Dalla luce di Miami alle farfalle. Parla la pittrice Tessie De Felice

Dalla luce di Miami alle farfalle. Parla la pittrice Tessie De Felice



Dalla luce di Miami alle farfalle. Parla la pittrice Tessie De Felice


Tessie De Felice è una donna dallo sguardo intenso e dalle mani forti. Lo sguardo per cogliere il presente, i suoi colori e i suoi dolori. Le mani per plasmare la natura e portarla su tela. A Gabriele Romagnoli, collaboratore di Vanity Fair che era andato a Miami dove allora viveva per intervistarla l’artista - originaria di Termoli dove è nata nel 1960 - spiegò anni fa che i suoi quadri rappresentavano le vette da raggiungere, i figli che non aveva avuto e gli amori persi per strada. Ci ricorda questo episodio quando gli chiediamo qual è la molla che la muove e la spinge a dare forma, colori e contenuto ad una tela bianca. A reinventarsi ogni giorno. Dai colori forti della Florida alle farfalle e le libellule. E adesso i mandala, rappresentazione simbolica del cosmo. E pensare che se avesse chiuso le porte alla sua vocazione, se non avesse sentito quella voce che le gridava forte dentro, oggi avremmo una traduttrice in più e una artista di meno. «All’Università l’Orientale di Napoli, dove mi ero trasferita da ragazza, mi sono laureata in ebraico, copto, geroglifico, francese, inglese e storia dell’arte.


Dallo studio delle lingue alla pittura. Come è andata?


«Pensavo di voler fare la traduttrice simultanea ma ho capito subito che quella che mi si prospettava davanti non era la storia della mia vita. A Parigi dove mi ero trasferita dopo la laurea ho studiato con la migliore decoratrice di Francia, Laure Welfling e lì mi sono appassionata a quella forma espressiva. Dopo un passaggio a Londra dove ho seguito al Palladio Academy, una occasione amorosa mi ha portata dall’altra parte dell’Atlantico, a Miami. Ed è lì che ho avuto una sorta di folgorazione, che ho capito cosa volevo davvero fare nella mia vita e della mia vita».


Che cosa c’era in quell’angolo di America che le ha fatto prendere coscienza di se?


«La luce. Semplicemente la luce. Dicono che la luce di Miami curi. E’ una luce violenta che ti entra dentro. Che ti sconquassa, che ha la forza degli uragani. Avevo una casa che si prestava molto ad essere uno studio artistico. Ho iniziato con la pop art ispirandomi ad Andy Warhol e a Sonia Delaunay. Sonia è stata pittrice, una delle prime che ricevette le Legion d’honneur quando le donne erano sì nei quadri, ma i quadri non li dipingevano. Mi ha insegnato che l’arte è qualunque cosa. I critici contestavano il fatto che io non riuscissi a vincere il divario fra il figurativo e l’astratto. E allora? Io volevo fare l’uno e l’altro. Quando ho iniziato a dipingere ero molto influenzata dalla pittura geometrica».


Uno dei suoi primi quadri si chiama proprio “La donna incinta in geometria”.


«Già. “Pregnant lady in the shower of gold” è tuttora esposta nel padiglione del reparto di ginecologia del Mount Sinai Medical Center a Miami. E’ stata l’opera degli esordi. Che mi ha fatto conoscere. A Punta dell’est in Uruguay venni selezionata tramite concorso da Philippe Starch con l’opera “L’amore è droga, la droga non è amore”, dove avevo inserito polvere bianca, zucchero a velo, sulle labbra e non sotto il naso. Fu un successo enorme».


Nel 2010 il Sun Post nel 2010 l’ha decretata “Donna dell’anno a Miami” per il suo contributo alla causa della natura. Aveva fatto sentire con forza la sua voce contro lo scempio di South Beach che nel fine settimana è presa d’assalto da una massa di turisti poco attenti all’ambiente, che lasciano dietro di se montagne di rifiuti.


«Sì, non ne potevo più di vedere quella marea umana che riversandosi sulle spiagge nel fine settimana rendeva quel luogo incantevole, il lunedì successivo, un “trash Carpet”. E’ giusto che tutti possano godere delle bellezze della natura, ma proprio per questo è necessario che si porti rispetto ai luoghi. L’uomo deve imparare a fruire la Terra senza consumarla irrimediabilmente. Lo dobbiamo a noi stessi, agli altri esseri viventi e alle generazioni che verranno».


A un certo punto, pur affermatissima - La “Sammer Gallery” di Miami, per dire, l’ha scelta, cosa rarissima, di proporre una sua incentrata sulla figura di Sonia Delaunay - lei otto anni fa decide di lasciare gli States per tornare in Italia. Come mai?


«Nonostante avessi al green card negli Stati Uniti mi sentivo nella terra di nessuno. Avevo bisogno di ritrovare le mie radici. E sono contenta di essere tornata anche se tutti, amici e parenti mi hanno detto: “ma sei pazza, tornare in Italia in questi momenti, con la disoccupazione, la crisi!”. Vero, tutto vero Però io, sarà perché sono una inguaribile ottimista, penso che se lo volgiamo, lo vogliamo davvero, possiamo cambiare in meglio il paese».


