Di Maio esulta, il Pd subisce: passa la riforma sul taglio dei parlamentari

Di Maio esulta, il Pd subisce: passa la riforma sul taglio dei parlamentari


Alle 18 di un caldo pomeriggio d’ottobre il Pd si è giocato, se mai l’ha avuta davvero, la golden share sul Cont bis. Alle 18 di un caldo pomeriggio d’ottobre i parlamentari Cinque Stelle sciamano su piazza Montecitorio a srotolare uno striscione raffigurante delle poltrone, accanto a delle forbici giganti. Alcuni espongono dei cartelli con la scritta «meno parlamentari = più asili nido». E forse molti dovrebbero proprio tornarci all’asilo, invece di occupare quelle poltrone che oggi esultanti dicono di aver tagliato. Pochi minuti prima l’Aula della Camera ha dato il via libera definitivo al taglio di 315 parlamentari. A votare a favore sono 553, 14 i no e 2 gli astenuti.

Se vivessimo in un altro paese, lontano da Roma diverse migliaia di chilometri ne potremmo pure ridere. E sì, perché vedere il Pd fare una respirazione bocca a bocca a Di Maio con tanta foga e passione e determinazione fa ridere. Poi però, accidenti!, ci ricordiamo che Montecitorio dista dalla scrivania su cui questo pezzo prende forma pochi chilometri e allora la risata si smorza in un ghigno amaro. Avevano davanti due strade, piegarsi al ricatto del (per quanto?) nuovo alleato di governo che nel momento in cui è nato il Conte bis ha preteso dal Pd – che, lo ricordiamo, per ben tre volte aveva votato contro– il disco verde alla riforma che taglia con l’accetta il Parlamento, o disdettare quell’accordo stretto obtorto collo e fare quadrato attorno alla Costituzione e alla democrazia rappresentativa che ne è la traduzione concreta. Hanno scelto i primi. Ubi minor maior cessat, verrebbe da dire. Oggi il Pd ha dato in pasto all’antipolitica coerenza e credibilità. E pure se stesso a ben vedere, perché è ormai evidente che se riacquista forza il M5S, il Pd perde consensi. Ma, diciamola tutta, sarebbe poco. Ti vuoi immolare, prego accomodati. Il fatto è che sulla tavola imbandita per il mostro dell’antipolitica c’è la democrazia. Ed è tanto. Tantissimo. A meno che uno non creda, ingenuità o malafede, alla favoletta della democrazia diretta e alle magnifiche sorti e progressive della piattaforma Rousseau.

Mentre alla Camera vanno in scena le ultime battute e le dichiarazioni di voto il governo è schierato sui suoi banchi. E questo già dice lunga: è l’occhio del padrone che si posa sui parlamentari, affinché sappiano come devono comportarsi se vogliono durare e far durare il Conte bis. Di Maio annuncia urbi ed orbi che il popolo ha vinto. Intanto aspettando il voto consegna a Facebook il suo pensierino del giorno: "Alla Camera, aspettando il voto finale sul taglio dei parlamentari. Una riforma con cui la politica non chiede ai cittadini, ma dà! #1MiliardoDiMotivi". Poche settimane fa erano 500 milioni, ma per la propaganda ora diventa un miliardo in due legislature. E’ la stessa cosa ma fa più fico, anche se quelle cifre sono assolutamente non veritiere. Venghino signori venghino, chi taglia di più?

Una maggioranza bulgara. All’apparenza però. Sulla carta la riforma poteva disporre di 600 voti considerando che di fatto si è dichiarata contraria soltanto +Europa. I 14 no vengono tutti dal gruppo Misto oltre a quello di Marzia Ferraioli di Forza Italia. Gli astenuti sono Bruno Tabacci del Misto e la dem Angela Schirò. Per quanto riguarda le singole forze politiche, nei 5 Stelle in cinque non hanno partecipato al voto. Mentre nel Pd non hanno partecipato al voto Micaela Campana, Paolo Gentiloni e Francesca La Marca. Due deputati di Italia Viva non hanno partecipato al voto (si tratta di Nicola Carè e Massimo Ungaro) e poi Rossella Muroni di Leu. La più corposa compagine dei non partecipanti al voto è quella azzurra con 25 deputati. Si sono tenuti lontani da Montecitorio per non dover votare in dissenso rispetto alle indicazioni del partito.

