Da comunista a buddista: il percorso di un grande cineasta, vita e film straordinari di Bertolucci

Da comunista a buddista: il percorso di un grande cineasta, vita e film straordinari di Bertolucci



Da comunista a… buddista il passaggio è grande, lungo e complicato ma gli artisti, come si sa, non hanno confini ideologici come non ne hanno confini geografici. Sono, cioè, senza patria perché sono, appunto, universali. È morto oggi, a Roma, dopo una lunga malattia Bernardo Bertolucci. Aveva 77 anni, il grande regista italiano – e di fama internazionale (nel 2007 Leone d’oro alla carriera alla 64/a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e nel 2011 Palma d’oro onoraria al 64esimo festival di Cannes) – perché era nato a Parma nel 1941. E proprio l’Emilia, terra ‘rossa’ per eccellenza, segnò tutta la sua vita, almeno la prima parte, e il suo immaginario. Certo, Bernardo è stato un uomo fortunato. Era il figlio primogenito del grande poeta italiano, Attilio Bertolucci, e fratello di Giuseppe Bertolucci, regista a sua volta, due famigliari e amici scomparsi da tempo cui era legatissimo, Molti, specie nella ‘sua’ Parma lo chiamavano da tempo “l’ultimo Imperatore” (titolo del suo film più conosciuto, premiato con l’Oscar) perché di registi come lui, almeno in Italia, non ne esistono più nel senso che sono morti tutti.


1. Una famiglia importante. Poeti, registi, scrittori.


La morte, per Bertolucci, è stata una liberazione. Era malato da molto tempo, un male che gli impediva di lavorare, pensare e agire come ha fatto per tutta una vita. “Ateo per grazia di Dio”, come si definiva, citando il regista Louis Bunuel, Bertolucci è sempre stato sospeso, per tutta la sua vita e per tutta la sua carriera, tra elegia ed epica, passione per la scrittura e vocazione allo sguardo, atteggiamenti da romantico provinciale come pure da viaggiatore internazionale. Bello, colto, figlio di poeta, seducente per la sua ‘erre’ moscia, e pose anticonformiste.

Bertolucci sbarca a Roma giovanissimo, studia lettere alla Sapienza, scrive poesie (la sua raccolta di poesie, In cerca del mistero, vincerà il Premio Viareggio nel 1962), incontra il poeta ‘maledetto’ Pier Paolo Pasolini, il vicino di casa già famoso che lo incoraggia e lo prende come assistente sul set del suo primo film, Accattone, nel 1961. È la prima, autentica, svolta, per Bertolucci: lui - che con una cinepresa a passo ridotto aveva già fatto le sue prime prove con i cortometraggi La morte del maiale e La teleferica, scopre che il cinema può essere un'altra scrittura a disposizione.


2. La scrittura per Pasolini e i primi lungometraggi


Per Bertolucci, le altre due occasioni fondamentali di incontro sono quelle con un circolo di intellettuali (da Enzo Siciliano ad Alberto Moravia), che diventerà presto anche il suo, e quella con una delle migliori amiche di Pasolini, Adriana Asti, che diventerà la sua musa e la prima moglie. Con un soggetto di Pasolini sottobraccio, Bertolucci debutta già, sempre nel 1962, anche come regista con il film La commare secca, e due anni dopo, con la Asti protagonista, firma nel 1964 il primo lavoro autenticamente suo, Prima della rivoluzione. Un film, il suo vero primo film, a sua volta epocale: nasce la nouvelle vague del cinema italiano insieme a I pugni in tasca del coetaneo Marco Bellocchio. Due film che rappresentano il ‘pre-‘68’: anticipano, cioè, di fatto, i temi e i motivi alla base della contestazione del ’68.

La cosa curiosa è che sono appena 16 (più un episodio del film collettivo Amore e rabbia) i lungometraggi firmati da Bertolucci, ma scandiscono - in modo tanto personale quanto memorabile - ben tre stagioni del nostro cinema. Con Partner (1968) Bertolucci fissa nella memoria quel tempo della rivolta ideologica e della libertà dei costumi che il regista identifica come figlie della nouvelle vague. Tempi confusi e travolgenti, intrisi di ideologia e di ideali, che il regista omaggerà sia in Ultimo Tango a Parigi (1972) – il suo film più scandaloso – che, molti decenni dopo, e con un nuovo, diverso, approccio, in The Dreamers. (2003).


