Decreto sicurezza in Senato, il governo mette la fiducia

Decreto sicurezza in Senato, il governo mette la fiducia


La fronda spaventa il governo gialloverde. La decisione di porre la questione di fiducia sul decreto sicurezza, che scade il 3 dicembre ed ha cominciato il suo iter parlamentare in aula al Senato proprio stamattina con la discussione generale, è dovuta proprio al timore che l'esecutivo possa andare sotto alla votazione per colpa dei tanti, ormai troppi dissidenti che hanno preannunciato il loro no.

Inizialmente il governo non si era impensierito più di tanto, era arrivata solo una minaccia di ricorso ai probi viri da parte di Luigi di Maio verso i reprobi. Tanto più che Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano assicurato i loro voti in appoggio al decreto sicurezza. E proprio Giorgia Meloni di FdI pone come condizione per l'aiuto la ridiscussione di proposte fatte dal suo gruppo ma bocciate dal governo: la richiesta di sgombero dei campi rom abusivi entro il 2019 e l'inserimento nel codice penale del reato di integralismo islamico per combattere il fondamentalismo. Anche se alla fine Meloni assicura che i suoi voti ci saranno.

Ma dopo le parole decise di Matteo Salvini i vertici governativi 5 Stelle hanno deciso di mettere la fiducia. «Se i Cinque Stelle fanno scherzetti sul decreto sicurezza cade il governo», ha detto Salvini che poi vola in Ghana ma assicura un rapido rientro per monitorare di persona la situazione. Sullo sfondo anche la minaccia leghista di voler esigere la poltrona di palazzo Chigi proprio per Salvini, visti i numeri dei sondaggi che vedono il Carroccio superare gli alleati 5 Stelle. Il premier Giuseppe Conte tenta di ridimensionare i numeri, li ritiene un po' gonfiati e pensa possano provocare un'ebbrezza pericolosa.

Pesa sulla richiesta di fiducia anche la decisione del Pd di chiedere 70 voti segreti, sui quali rischiava di emergere il dissenso di alcuni senatori pentastellati, tra cui Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero, Elio Lannutti, Elena Fattori e Lello Ciampolillo che si sono recentemente espressi contro il provvedimento. Ma contro i dissidenti, in particolare contro De Falco che aveva annunciato l'intenzione di votare emendamenti di Leu, Pd e Forza Italia, il sottosegretario Stefano Buffagni ha detto: «De Falco si assumerà le sue responsabilità. Se non si ritrova, sono certo che si dimetterà e tornerà a fare il suo lavoro». Più che un invito a tornare a fare squadra una minaccia.

Ricordiamo che il decreto sicurezza e immigrazione prevede, tra l'altro, lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari, sostituiti con permessi per meriti civili o per cure mediche o se nel paese d'origine c'è una calamità naturale e la revoca della cittadinanza per chi compie atti di terrorismo. Previsto il raddoppio dei tempi di soggiorno nei centri di permanenza per il rimpatrio, da tre a sei mesi. Viene introdotta la revoca della protezione umanitaria a coloro che vengono definiti profughi vacanzieri, ovvero chi torna nel suo paese d’origine per un tempo limitato per poi far ritorno in Italia. Inoltre, viene escluso il gratuito patrocinio se il ricorso presentato viene dichiarato inammissibile.

Insomma, la settimana si apre tra forti tensioni: nel pomeriggio in commissione Affari Costituzionali alla Camera entra nel vivo la battaglia sugli emendamenti al ddl anticorruzione. E una reazione leghista così dura da minacciare il "tutti a casa" potrebbe essere dovuta agli emendamenti grillini che bloccano la prescrizione dopo il giudizio di primo grado, anche in caso di assoluzione.


di Paolo dal Dosso

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