In Italia non c’è la luce forte di Miami. Come ha fatto a trovare l’ispirazione?


«Appena tornata ho avuto una specie di blocco. Forse la mancanza di luce, forse avevo necessità di rinnovarmi, fatto sta che per un periodo ho smesso di dipingere. Devo dire grazie alla mia più cara amica, Paola Ferrari, che mi ha spinto a riprendere in mano il pennello e mi ha commissionato alcuni lavori. I miei quadri sono piaciuti moltissimo a ho cominciato a vendere anche in Italia».


Come nasce la decisione di disegnare farfalle e libellule?


«A me, come le ho detto, piacciono molto i colori violenti, che danno sensazioni forti. Queste sensazioni forti in Italia non le ho avute dalla luce ma dalla farfalle e dalle libellule. La farfalla, che è una esplosione meravigliosa e unica di colori, rappresenta la donna quando è giovane e affronta spensierata la vita. La libellula sta a significare la trasformazione, il passaggio dalla condizione di adolescente a quella di adulti. Nei miei quadri c’è la mia realtà, le mie alterazioni mentali, il desiderio di andare oltre. Quando io dipingo, quando mi trovo davanti alla tela, è come se entrassi nello studio di un psicanalista».


Guardano le sue opere si ha come l’impressione che lei dipinga a strati, con un sapiente mix di elementi. E’ così?


«Sì. Uso la lava, l’oro, l’argento, il turchese e mischio questi elementi con le resine dando così alle mie opere un effetto tridimensionale. Si ha l’impressione che la farfalla esca dal quadro per volare via. E un lavoro fatto di molti passaggi. Inizio e modifico continuamente fino alla fine. Insomma, mi rinnovo non fase dopo fase ma quadro sopra quadro. Tutto quello che avanza alla fine lo riutilizzo, lo trito e lo rimescolo con le resine».


Adesso si sta dedicando ai mandala?


Sì, vede i mandala sono usati in numerose tradizioni spirituali, soprattutto nell’Induismo e nel Buddismo, per definire uno spazio sacro e per aiutare la meditazione. Mi sto orientando su questi porta fortuna che calmano le ansie, curano la depressione, riconciliano le persone, fanno tenere la famiglia unita e limitano la guerra».


La guerra?


«La guerra interiore, la guerra di tutti i giorni. Una guerra che rende le persone infelici, quella che non ti fa godere nulla anche se hai tutto. Ogni mandala contiene una frase: proverbi apache, con cui vissuto per un certo periodo, frasi del Buddha, ma anche di Einstein. Tutti pezzi unici perché poi il mandala uno se lo sceglie. Io credo moltissimo nella fortuna e se non ce l’hai deve fare di tutto per farla venire».


Che bisogna fare per attirare la fortuna?


«La fortuna, se uno ci crede arriva. Come dicono i buddisti hai solo due scelte: fermarti e perdere o andare avanti e vincere. Bisogna pensare a vivere ogni singolo momento e viverlo intensamente combattendo come leoni se necessario».


Secondo lei l’arte ha una funzione sociale, ovvero aiuta le persone ad essere meglio?


«Guardi che a vivere nel brutto si diventa più brutti. A vivere nel bello, invece, viene naturale avere cura di se e degli altri. Anche la persona peggiore può migliorare e imparare a rispettare il bello. Credo fermamente che la felicità di un singolo può portare la felicità a chi gli è accanto. Penso che ognuno di noi deve cominciare da se stesso, deve far pace con se stesso e poi distribuire la felicità agli altri. L’arte ha questo scopo».


In Italia in questi ultimi anni pare si stia trasmettendo solo infelicità e rancore. Non trova che la società si sia incattivita?


«Io di politica non me ne intendo, la seguo perché non puoi non vivere il presente e cercare di capire quello che accade. Una cosa però gliela voglio dire».


Prego.


«Non riesco a capire come un paese ricco di storia e di cultura come il nostro, un paese dove anche il più piccolo borgo ha dei gioielli d’arte che il mondo intero ci invidia, arranchi così penosamente. Termoli per esempio ha un duomo bellissimo, eppure la gran parte delle persone lo ignora. Non riesco a capire come non facciano a tornare i conti quando con quello che abbiamo potremmo essere ricchissimi. In altre parti del mondo ti fanno pagare per farti vedere una pietruzza, noi le nostre bellezze le lasciamo ad impolverarsi negli scantinati dei musei».


Ce la faremo a risalire la china, a tornare il paese da cui ha preso le mosse il Rinascimento?


«Se siamo uniti ce la facciamo. Se torneremo ad osservare, studiare ed apprezzare il bello ce la faremo sicuramente, Glielo dice un’ottimista».


Giampiero Cazzato

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