Basilicata al centrodestra, e se Salvini favorisse un'alleanza Pd-M5S per l'egemonia della Lega?

Basilicata al centrodestra, e se Salvini favorisse un'alleanza Pd-M5S per l'egemonia della Lega?


Matteo Salvini e Vito Bardi

Due debolezze non fanno una forza, ma una debolezza ancora più grande. E all’indomani del voto della Basilicata che vede quella regione, governata per 24 anni dal centrosinistra, cambiare cavallo e salire su quello dell’ex generale della Guardia di Finanza Vito Bardi, candidato del centrodestra, non è escluso che nella testa di Salvini cominci a ronzare un pensiero stupendo. O anche orrendo, dipende dalla prospettiva da cui si guarda. Fare il sensale di un matrimonio M5S-Pd. Le due debolezze appunto.


Per non farsi trovare dove l’avversario si aspetterebbe di attaccarlo, con una operazione spericolata e ardita Salvini sta, forse, pensando di sfruttare lo sbandamento del M5S per condurlo, lì dove non immaginerebbe proprio di trovarsi. Accanto a quel Pd su cui ha vomitato in questi anni insulti a non finire. Insomma una mossa del cavallo per interposto partito. Per dirla diversamente (pescando dalla commedia americana), il ministro dell’Interno mira a far risvegliare il tramortito movimento nel letto del tramortito Pd. I due si guarderanno sfatti e stupefatti tra le lenzuola sudate ed una selva di fotografi sarà pronta ad immortale lo scandaloso rapporto. L’operazione per ottenere il massimo risultato dovrebbe essere pianificata a cavallo delle europee. Fantapolitica? Forse, ma anche no.

Si dirà, e già ma gli altri sono così fessi da far fare a Salvini quel che vuole. Fessi no, però privi (ancora almeno) di una traiettoria precisa. Il Pd di Zingaretti ad esempio – lo scrive oggi benissimo Paolo Mieli sul Corriere della Sera – è privo di un’idea forte. Talmente privo che rispolvera lo ius soli . Battaglia sacrosanta, ci mancherebbe, colpevolmente lasciata cadere quando il Pd, governava, ma siamo sicuri che sia tale da riportare nel recinto gli elettori progressisti e di sinistra, i ceti operai che se ne sono andati? Probabilmente no, probabilmente avrebbe molta più presa la solenne promessa di una battaglia per portare a 65 anni l’età pensionabile o la riduzione per legge dell’orario di lavoro. O ancora i libri gratuiti per gli studenti fino alle superiori. O ancora, una politica per contenere gli affitti che si mangiano gli stipendi degli italiani. Solo che per mettersi su questa strada occorrerebbe cambiare paradigma e diventare davvero quella forza socialdemocratica che a parole si dice di volere costruire.


Almeno a leggere le reazioni al voto lucano, Pd e Cinque stelle non paiono intenzionati a ribaltare quella minorità numerica (e non solo) in cui sono avviluppati. La consolatoria risposta del movimento che fu di Beppe Grillo è che, seppure per un soffio, continuano a essere la prima forza politica della Regione. Che è esattamente il contrario di quel che ci si aspetterebbe di sentir dire da un partito che è arrivato a palazzo Chigi con la promessa di cambiare tutto ed invece ha solo cambiato se stesso. Peggio mi sento il Pd. Gioire del fatto che dopo un ventennio si è persa la Basilicata, come pure ha fatto Marina Sereni, coordinatrice enti locali del Pd, è tafazzismo allo stato puro. Sentite cosa dice la nostra: «Se le proiezioni verranno confermate, il voto in Basilicata ribadisce, con il crollo del M5s, il riproporsi di un nuovo bipolarismo, con un centrodestra guidato dalla Lega di Salvini ed un centrosinistra che conferma la sua netta ripresa rispetto alle elezioni politiche dello scorso anno». Peccato che il bipolarismo di cui la Sereni parla sia solo nel libro dei sogni e che quello che invece ci consegnano le elezioni regionali è un tripolarismo. Anomalo quanto vogliamo ma pur sempre tripolarismo: centrodestra, M5S, Pd. Il M5S ancora esiste, ammaccatissimo e inquinato dall’esercizio del potere, ma ancora esiste, non si può togliere dalla scacchiera solo perché così ci piacerebbe.


Salvini finora ha lucrato cinicamente sul suo accesso ai due forni, l’alleanza penta leghista e il centrodestra classico. Sul fronte penta stellato, una volta che avrà portato a casa l’autonomia che il Nord reclama e la flax tax, non ci sarà più niente da prendere. Anzi, alla lunga l’insolita alleanza potrebbe rivelarsi dannosa per lui come si è rivelata nefasta per Di Maio. Tornare sic et simplicieter nel centrodestra non se ne parla. Ecco allora il diabolico piano. Favorire l’alleanza M5S-Pd che rimescolerebbe tutte le carte, polarizzerebbe il voto del centrodestra ancor più sulla Lega e, soprattutto sancirebbe la natura completamente nuova della coalizione. Cui si potrebbe pure cambiare nome. Un’altra roba dunque che non richiami più alla mente il ruolo centrale avuto da Berlusconi nell’aggregare i moderati e la destra italiani. Nascerebbe allora e solo allora quel bipolarismo che con le lenti sfocate del desiderio il Pd vede oggi. E che rischia di mandarlo a sbattere quando ha appena ingranato la marcia di una risalita che sarà lunga. Molto più lunga e molto più complicata di quanto Zingaretti possa pensare.


di Giampiero Cazzato

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