Caso Cucchi, la relazione che scagiona i Carabinieri

Caso Cucchi, la relazione che scagiona i Carabinieri



La relazione dei periti del Tribunale rigetta nell’ombra il caso Cucchi e allontanerebbe le accuse ai carabinieri. “Se gli esperti scelti dal giudice dell’Appello dicono che quel ragazzo si sarebbe potuto salvare se fosse stato monitorato meglio dall’ospedale allora non c’è dubbio: i carabinieri sono da scagionare”. Parola di psichiatra e criminologo clinico, il professore Vincenzo Mastronardi. “Personalmente – aggiunge - non ho visto le carte del processo, ma risulta che Cucchi abbia rifiutato le cure ospedaliere”. “Mi sembra una follia – commenta un medico legale (che in questa storia preferisce rimanere anonimo). In pochi giorni il quadro clinico non può precipitare. Se la relazione fosse accolta dal Tribunale scagionerebbe i carabinieri, cadrebbe il nesso tra presunte lesioni e decesso, lasciando supporre una morte in conseguenza di altro reato”.


I PROCESSI IN PIEDI

Sono due i processi penali in piedi per la morte del geometra romano avvenuta all’alba del 22 ottobre 2009. Uno riguarda l’ipotizzato depistaggio da parte dei carabinieri allora tutti del Comando provinciale di Roma (otto rischiano il rinvio a giudizio). L’altro cinque medici dell’ospedale romano “Sandro Pertini” dove Cucchi è stato ricoverato dal 17 al 22 ottobre. Su quest’ultimo, nell’aprile di due anni fa, su ricorso della Procura, la Cassazione ha annullato la sentenza di proscioglimento dei camici bianchi disponendo il rinvio del procedimento in Corte d’appello. Il 28 febbraio, il legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, ha spiegato all’Ansa che “allo stato il processo è in piedi solo per l'unica parte civile, il Comune di Roma”. Cittadinanzattiva si è ritirata. Però, le ricadute di quel procedimento potrebbero dare una violenta sterzata all’intera vicenda.


I PERITI: RISCHIAVA DI MORIRE

Incaricati dalla seconda Corte d'assise d'appello di fare luce sulle cause della morte di Cucchi, la professoressa Anna Aprile del Dipartimento di medicina molecolare dell'Università di Padova, e il dottor Alois Saller dirigente medico dell'Azienda ospedaliera di Padova, nei loro accertamenti consegnati alla magistratura agli inizi di marzo hanno scritto che "Cucchi entrò in ospedale con una situazione a rischio, durante il ricovero si aggrava, digiuna, beve poco, manifesta ipoglicemia e bradicardia, e andò incontro alla morte come epilogo di una mancata valutazione di questa situazione – proseguono - I 'segnali' medici riscontrati non hanno dato adito a misure correttive efficaci in grado d'interrompere la deriva che è stata l'evento morte". Quali misure correttive? "Intervenire sul digiuno - hanno risposto - e monitorare la situazione cardiologica del paziente. All'ingresso al Pertini - hanno riepilogato i periti - Stefano Cucchi era sicuramente in una situazione di malnutrizione, era sottopeso. E da letteratura scientifica, soggetti di questo tipo vanno incontro a una percentuale molto elevata di morte improvvisa. Il suo stato prima del ricovero era quello di una situazione a rischio per uno stato nutrizionale scadente, ma anche per altri fattori: era poliassuntore di sostanze, faceva utilizzo di farmaci antiepilettici, riferiva di fumare circa 20 sigarette al giorno, era soggetto che al momento del ricovero aveva avuto una situazione di stress importante per l'arresto e per la presenza di lesioni traumatiche. Durante il ricovero poi risulta aver mantenuto una situazione di sostanziale digiuno"


“DIGIUNARE HA PEGGIORATO LE SUE CONDIZIONI”

Il ragionamento sulle lesioni rilevate sul corpo di Cucchi restano un po’ vago. "Certamente erano dolorose - hanno detto i periti - La terapia è stata fatta con un farmaco che avrebbe potuto avere effetto bradicardizzante, ma ipotizzare un intervento con farmaci meno potenti sarebbe stato improponibile”. In conclusione, la causa del decesso sarebbe "una morte cardiaca su base aritmica, il protrarsi dell'ipoalimentazione/digiuno durante il ricovero ha determinato il peggioramento delle sue condizioni fino al decesso, la bradicardia e l'ipoglicemia erano condizioni potenzialmente reversibili mediante un corretto apporto nutrizionale. Non è possibile fornire valutazioni precise sull'entità delle probabilità di salvezza legate a una diversa 'cura' messa in atto durante il ricovero" e "dall'esame della cartella clinica risulta che il paziente ha ripetutamente rifiutato sia gli accertamenti prescritti dai medici curanti sia di alimentarsi".


di Fabio Di Chio

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