Castellani (Luiss): Salvini è al massimo storico e cresce, si parla di voto nella primavera del 2020

Castellani (Luiss): Salvini è al massimo storico e cresce, si parla di voto nella primavera del 2020



Per “List” di Mario Sechi, neodirettore dell’Agenzia giornalistica Italia, Lorenzo Castellani, 30 anni, ricercatore della “Luiss”, dove insegna storia delle Istituzioni, ha fatto molte analisi sul mutamento delle classi sociali, sul perché la Lega è diventato il maggiore partito italiano. Niente letture ideologiche per un liberale, atlantista, realista come lui si definisce, ma solo il tentativo di capire e spiegare un fenomeno, senza paraocchi e pregiudizi. Ma l’altro giorno è bastato che l’Agi gli chiedesse un parere sul governo italiano e il voto Ue che sui social apriti cielo. Castellani conferma la sua opinione in controtendenza rispetto al coro secondo il quale la Lega sarebbe sconfitta: “La Lega ha la forza di poter dire: non provate a fregarci sul commissario europeo perché io posso far saltare il governo. Una forza che i Cinque Stelle non hanno. E oggi la crisi è più vicina, con possibilità di voto nel 2020”. Critiche però alla politica estera del governo e della Lega: “Il governo è vago. Il nostro rapporto deve essere con gli Usa con i quali concordare un rapporto realista con la Russia. Ma tra Stati. E Salvini prima si libera dei Savoini e meglio è”.


Dottor Castellani, eppure lei ha un curriculum di tutto rispetto. Forse è accaduto perché lei ha espresso un parere in controtendenza rispetto alla rappresentazione dei maggiori giornali italiani che descrivono la Lega come isolata? Mentre lei ha detto che invece una apparente sconfitta potrebbe essere una vittoria di Matteo Salvini sul fronte del commissario Ue.

Io ho risposto a una domanda sul significato per il governo italiano del voto dei Cinque Stelle a favore della Von der Leyen. La mia risposta è stata che, considerati i rapporti di forza tra i due partiti di governo, sicuramente era in ballo la nomina del commissario europeo da parte dell’Italia. E che, vista la forza della Lega anche in termini negoziali, molto probabilmente il voto dei Cinque Stelle era un tentativo di interferire nella nomina del commissario ma forse anche facendo un piacere alla Lega. Perché essendo il partner più forte di governo, soprattutto a livello comunicativo ed elettorale, a quel punto una eventuale nomina del commissario italiano che spetta alla Lega, con una presidente Ue scelta grazie ai voti dell’altro partito di governo italiano, non poteva che agevolare una trattativa per un commissario il cui nome sarebbe stato fatto dalla Lega.


Che a questo punto rilancerà proprio sul commissario. Quindi, paradossalmente quella che è stata una spaccatura sul voto può essere un punto a favore per Salvini?

Sì e poi lo dimostrano anche le reazioni di questi giorni. Salvini ha fatto pesare con dichiarazioni molto dure il voto dei Cinque Stelle per la Von der Leyen. Questo lo possiamo leggere come un modo di Salvini per dire: non provate a fregarmi sul commissario perché io posso decidere di far saltare il governo. E oggi la possibilità di una crisi è più vicina rispetto al passato, proprio perché Salvini è molto più forte, è al massimo storico e continua a crescere. Ormai si parla di voto nella primavera del 2020.


La sua è un’analisi in controtendenza rispetto a una lettura generale dei media.

La mia analisi è che il rapporto tra i due partiti è bilanciato a favore della Lega che ha interesse a forzare per votare perché ha una posizione di forza, cosa che non hanno i Cinque Stelle. E quindi, paradossalmente, i Cinque Stelle possono aver pensato di influenzare la trattativa per il commissario a loro favore, ma adesso, con le minacce di Salvini, come spesso è successo, potrebbero fare un passo indietro e quindi lasciare al ministro dell’Interno e vicepremier di fare il nome del commissario e poi giocarsela in sede europea. Questa era la mia banale interpretazione (sorride ndr).


Che però ha suscitato lo stesso scalpore…

Lo ha suscitato perché era un po’ diversa dal coro. Non è mia pretesa dire ovviamente che sia più giusta o più sbagliata delle altre. E l’Agi ha deciso di sentirmi in quanto ricercatore della Luiss su tematiche politiche per un’analisi che era anche più ampia. Ci sono state delle polemiche. Perché sembra che se un’ agenzia giornalistica intervista qualcuno con opinioni diverse da quelle della maggioranza dei giornali ci sia chissà quale strategia a favore del governo, o chissà quale scambio con la Lega, cosa abbastanza ridicola…


Lei è una voce nuova, giovane, in controtendenza rispetto allo schema della rappresentazione abbastanza uguale della realtà politica che vediamo sui principali giornali. Con alcune eccezioni come l’editorialista del “Giornale” Augusto Minzolini che ogni volta invece cerca di raccontare la realtà vera, come il fatto che la Lega sia assediata nel Palazzo ma non nel Paese, e non i desiderata di questo o di quell’altro. Però ogni volta chi esce dallo schema del cosiddetto mainstream viene subito accusato di essere leghista, sovranista ecc. Come lo spiega?