La maggioranza giallorossa ha votato compatta la riforma. Il Pd l’ha vota come un sol uomo ma subendola, e infatti le dichiarazioni post voto dalle parti del Nazareno scarseggiano. A Zingaretti tocca assicurare, con scarsissima convinzione e un umore sotto le scarpe, che «la riduzione dei parlamentari è una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni. Oggi abbiamo deciso di votarla tenendo fede al primo impegno del programma di Governo e anche perché abbiamo ottenuto, così come da noi richiesto, che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano. Ecco il motivo del nostro sì rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa. Ora andiamo avanti per migliorare la vita degli italiani». Solo che quelle garanzie di cui parla sono delle pallide limature su un progetto che rimane comunque indigesto.

Trasuda imbarazzo il segretario dem. Molto più di Graziano Delrio che oggi pomeriggio argomentava che «il nostro no era a difesa dell'istituzione parlamentare e proprio perché abbiamo ottenuto garanzie diciamo con convinzione sì al taglio». Peccato non abbia letto la nota fortemente critica che in quelle stesse ore faceva circolare l’Anpi, l’associazione dei partigiani la quale esprimeva «preoccupazione e dissenso sulla riforma costituzionale in corso di approvazione, che taglia drasticamente il numero di parlamentari».Per l’Anpi la motivazione prevalente, se non esclusiva, di questa riforma, è un risparmio per le casse dello Stato. Tale risparmio in realtà è così esiguo da essere del tutto irrilevante per i conti pubblici, per di più sarà operativo fra anni, e comunque una riduzione dei costi non può essere l'obiettivo di una riforma che incide profondamente sulla natura della democrazia italiana».

In casa grillina invece è un florilegio di dichiarazioni. La loro è una vittoria corroborante che li risolleva dalla crisi in cui erano caduti nelle battute finali del Conte uno. Hanno recuperato il popolo senza mollare il palazzo. La quadrature del cerchio. Di Maio si immedesima addirittura in Neil Armstrong, il primo uomo che mise piede sulla superficie lunare: «E’ stato un piccolo passo per la politica ma un grande salto per il Paese e i cittadini» dice il capo delle feluche italiane indifferente al senso del ridicolo. E ovviamente intinge il suo discorso con la storia dei risparmi: «Con questo taglio risparmiamo 300 mila euro al giorno, quello che un cittadino in molti casi non riesce a guadagnare in una vita. Qualcuno storce il naso dicendo che non è tanto, ma oltre al risparmio c'è la semplificazione: da oggi in poi avremo meno testi pieni di emendamenti, norme e contronorme che complicano la vita al cittadino, e che erano fatte solo perché i parlamentari volevano mettere la propria firma». Se il parlamento non è più una scatoletta di tonno di certo si avvia ad essere un orpello.

Il Pd si è lasciato condurre nel recinto grillino come una mite mucca. Per ora darà il latte, un domani forse pure la carne. Il capo dei Cinque stelle si può dunque permettere di essere magnanimo. «Siamo stati e saremo sempre leali. Abbiamo stabilito un percorso per mettere a posto i regolamenti della Camera e del Senato, le leggi elettorali, per fare in modo che si attivino tutti i pesi e contrappesi che servono a questa riforma. Si apre un problema di rappresentanza? Di questo discuteremo da domani». Non solo. Chi nel movimento pensava fosse giunto il momento di ridimensionare Di Maio da domani dovrà tornare sui suoi passi. Enfatico pure Riccardo Fraccaro: «E' il giorno che aspettiamo da sempre. Con il sì trasversale delle forze politiche alla riduzione dei parlamentari il M5S fa la storia di questo Paese, scrivendo una stupenda pagina di democrazia».

Conte rapido come un gatto prende subito le misure. Ha capito che tira un’altra aria e che da domani i grillini avranno in mano il boccino: «Approvato dal Parlamento il ddl costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari. Una riforma che incide sui costi della politica e rende più efficiente il funzionamento delle Camere. Un passo concreto per riformare le nostre Istituzioni. Per l'Italia è una giornata storica» scrive su Twitter il premier.

