Caravaggio di Cosa Nostra, parla Franco Di Carlo
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Caravaggio di Cosa Nostra, parla Franco Di Carlo


Il mistero sul “Caravaggio di Cosa Nostra” continua. Sparito dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo la notte del 17 ottobre del 1969, al centro di racconti e rivelazioni dei pentiti tra verità e mito, oggi è di nuovo tirato in ballo dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo.


Doverosa, prima dell’introduzione al racconto, una basilare panoramica sul “maxi-pentito” Di Carlo, considerato nel 1996 il “nuovo Tommaso Buscetta”. Fu espulso da Cosa Nostra nel 1982 per un conflitto riguardante un carico di hashish perso e di eroina non pagato alla cosca di riferimento, al tempo quella degli Altofonte. Testimoniò a proposito dell’uccisione del giornalista Mauro De Mauro è considerato da altri pentiti esecutore materiale dell’omicidio di Roberto Calvi, banchiere di Banco Ambrosiano.


L’opera, trafugata in una notte di pioggia grazie ad una batteria di ladri che avrebbero prima fatto transitare la refurtiva in Svizzera per poi ricondurla in Sicilia, sarebbe stata frammentata in 6/8 pezzi per poi esser ricomposta a casa di un boss palermitano.


La procura di Palermo, per facilitare la ricostruzione degli eventi, riparte dall’interrogatorio di Guido De Santis, uno dei presunti ladri del 17 ottobre. In secondo luogo il pentito Gaetano Grado, che avrebbe affidato l’opera appena strappata all’altare in mano a Stefano Bontade che la girò a sua volta ad uno dei capi Tano Badalamenti, a sua volta in contatto con un ricettatore svizzero venuto in Sicilia per acquistarla. La procedura di suddivisione in 6/8 pezzi era un “must” per i ricettatori di grandi opere d’arte, che usavano ingolosire vari collezionisti mostrando loro un pezzo alla volta riferito al capolavoro che di lì a poco avrebbero potuto acquistare.


Giovanni Brusca additò addirittura la tela come parziale contropartita all’interno della trattativa stato-mafia, con la Natività in cambio di alleggerimento del 41bis. Le piste seguite sono state varie e di diverse fattezze. Il quadro sarebbe stato portato a Ponte Ammiraglio ed affidato al boss Pietro Vernengo, per poi finire nelle mani di Rosario Riccobono, a capo della famiglia di Resuttana, per virare poi da Gerlando Alberti, “u’paccarè”, che lo avrebbe sepolto dentro una cassa in un terreno di sua proprietà.

Si apprese poi che Alberti, in seguito ad altre indagini sul possibile luogo di sepoltura, avrebbe tentato almeno tre volte di effettuare la vendita del capolavoro. Altri collaboratori riveleranno che i carabinieri andarono ben due volte vicini al ritrovamento dell’opera tra il 1969, data di trasporto della tela a Milano, il 1974 a Torino ed il 1979, poco prima dell’omicidio di Boris Giuliano, quando a trattare l’affare fu un agente dell’Fbi.


Di qui entrano in gioco personaggi che si pongono al confine tra la realtà e la leggenda, come Tom Tripodi, l’agente Fbi che prima prese in custodia Joe Valachi, primo pentito di Cosa Nostra negli Stati Uniti, poi cacciò in Bolivia nientemeno che Che Guevara: anche lui arrivò ad un passo dal quadro. Stessa sorte per l’allora comandante del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico Roberto Conforti, scomparso lo scorso anno, che coordinò con tutte le sue forze le lunghe e difficili ricerche. Ora, per Marzia Sabella e Roberto Tartaglia, assieme con tutta la Procura di Palermo, l’arduo compito non sarà tanto riaprire l’inchiesta infarcendo le indagini di rivelazioni provenienti dalla bocca di Franco Di Carlo, bensì riuscire a fare ordine, risalendo per esempio all’enorme zona d’ombra del racconto, riconducibile secondo lo stesso Di Carlo alla guerra di mafia degli anni ottanta, nella quale le tracce dell’opera, tra rivendicazioni e stragi, potrebbero aver preso chissà quale via. Alessandro Sticozzi

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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