Cosa resterà alla fine della tre giorni del congresso delle famiglie di Verona?



Cosa resterà alla fine della tre giorni di Verona? Cosa resterà della tredicesima edizione del Congresso delle Famiglie? Oltre alla ennesima dimostrazione dell’insostenibile inconsistenza di questo governo, diviso su tutto e tenuto assieme solo dal mastice del potere? Oltre alla facce cupe e feroci e beffarde che alternativamente hanno indossato Salvini e Di Maio in questi giorni per dire all’altro tu sei più “sfigato” di me? Oltre alle incursioni a sproposito nel Medioevo da parte di un vice presidente del Consiglio che di tutto fa mostra meno che di una solida cultura storica? Oltre ai “noi” ossessivi ripetuti da Giorgia Meloni da un palco che ha voluto far suo ad ogni costo, manco fosse tra gli organizzatori della kermesse, non avendo altrimenti altro modo di edulcorare quello che è di fatto l’omaggio feudale di Fratelli d’Italia a Salvini? Oltre alle follie sulla pena di morte agli omosessuali (ma l’ufficio stampa del congresso nega queste voci), il biglietto da visita con cui si è presentata nella città di Giulietta e Romeo la parlamentare ugandese Lucy Akello?


Oltre alle sgangherate argomentazioni di Brian Brown, fondatore dell’International Organization for the Family (Iof), uno che sostiene che gli aborti sono la principale causa di femminicidio nel mondo? Oltre alla sfilata di arcipreti ortodossi che manco Rasputin faceva così impressione? Oltre alla immancabile sfilata fascista di Forza Nuova, che davanti alla sede del Congresso ha annunciato l'istituzione di un comitato anti 194 al grido "L'aborto è un'uccisione”? Oltre all’idea di un Paese in cui il seme della libertà fa fatica a crescere perché ci piace tanto giocare a guelfi e ghibellini, ovviamente fottendo poi senza tanti riguardi papi e imperatori? Cosa resterà insomma? Ma certo, l’ormai famoso feto di gomma. Le parole pronunciate da quel palco, a latere del palco, se ne andranno portate via dal vento, ma il feto resterà, ci vorranno centinaia e centinaia di anni, prima che si degradi. Ma c’è anche un’altra possibile soluzione e suonerebbe davvero beffarda per gli ideatori del gadget. E già, perché la plastica è per sua natura plasmabile, multiforme, versatile, capace di trasformarsi e rinascere, di morire e rivivere subito dopo in un soffio appena di diossina. Senza che nemmeno i vari Pillon e Fontana se ne rendano conto quel meschino feto di gomma di 10 settimane, in potenza è pronto a diventare altro, una conturbante Barbie o un palestrato Ken. La potenza della plastica, di questi tempi, supera la forza delle idee.


di Giampiero Cazzato

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