Fuori dall’area di governo il dissenso è forte. E pure le preoccupazioni per il futuro. E già perché sulla partita della legge elettorale la partita è tutta aperta. «Il taglio dei parlamentari non associato ad un cambio di legge elettorale è un atto grave, politicamente demenziale, nel senso che si continua col mortificare la rappresentanza degli italiani. Anziché invitare il popolo a votare si assumono provvedimenti che diventano dei deterrenti. È un atto totalmente demagogico. Ci aspettiamo dal Pd e da Italia Viva una presa di posizione ragionevole. Se non si vuole svilire la rappresentanza è necessario passare ad una legge elettorale proporzionale con preferenze», afferma il segretario nazionale Udc Lorenzo Cesa che teme che nel Pd possano prevalere i fautori del maggioritario (in funzione anti Renzi).

Chi boccia senza appello la riforma è la senatrice di Più Europa, Emma Bonino. E va al nodo della questione: «Il voto di oggi alla Camera certifica in maniera drammatica l'egemonia culturale del Movimento 5 Stelle - e della sua ideologia antipolitica - sugli altri partiti della maggioranza. Il Partito Democratico, e naturalmente anche i deputati che oggi fanno parte di Italia Viva, prima dell'ecatombe odierna avevano votato per tre volte contro questa riforma, che decapita la rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni, e con ottime ragioni. Oggi, invece, hanno votato a favore. Ma in cambio di cosa? Di nulla» afferma la Bonino secondo la quale «i correttivi necessari a livello costituzionale e di legge elettorale sono stati solo promessi e queste promesse del Movimento 5 Stelle, come sappiamo bene, valgono quanto la carta su cui sono state scritte». E il suo compagno di parito Benedetto Della Vedova parla di «macelleria costituzionale». Ma malumori non mancano nemmeno in Forza Italia. Brunetta parla di «riduzione inutile, demagogica, l'inizio della fine per la democrazia parlamentare e rappresentativa. Oggi è un brutto giorno per le nostre istituzioni repubblicane: l'antipolitica sembra vincere su tutto, su tutti. Quello mio di oggi è solo un piccolo gesto. Spero non rimanga isolato». Mentre Osvaldo Napoli, del direttivo di Forza Italia alla Camera, che pure ha votato sì, si dice pronto «a firmare con altri colleghi la richiesta di referendum sulla legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Sulla base del quinto comma dell'art. 138 della Costituzione, sono sufficienti le firme di un quinto dei senatori o dei deputati per attivare il referendum. Firmerò per due ragioni: per denunciare l'inganno sulla riduzione dei costi della politica; perché siano gli italiani, con informazione e dati corretti, a far conoscere il loro giudizio». Gianfranco Rotondi addirittura evoca la P2 che infatti nel piano di rinascita democratica si prefiggeva esattamente la riduzione del numero dei parlamentari. Memorabile e appassionato l’intervento di Vittorio Sgarbi: «Siamo di fronte a un voto di scambio senza precedenti, che Pd e Forza Italia viva concedono a Grillo, perché è lui che prende i voti. Si concede di fare uno stupro a questo parlamento. Ipocriti, bugiardi, falsi - ha aggiunto - Non c'è categoria al mondo che si riduce lo stipendio, la pensione, il numero. Anche Fi muore se vota con i cinque stelle. Siamo qui a celebrare un suicidio non assistito. Abbiate il coraggio di votare contro».

Caustico Bruno Tabacci del gruppo Misto che si è astenuto: «Si va verso un sinedrio sempre più ristretto, altro che casta. E' come se per perdere peso noi vorremmo amputare un arto» spiega, sottolineando che «si prospetta un risparmio simbolico e maggiore efficienza dei parlamentari, come se meno parlamentari possono fare meno danni».

E Italia Viva? Il partito di Renzi gioca con molta più spregiudicatezza del Pd. Sarà che sul tema riforme Renzi è molto più alleanato dei suoi ex compagni di partito. E infatti il fido Giachetti si domanda nel suo intervento in Aula: «il taglio del numero dei parlamentari la riforma che serve per l'efficienza del parlamento e produrre un risparmio dei costi? E' del tutto evidente che non è così. Ciò che servirebbe sarebbe il superamento del bicameralismo perfetto». Giachetti annuncia il suo voto favorevole «per lealtà verso il governo ma con «questo voto finisce qui il mio dovere di lealtà verso l'esecutivo. E mi adopererò per lo svolgimento del referendum e sarò il primo a costituire un comitato per il no alla riforma». Chiaro il messaggio: il Vietnam nell’esecutivo non è finito. E’ appena iniziato.


Giampiero Cazzato

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