3. L’epica storica e politica di Bertolucci. Novecento.


Con il film per la televisione Strategia del ragno e il suo sostanziale corrispettivo per il cinema, Il conformista, (entrambi del 1970, il primo tratto da un racconto dello scrittore argentino Jorge Louis Borges, l’altro da Moravia) Bertolucci apre (e chiude) un’altra vera grande epopea, quella della memoria italiana tra fascismo e lotta partigiana. Stagione che in Novecento (1976) – film talmente lungo che al cinema verrà proiettato in due atti, a distanza di mesi - diventa epica quasi omerica e tragedia verdiana di respiro internazionale. Una stagione che risuona anche ne La luna (1979), nelle tematiche private, come ne La tragedia di un uomo ridicolo (1981) per la dimensione pubblica e politica.

4. Il film kolossal. L’ultimo imperatore.

Si apre poi la seconda grande pagina, quella ‘mondialista’, nel cinema di Bernardo Bertolucci, che lo portano a ricevere ben nove Oscar (un record assoluto suggellato dalle due statuette personali e da quella per il miglior film) per il suo film kolossal, L’ultimo imperatore (1987), completate con il viaggio iniziatico di due opere personali come Il the nel deserto (1990) e Il piccolo Buddha (1993).

Infine, ecco l’ultima pagina del regista: una sorta di ‘ritorno a casa’ che oscilla tra l’estetismo, quasi autoironico, di Io ballo da sola (1996), la forza contenuta di un piccolo gioiello come L’assedio (1998), tratto da un racconto di un autore lontano anni luce, in teoria, da Bertolucci, Gabriele D’Annunzio, l’intimismo, tra Pascoli e Ammanniti, di Io e te (2012). Con questo ricordo adolescenziale, ma modernissimo, una favola del coming on age racchiusa in spazi stretti, girato sotto casa, eppure dominato con forza leonina dalla prima all'ultima inquadratura, Bertolucci si congeda dal cinema. Fino all’ultimo, in realtà, Bertolucci ha accarezzato la seduzione di scrivere e dirigere un terzo (e conclusivo) capitolo di Novecento – che sarebbe dovuto arrivare fino alle soglie del nuovo secolo - e l’idea di un viaggio iniziatico effettuato sui luoghi e nelle musiche del compositore e lirico cinquecentesco Gesualdo Da Venosa.


5. La vita e le amicizie di un grande intellettuale.


Sposato, in seconde nozze, dal 1978, con Claire Peploe, amico di colleghi della levatura di Marco Bellocchio (festeggiati insieme, appena pochi anni fa, sul palcoscenico della Festa di Roma), Dario Argento (lavorarono insieme al copione di C’era una volta il west per Sergio Leone), Mark Peploe (lo sceneggiatore di Professione reporter), Jeremy Thomas (il suo produttore e l’artefice del suo successo tra Hollywood e Pechino), Bertolucci sapeva ‘fare squadra’. Cineasta sapiente, era molto fedele ai suoi collaboratori (dal montatore Kim Arcalli al fotografo Vittorio Storaro alla costumista Gabriella Pescucci), era innamorato del bello e del lirico, ed ha piegato tutto il suo cinema al gusto del melodramma e alla fisicità della vita in cui andava ricercata prima il riscatto degli oppressi e dei poveri e, poi, una pace interiore che in lui è coincisa alla meditazione buddista.