Quello che scrive Minzolini mi trova d’accordo il 95 per cento delle volte… Il punto è che stiamo vivendo una polarizzazione molto forte che tende a schiacciare tutti sulle parti che si fronteggiano. E quindi abbiamo i fautori del Pd e dei Cinque Stelle da un lato e i sostenitori della Lega dall’altro. Chiunque è nel mezzo e tenta banalmente di ragionare su un piano realistico, non in modo orientato ideologicamente, ma da liberale realista che vede la realtà per come è, ne esplora possibilità e sfaccettature, è mal tollerato. Perché la polarizzazione porta anche gli opinionisti per forza a schierarsi. In tutto ciò c’è chiaramente una superiorità schiacciante della sinistra che controlla nel mondo giornalistico, universitario circa il 70, l’80 per cento delle posizioni disponibili. E quindi nel momento in cui banalmente non sei di destra, ma non sei neppure di sinistra o non sei di nessuna parte, allora vieni accusato di complicità e collusione con il leghismo. Accuse che lasciano il tempo che trovano, come quelle di stare al soldo del berlusconismo. Però danno l’idea di quanto il dibattito pubblico sia ormai rancido e inquinato.


E intanto aumenta il divario tra quello che accade davvero e quello che viene rappresentato. C’è in tutto questo, a prescindere dalle legittime critiche di ogni opposizione, al fondo un pregiudizio permanente sulla Lega da quella di ieri a quella di oggi, che non aiuta poi a capire quanto succede?

C’è un pregiudizio innanzitutto nei confronti degli elettori che prima erano berlusconiani e oggi sono leghisti e che sono il grosso di quell’elettorato. E poi c’è un’avversione di quella classe intellettuale nei confronti della realtà. Gran parte del mondo mediatico e culturale credeva che la presidenza Trump sarebbe stata una catastrofe per l’economia e per il mondo. Evidentemente non è così. Credevano che Brexit avrebbe portato la fame e comunque grandi scompensi economici nel Regno Unito e questo non è accaduto. Cresce più della Germania. Si è parlato per mesi da parte degli economisti di sinistra del pericolo per l’Italia di uscire dall’euro, possibilità che non è stata mai nemmeno chiamata in causa. Quindi, purtroppo c’è una classe intellettuale che mistifica la realtà, che la piega ai propri desiderata, e questo fa si che non ne azzecchino più una.


E però lei non ravvisa limiti anche forti nella politica estera sia della Lega che di tutto il governo?

Questo governo ha gravi debolezze. Non è mai esistita una strategia chiara dei rapporti da avere con l’Unione Europea e questo è un grave problema perché non sappiamo quali sono le priorità da negoziare. C’è un problema di posizionamento politico internazionale, nel senso che il governo ha applicato la politica del migliore amico con le tre potenze, Russia, Cina e Stati Uniti. Questa cosa è impossibile e quindi il paese si sta mettendo in una posizione di difficoltà. Stiamo diventando soprattutto un terreno di scontro. Io sono un atlantista, credo che si debba stare con gli Stati Uniti, a maggior ragione oggi che c’è un presidente come Trump più vicino alle posizioni di questo governo e della Lega di quanto lo fossero i predecessori e gli altri leader europei. Poi, si può concordare una relazione realista con la Russia per evitare che scivoli verso la Cina e quindi per evitare che si saldi quella placca asiatica che già un secolo fa Mackinder denunciava e cioè l’isola-mondo contro l’Europa e contro gli Stati Uniti. Quindi serve un rapporto realista con la Russia, che naturalmente deve essere un rapporto tra Stati e non tra partiti e su questo voglio essere molto chiaro: Salvini prima si libera dei Savoini e meglio è per lui e per noi. E però anche con la Cina ci deve essere una relazione che noi concordiamo con gli Stati Uniti.


Tutto ciò ovviamente restando nella Ue, una Ue riformata?

Ma certo. Io credo che chi voglia uscire dall’euro non ha idea di che cosa parli, dei rischi che si corrono. Ma pure quelli che criticano economisti euroscettici come Borghi e Bagnai ne sopravvalutano la forza nella Lega. Si tratta quindi di restare in Europa anche in una posizione critica e provare a contrattare posizioni migliori, a flessibilizzare di più l’Europa per avere una maggiore cooperazione soprattutto sugli investimenti e l’immigrazione. Non sono però ottimista. Penso che andremo a una lunga transizione sia per l’Italia che per l’Europa, perché in Europa c’è grande frammentazione e perché in Italia c’è un governo che sulle questioni internazionali è vago.


di Paola Sacchi

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