Decreto sicurezza: dopo i sindaci ecco i governatori dem, cinque regioni contro Salvini



Dopo che, già da molti giorni, i sindaci di alcune delle più importanti città italiane (Palermo, Napoli, Firenze, Reggio Calabria, Milano, etc.) hanno deciso di contestare, alla radice, il decreto Sicurezza voluto dal ministro Salvini, fino al punto da immaginare, in alcuni casi, almeno a Palermo e Napoli, veri e propri atti di “disobbedienza civile”, contro il governo si muovono anche i governatori con gli stessi fini. Si tratta, anche in questo caso, di quelli di fede democrat, e sono ben cinque le regioni interessate, tutte guidate da amministrazioni di centrosinistra: la Toscana è in prima fila, Piemonte ed Emilia-Romagna seguono a ruota, Calabria e Basilicata stanno ancora ‘valutando’, solo il Lazio, come vedremo, non si muove, per ora. Peraltro, e per ragioni di ordine giuridico e costituzionale, le regioni possono ricorrere con molta più efficacia, rispetto ai sindaci, contro il governo. Infatti, mentre un sindaco non può ricorrere in via diretta alla Consulta, nel chiedere che questa si pronunci sulla incostituzionalità di una legge dello Stato, ma solo in via indiretta (si dice, con linguaggio giuridico, ‘incidentale’), ‘provocando’ la remissione del giudice ordinario alla Consulta costituendosi non come parte ‘lesa’ ma come organo che, appunto, disapplica una legge dello Stato che dovrebbe eseguire (i sindaci sono i terminali periferici delle amministrazione centrale dello Stato, tanto che possono essere sostituititi, in diversi casi, anche se estremi, dai prefetti, che dipendono direttamente dal ministero dell’Interno), i governatori possono, invece, farlo, almeno da quando è entrata in vigore, nel 2006, la riforma del Titolo V della Costituzione che ha messo le Regioni, su una serie circoscritta ma ampia di materie, allo stesso livello dello Stato, come la materia sanitaria, assistenziale e l’istruzione che, per Costituzione, ora sono diventate materie ‘concorrenti’.


Sergio Chiamparino

E così, mentre già l’altro ieri Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, aveva detto di stare “valutando” un ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Sicurezza, il governatore della Toscana, Enrico Rossi (eletto con il Pd, 5 anni fa, ma ora nelle fila di LeU), annuncia che la decisione del ricorso alla Consulta è stata presa, in modo formale, oggi dalla Toscana con una delibera approvata in Giunta. Rossi dice che «i sindaci fanno bene a ribellarsi a una legge disumana. Nel frattempo, per aiutare e assistere i migranti e tutti coloro che hanno bisogno, come fanno i volontari, i sindaci e come facciamo noi, almeno in Toscana si avranno tutele stabilite. La Giunta regionale, spiega, ha approvato una proposta di legge che è stata votata oggi dal Consiglio regionale con 2 milioni di euro stanziati». La giunta, presieduta dal presidente Rossi, nell’atto approvato afferma di aver ravvisato nel decreto legislativo del governo «profili di lesione delle competenze costituzionalmente garantite alle Regioni». Il decreto, è la tesi, ostacola il funzionamento dei servizi e della sanità di competenza regionale. Secondo Rossi, «è ovvio che sul decreto Salvini ci sono visioni diverse. Quella nostra dice che questo decreto porterà più insicurezza. Lascerà persone senza diritti, accrescerà il numero di irregolari e ostacola anche funzioni di controllo». Ma, aggiunge, questo non significa sposare la linea dei sindaci ribelli, da Orlando a De Magistris: «Non abbiamo intenzione di compiere atti di disobbedienza civile».

Immediata la replica del titolare dell’Interno, Matteo Salvini, peraltro ‘distratto’ da giorni dal braccio di ferro sui migranti: «Ci sono 119 mila toscani (pari a 53 mila famiglie) in condizioni di povertà assoluta e si contano quasi 22mila domande per ottenere una casa popolare in tutta la Regione, e Rossi straparla: lui pensa ai clandestini, noi agli italiani».


