Di Maio minaccia stop a contributi Ue senza intervento sulla Diciotti, Europa frena: «Dovere legale»

Di Maio minaccia stop a contributi Ue senza intervento sulla Diciotti, Europa frena: «Dovere legale»


Luigi Di Maio

Dopo gli attacchi del ministro degli Interni Matteo Salvini ad un'Europa «vigliacca» è il turno dell'altro perno attorno a cui ruota l'esecutivo, il capo politico grillino Luigi Di Maio, di scagliarsi contro la Comunità e Bruxelles in merito allo stallo che vede protagonista la motovedetta della Guardia Costiera Diciotti, da giorni ormai ormeggiata presso il porto di Catania, in attesa di una via libera da parte del Viminale per sbarcare i 150 migranti adulti a bordo.

Il tira e molla a cui abbiamo assistito per buona parte dell'estate, con l'Italia a fare la voce grossa contro un'organizzazione deficitaria da parte dell'Europa nella gestione dei flussi migratori dal Nord Africa e della conseguente accoglienza delle migliaia di persone che ogni giorno sbarcano sul suolo europeo, ha raggiunto livelli di scontro inediti, in un crescendo di aggressività sfociata in più o meno aperte minacce. Inflessibile il vicepremier leghista nel non volere a tutti i costi mollare la presa, trasformando quello della Diciotti in un caso internazionale che ha visto oggi radunarsi nella capitale belga, cuore politico dell'Ue, un pool di tecnici ed esperti, rappresentanti di diversi Paesi membri, per trovare una difficile via di risoluzione per la vicenda e tentare di stilare un piano comune anche per i casi futuri che senza dubbio si ripresenteranno nel breve periodo. Incontro terminato con un nulla di fatto, vista l’incapacità di trovare elementi comuni tali da sancire una strategia efficace che possa accontentare l’Italia così come gli altri Paesi geograficamente colpiti in maniera più pressante dal problema. Un fallimento, quello tentato dagli sherpa, che ha come unico risultato quello di esporre a una ormai comprovata solitudine l’Italia e le sue politiche. A rincarare la dose è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, che ha affidato a Facebook un pensiero duro circa l’esito delle trattative sul caso Diciotti e più in generale sulla gestione del traffico di migranti nel Mediterraneo. Ha parlato di «ipocrisia europea» il premier, turbato nel vedere relegati ai propositi verbali quegli impegni di reciproca solidarietà su cui ha fondato tutta la sua opera diplomatica nei precedenti consessi europei. «L’Italia è costretta a prendere atto che l'Europa oggi ha perso una buona occasione: in materia di immigrazione non è riuscita a battere un colpo. È noto a tutti che l'Italia sta gestendo da giorni, con la Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati. Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti, ne trarremo delle conseguenze».

È andato oltre però il delfino di Beppe Grillo, arrivando persino a minacciare un'interruzione da parte italiana dei contributi annuali al bilancio Ue, stimabili in venti miliardi l'anno. «Non vogliamo essere presi in giro dagli altri paesi dell'Unione. Diamo 20 miliardi ogni anno all'Ue e ce ne rientrano poco più di 10. Vogliamo anche contribuire al bilancio, ma se c'è un progetto, una volontà di aiutarci in maniera reciproca. Altrimenti io con 20 miliardi altro che quota 100 per superare la Fornero, faccio quota 90 o 80». Parole gravi quelle del vicepremier e inquilino del ministero del Lavoro, che hanno trovato subito pronta risposta nel portavoce della Commissione Alexander Winterstein, che ha ricordato a Di Maio che i contributi annuali sono vincolati da un obbligo legale e che «in Europa le minacce non portano a niente». Dello stesso avviso il cancelliere austriaco e guida della presidenza semestrale Ue, Sebastian Kurz, che nonostante le note posizioni sovraniste, spesso collimanti col pensiero gialloverde sul tema dell'immigrazione, non ha voluto soffermarsi sugli attacchi del governo italiano, dando «poco conto alle minacce, e specialmente a minacce del genere», speficicando poi di essere comunque sicuro che «non si arriverà a tanto». Unica apertura, almeno verbale, sembra quella della cancelliera Angela Merkel, che sta vedendo andare in fumo anni di diplomazia e accordi, con il documento di Dublino superato de facto, e il rischio di vedere svanire anche gli accordi di Schengen e che, tramite il suo portavoce, ha ricordato quanto sia doveroso da parte della Comunità non «lasciare sola l'Italia». Un'uscita che non ha gradito nemmeno il titolare del Dicastero di via XX Settembre, Enzo Moavero Milanesi, che ha ricordato a Di Maio che «versare i contributi è un dovere legale», anticipando poi «un confronto su questo e altre questioni». Ipotesi rigettata anche dal Commissario europeo al bilancio, Gunther Oettinger, il quale ha prospettato azioni di ritorsione qualora la minaccia si traducesse in realtà. Nel caso specifico, per l'Italia, si prospetterebbero forti tassi di interesse sui contributi non versati e sanzioni mai prima adoperate da quando esiste l'Ue.

Siamo alle solite, dunque. Tra rimbrotti reciproci e l'incapacità di superare gli stalli, l'Europa dimostra ancora una fragilità nella sua sostanza che non le consente di crescere e affrontare le questioni che ne minano la credibilità e la compattezza. Quanto sta avvenendo a Catania e quanto è già avvenuto in passato, dimostra come non vi sia una figura politicamente in grado di riunire interessi e visioni così diverse tra i Paesi membri e il rischio, sempre più concreto, di vedere un'Unione attiva soltanto per fini commerciali ed economici, sorda invece quando sono le persone e il loro destino al centro del dibattito, mette a nudo differenze culturali difficilmente, se non impossibilmente, conciliabili che finiscono col mettere in dubbio l'esistenza stessa di un'Europa al di fuori delle sue sedi istituzionali e dei simboli di cui si ammanta.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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