Ma Bertolucci è stato anche un cinefilo appassionato e pigmalione di un’intera generazione di innamorati della pellicola, quasi fino a raggiungere il feticismo. Non a caso, Bernardo Bertolucci viene fin troppo spesso, e spesso molto a sproposito, citato per lo “scandalo” legato al suo film Ultimo Tango a Parigi. Quasi tutti sanno o ricordano il folgorante incontro tra il regista e il protagonista, Marlon Brando, i dissidi e le accuse di violenza psicologica subita da Maria Schneider (‘violenze’ di cui il regista si scusò più volte, pur senza averne responsabilità diretta), il processo subito con la condanna, con sentenza definitiva nel 1976, e il rogo del film, negativo compreso (prima e ultima volta, in Italia…). Negativo che, per fortuna, venne trafugato e salvato e che oggi è ritornato nello splendore del restauro digitale (realizzato ad opera della Cineteca Nazionale e della Cineteca di Bologna) proprio questa primavera. Bertolucci ha accompagnato la prima del film restaurato al festival di Bari e raccontato quel film con la tenerezza che si riserva a un figlio scapestrato quanto amato. Ancora pochi mesi fa, si illuminavano i suoi occhi mentre, al Salone del libro di Torino, narrava dei suoi “sognatori”, i Dreamers del ’68 che vivevano la loro gioventù tra utopie e immagini, alla corte del cinefilo parigino Henri Langlois e sulle strade infiammate del Maggio francese. Un po’ di Bernardo Bertolucci è sempre rimasto lì, forever young.


6. Cinematografia essenziale. Tutti i film di Bertolucci.


La Teleferica. Bernardo Bertolucci ha solo 15 anni e vive in campagna vicino a Parma quando con una telecamera da 16 mm. realizza il suo primo cortometraggio, storia di tre bambini che si perdono nella foresta Morte di un maiale. Girato subito dopo in un’unica ripresa, racconta della tradizionale uccisione del maiale nel mattatoio del paese.

La commare secca. Al cinema vero e proprio arriva nel 1962, come assistente di Pier Paolo Pasolini che in quell'anno girava Accattone, ma il suo vero debutto è nel 1963, con un film tratto da un soggetto proprio di Pasolini. Prima della rivoluzione. E’ del 1964 il suo secondo film che racconta i vagiti del ’68 tra furori ideologici e umani.

C’era una volta il West. Collabora, insieme a Dario Argento, alla sceneggiatura del film di Sergio Leone.

Partner (1968) e un episodio di Amore e Rabbia (l’episodio si chiama Agonia, film collettivo del 1969). Nel 1970 con La strategia del ragno. Inizia con questo film del 1970 la collaborazione con il grande Vittorio Storaro, che sarà il direttore della fotografia di tutti i suoi film più celebri.

Il conformista (1970) gli vale il successo internazionale e la prima nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura. Ultimo Tango a Parigi (1972) è il film del grande scandalo, con la censura e il ritiro dalle sale cinematografiche. Del negativo vennero conservate solo alcune copie, una salvata per essere poi depositata in Cineteca Nazionale e restaurata. Bertolucci stesso viene condannato a due mesi di prigione e privato del diritto di voto per cinque anni. Ma il film, che verrà riabilitato nel 1987, avrà un successo straordinario. Novecento (1976). È un grandioso colossal storico e politico diviso in due parti che annovera grandi attori (Robert De Niro, Gerard Depardieu, Burt Lancaster, Donald Sutherland, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda) e che ripercorre i primi 45 anni del secolo italiano tramite il rapporto personale di due ragazzi di differenti classi sociali. La Luna (1979) e La tragedia di un uomo ridicolo (1981) non incontrano un grande favore di pubblico né di critica. L’ultimo imperatore (1987). Il suo più clamoroso successo, premiato da 9 premi Oscar (regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, musica, scenografia, costumi e sonoro), 9 David di Donatello e 4 Nastri d'Argento, nonché il César per il miglior film straniero.

Il thé nel deserto (1990). Diventa un altro grande successo: è un’amara vicenda che racconta l’agonia di un amore.

Piccolo Buddha (1997). È un viaggio nel profondo Tibet e nel cuore di una delle più affascinanti religioni orientali.

Io ballo da sola (1996) e L’assedio (1998). Sono i due film che segnano il ritorno di Bertolucci a girare in Italia. Osannati dalla critica, che li definisce un inno al cinema. The Dreamers-I sognatori (2003). Rivisitazione del maggio francese del ‘68, il suo penultimo film viene presentato con grande successo alla Mostra del Cinema di Venezia.

Io e te (2012). È il suo ultimo lavoro, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Non ottiene l’attenzione e il successo che pure tutta la sua cinematografia meriterebbe.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

Direttore Responsabile:      Monica Macchioni

Editore: Ultra! S.r.l.-Via E. Gianturco 5-Roma

                         P.I.: 13394291002