Anche per il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino esistono – a detta della sua avvocatura – «le condizioni giuridiche per il ricorso alla Consulta perché il decreto impedendo il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari, avrà ripercussioni sulla gestione dei servizi sanitari e assistenziali di nostra competenza», ma la decisione del Piemonte tarda ancora ad arrivare, almeno formalmente. Certo è che anche il fronte dei governatori, oltre a quello dei sindaci, si allarga a macchia d’olio. Mario Oliverio (Pd), presidente della Regione Calabria, è pronto a alla guerra: «Ci rivolgeremo alla Corte Costituzionale per chiedere l’annullamento della normativa al fine di stoppare una legge che viola i trattati internazionali e la Costituzione», spiega. Si schiera, tra i governatori “ribelli” anche Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria: prima scrivendo sulla sua pagina Facebook che «sta approfondendo gli aspetti relativi al ricorso alla Consulta» sul decreto Sicurezza, poi (oggi) annunciando che il ricorso alla Consulta della Regione Umbria è stata approvato: la norma sarà impugnata per “palese incostituzionalità”. La presidente Catiuscia Marini – informano da Palazzo Donini di Perugia, sede della Regione – ha proposto alla giunta regionale di sollevare la questione di costituzionalità di fronte alla Consulta rispetto al decreto sicurezza, ribadendo la sua ferma volontà «di mantenere inalterati i livelli dei servizi e dei diritti riconosciuti agli stranieri entrati regolarmente nel nostro territorio ed oggi posti in uno strano limbo e penalizzati dal decreto, con grave lesione dei diritti umani e del rispetto della dignità di ciascuna persona, una situazione che genera peraltro problemi sociali nelle singole città della regione e rende complicato l’intervento sociale da parte delle istituzioni locali».


Anche la Regione Emilia-Romagna – pur se solo oggi, cioè dopo la Toscana e le altre – ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro alcune parti del decreto sicurezza. La decisione è stata presa sempre dalla giunta. «Abbiamo scelto di rivolgerci alla Consulta – ha detto il presidente Stefano Bonaccini – impugnando non l’intero Decreto, ma le norme che più direttamente riguardano le Regioni e i Comuni e che stanno generando conflitto e confusione». E poi c’è la Basilicata, che valuta – come il Piemonte – se ricorrere o meno. «Oggi pomeriggio abbiamo una riunione di giunta con all’ordine del giorno il decreto sicurezza – dice la vicepresidente Flavia Franconi – iniziamo una discussione per capire cosa fare. Valuteremo, sentendo anche i nostri avvocati, per capire che speranza c’è nel fare ricorso». Curiosamente, dato che si tratta del candidato favorito, da tutti i sondaggi, alle primarie del Pd, non parla affatto di ricorsi il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che pure si dice «al fianco dei sindaci che non si arrendono e che ogni giorno lavorano per cambiare il loro territorio, nonostante Salvini». Ma il motivo è presto detto: la maggioranza di cui gode Zingaretti in consiglio regionale è assai ‘ballerina’ e si regge, di fatto, sui voti di due ex consiglieri eletti con FI e sulla ‘benevola’ astensione dell’M5S, guidato da Roberta Lombardi, che gli vota il bilancio, oltre che dell’ex sindaco di Amatrice, molto vicino alla Meloni, Sergio Pirozzi. Meglio, dunque, non mettere troppe dita negli occhi ad ‘alleati’ ballerini, oltre che tutti politicamente di centrodestra. E così, oggi, in una conferenza stampa, Zingaretti. preferisce prendere il toro per altre corna: «Il decreto è vergognoso. Incontrerò i sindaci nelle prossime ore per studiare affinché non abbia effetti immediati. Stiamo valutando il ricorso alla Consulta che deve essere cogente e preparato nel migliore dei modi per evitare che sicurezza e civiltà siano messe in discussione». Ma soprattutto, dice Zingaretti, «abbiamo stanziato 1,2 milioni di euro per non far chiudere gli Sprar».

Intanto, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, dopo avere annunciato la sospensione degli effetti del decreto Salvini nella sua città, porta avanti la sua sfida: «Cerco disperatamente un giudice che impugni i miei provvedimenti. se c’è qualcuno disposto a farlo lo faccia, perché questo mi consentirebbe di sollevare in quella sede l’anticostituzionalità del decreto alla Corte Costituzionale». Perché, appunto, un sindaco ha bisogno di un giudice che lo denunci per farlo mentre un governatore può farlo subito, ‘per Costituzione‘.


di Ettore Maria Colombo

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