautelari e spunta l'ombra della camorra

Assalto al portavalori a Roma, quattro misure cautelari e spunta l'ombra della camorra



Spunta l’ombra della camorra dietro l’assalto a un portavalori della Sipro, a Roma. Un colpo da un milione e 800 mila euro senza che i banditi abbiano esploso un colpo, pur essendo armati di semiautomatiche, fucili da guerra e una bomba a mano, più le tre pistole sottratte alle guardie giurate immobilizzate. Il fatto è accaduto il primo giugno dell’anno scorso, in via Aurelia 1287, zona Massimina-Casal Lumbroso, davanti al supermercato Doc, a Roma. Oggi i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare richiesta dal pm Pinto e firmata dal gip del Tribunale, Bernadette Nicotra. Quattro le persone coinvolte. Due agli arresti in carcere e altrettante con l’obbligo di firma in caserma. I primi soggetti sono il presunto basista: l’autista del portavalori, 42 anni, che avrebbe fornito ai quattro rapinatori le informazioni necessarie per compiere l’assalto senza problemi. Un altro, suo vicino di casa, sarebbe stato impiegato per nascondere il denaro. In tutto circa 300 mila euro trovati nell'intercapedine della vasca, nel controsoffitto, sotto la macchina del gas e nel freezer. Gli ultimi – marito e moglie – sono i ritenuti i complici che avrebbero aiutato il “riciclatore” a occultare i soldi. Le indagini continuano per dare la caccia agli altri aggressori.


IL PRESUNTO BASISTA: LA CAMORRA ME LI FA AMMAZZARE

La camorra entra in questa storia durante le indagini dei militari. La cita il basista intercettato mentre parla con la compagna: “Hai capito, c'ho quella gente dietro...

Se mi manca qualcosa oppure se scompare qualcosa di soldi la camorra da Napoli me li fa ammazzare… Io sono coperto da loro... io a Napoli con il boss... loro mi hanno cresciuto a me...”. Secondo gli investigatori, l’affermazione dice poco e male per coinvolgere seriamente la criminalità organizzata in questa faccenda. Ma è una pista che da sola imbocca una direzione precisa e che non può essere tralasciata: rimanda al contesto di probabili “amicizie pericolose” che l’indagato ha detto di avere.


UNO DEI RAPINATORI: SCUSA COLLE'

L’altro indizio che emerge dalle indagini confluite nelle oltre 70 pagine di ordinanza riguarda una frase pronunciata da uno dei rapinatori mentre passava i soldi dal portavalori loro furgone con targa straniera usato per la fuga: “Scusa colle’”. L’espressione gli è scappata quando non volendo ha colpito una guardia giurata al volto con una cassetta del bancomat. Stavolta la frase direbbe qualcosa in più del riferimento alla camorra. Il dettaglio potrebbe avere un altro significato e portare gli investigatori a cercare gli esecutori del blitz oltre regione. Il vigilante accusato di essere il basista (licenziato dalla Sipro) è originario di Napoli. E con accento campano e pugliese una delle vittime del blindato ha detto interrogato che ha sentito parlare i malviventi del commando. Un motivo per comprendere tra le ipotesi quella che gli altri componenti della banda siano vigilanti.


DAI SOSPETTI AI PRIMI TIMORI

L’ultimo scenario dell’inchiesta riguarda gli arrestati e il modo in cui gli investigatori sono arrivati ai quattro indagati. Dal primo memento l’autista immaginava di essere tra i sospettati. Dalle carte risulta come all’inizio volesse agire con calma e prudenza. Intercettato a parlare con la sua convivente: “Nooo mi dispiace. Però al telefono la dobbiamo smettere… lascia perdere il telefono”. Poi, a ottobre dello stesso anno alcuni colleghi dell’autista gli dicono che hanno sentito al telegiornale parlare di una rapina a un portavalori e di alcuni arresti. Lui simula un atteggiamento sereno: “Va be’, ma adesso le indagini non c'entrano niente con noi". Però col passare dei giorni sensazioni e parole cambiano. Sempre al telefono con la sua compagna: “Vedo

un'altra volta questa Smart bianca dietro – racconta il presunto basista - hai capito? Mi sono venuti dietro fino al centro... due volte li ho seminati... la prima volta ho fatto finta di sbagliare strada". E infine lo sfogo, di nuovo con la sua donna: “Questo è quello che mi sta tenendo i soldi, ok?, va bene?".


I DUBBI DEI COLLEGHI

Sin dal principio i militari hanno sospettato del conducente Sipro. Lo hanno visto nervoso. Alcune sue dichiarazioni sono sembrate contraddirsi. Per esempio, l’indagato ha riferito di aver visto dallo specchietto del portavalori i suoi colleghi accucciati sotto la minaccia delle armi. Invece, il particolare è stato smentito dai vigilantes i quali hanno verbalizzato che sono stati fatti salire sul furgone dei malviventi e sono rimasti lì dentro sino alla fine della rapina. Ancora, i dubbi dei colleghi intercettati in ambientale: “Lui corre con il furgone – hanno detto - però venerdì (giorno della rapina, ndr) che doveva correre non ha corso… non ha fatto proprio niente… mi sembra una cosa un po’ strano, ti fa pensare a male, capito?!". Inoltre, ci sono le prime contestazioni evidenti anche per la Sipro: il conducente non ha ripreso la marcia, non ha premuto il tasto di allarme, non ha attivato il sistema “schiumablock” che rende impossibile aprire la cassaforte e la riempie di sostanza bloccante, e non ha aperto il proprio sportello che avrebbe allertato la centrale dell’istituto di vigilanza. E in ultimo, la prova considerata regina da investigatori e inquirenti: l’autista era l’unico a sapere che la speciale chiave per aprire il forziere coi soldi non era addosso al capo-macchina sceso in strada ma era rimasta a bordo del blindato e usata dal rapinatore che sapeva dove trovarla e come usarla. Una rapina sembrata a orologeria, tant’è che il commando si trovava sul posto qualche minuto prima dell’arrivo del portavalori. Se lo domandano pure i colleghi alla Sipro: il furgone dei rapinatori era arrivato prima di noi, 4/5 minuti prima. Come ha fatto quello ad arrivare quattro minuti prima, dimmelo?”.


di Fabio Di Chio

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