Cybersecurity, Poletti: «Servono più risorse per le Pmi, a rischio il know-how italiano»

Aggiornamento: set 19


Il generale Paolo Poletti, presidente di Sicuritalia Security Solutions e già vicedirettore della Intelligence nazionale, in un’intervista a Spraynews, evidenzia l’importanza della cybersecurity per le Pmi, sempre più esposte agli attacchi di hacker formati nel trovare falle nel sistema.


Quanto è importante oggi rendere sicura la rete digitale?


«E’ fondamentale. La catena del valore aggiunto per gran parte delle aziende è costituita da informazioni digitali. La sicurezza delle reti e l’integrità dei dati sono fondamentali non solo per la tutela del business, ma anche per il rispetto della tutela della privacy di ciascuno».


Chi guida il Paese dovrebbe investire di più in tale direzione?


«Il governo già con la creazione dell’agenzia per la cybersecurity, che nasce da una costola presente nel dipartimento informazioni per la sicurezza, ha effettuato un grosso balzo in avanti. Il problema, però, oggi è un altro. Mentre tutti si preoccupano per le cosiddette infrastrutture critiche, non a caso l’Unione Europea presto aggiornerà una normativa del 2016, si dimentica che il 95 per cento del tessuto produttivo nazionale è costituito da piccole e medie aziende, se non micro. Stiamo parlando di realtà che sono detentrici di know-how di grande valore. Il tema della cybersecurity in Italia, pertanto, deve riguardare certamente le infrastrutture critiche, ma soprattutto quelle Pmi, che spesso non hanno le risorse necessarie per la sicurezza e mancano appunto di preparazione in materia. Altro settore di grandissima importanza, inoltre, è quello della sanità, attaccato a più riprese nell'ultimo anno e nel quale riscontriamo una mancanza di misure di sicurezza che mettono a rischio non solo i dati personali, ma la stessa integrità dei pazienti, stante la crescente aggressività da parte degli hacker».


Come aiutare chi non possiede grandi capitali da investire?


«Dobbiamo prevedere risorse nel prossimo Pnrr, trovarle nel bilancio oppure adottare misure indirette come il credito d’imposta. Queste realtà vanno aiutate sia in termini finanziari, sia a livello di consapevolezza del rischio».


Quanto è importante la formazione per combattere i cosiddetti pirati della rete?


«E’ essenziale e ancora di più lo è l’informazione rivolta ai lavoratori o meglio ancora a tutti coloro che hanno a che fare con apparecchi digitali, anche con il banale computer di casa. L’Unione Europea ha fatto bene a tirarci le orecchie. L’approccio eccessivamente tecnico alla cybersecurity ha impedito la maturazione degli utenti. Serve parlarne in modo più semplice e divulgativo. La consapevolezza passa anche per un cambio di linguaggio, a partire dalle scuole. I ragazzi, sin dall’infanzia, devono sapere che la telematica dà grandissime opportunità, alle quali nessuno dovrà rinunciare, ma espone pure a rischi che vanno gestiti».


I giovani italiani sono più o meno maturi rispetto ai loro coetanei continentali?


«La maturità, in tal senso, è bassissima dappertutto. I ragazzi italiani sono maturi come tutti gli altri».


Aumentano, intanto, gli adolescenti che scelgono di intraprendere la carriera dell’hacker. Perché?


«A volte si comincia come un gioco, come una sfida tra sé e la macchina o tra sé e un altro sito. Si scopre, poi, che si tratta di un’attività economicamente redditizia e quindi non la si abbandona più. I giovani, purtroppo, si rendono presto conto della convenienza di prendere dati per rivenderli sul dark-web, ovvero a quello non indicizzato e che si può accedere solo attraverso determinati strumenti».


Di Edoardo Sirignano

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