Emanuele Grimaldi :“Pronti ad acquisire nuovi porti e compagnie. Basta aiuti a chi è fallito”

Emanuele Grimaldi, Amministratore delegato del Gruppo Grimaldi a La Stampa:




I l 2020 chiuso con un risultato positivo, malgrado un fatturato ridotto di 400 milioni a 2, 8 miliardi. E la prua puntata verso nuove acquisizioni: di navi, porti e concorrenti. Le ambizioni di Emanuele Grimaldi, a capo dell’omonimo gruppo armatoriale napoletano, prima azienda del Sud per volume d’affari e quindicimila dipendenti, non arretrano di fronte all’emergenza Covid. «Guardiamo avanti, come sempre. L’anno scorso abbiamo avuto danni molto forti nella parte passeggeri e in quella automotive: con le fabbriche chiuse abbiamo dovuto fermare 15 navi. Ma siamo riusciti ad archiviare un bilancio positivo».


Come?


«Tagliando i costi e chiedendo supporti ai fornitori. Devo essere sincero: abbiamo anche avuto la fortuna di avere un costo del petrolio molto basso. Tra aprile e maggio il barile è arrivato a 20 dollari: oggi siamo tornatia60,piùomenoailivelli di un anno fa, e non possiamo certo lamentarci. Stiamo tenendo la barra dritta, anche il 2021 avremo un risultato positivo».


Il Covid ha impattato negativamente sui vostri piani di sviluppo?


«Tutt’altro. Abbiamo preso in consegna tre navi solo a gennaio, non era mai successo nella nostra storia. E siamo in trattativa per altre sei».


Navi di che tipo?


«Navi multipurpose per il trasporto di auto, trattori, camion e contenitori. Quelle che utilizziamo sono car carrier di grandidimensioni,cheportano3-4. 000autoeunmigliaiodicontenitori. Ne ordineremo altre sei, appunto, più moderne e innovative. Siamo in fase di negoziazione con i cantieri».


Cantieri cinesi?


«Non solo. Diciamo che stiamo dialogando con diversi stabilimenti del FarEast. I cantieri italiani non hanno interesse a costruire questo tipo di navi: sono concentrati sulle unità militari e su quelle passeggeri».


State anche partecipando al bando di privatizzazione dei porti lanciato dal governo greco. Con quali obiettivi?


«Siamo molto interessati al porto di Heraklion, dove ha sede la nostra compagnia Minoan: è uno scalo che reputiamo strategico, da qui facciamo 700 viaggi all’anno, peraltro con navi realizzate da Fincantieri. E poi c’è Igoumenitsa: siamo in gara anche per quel porto».


Non solo navi: il vostro gruppo è presente in molte infrastrutture di terra.


«In Svezia l’unico porto privatizzato è gestito da noi. Ma siamo presenti anche ad Anversa, in Nigeria, per citare alcune località. In Italia abbiamo terminal a Monfalcone, Palermo, Salerno, Gioia Tauro, Savona»


Parliamo di linee. Negli ultimi mesi avete raddoppiato i collegamenti tra Ancona e la Grecia, potenziato le partenze da Brindisi, avviato la Palermo-Cagliari. Volete presidiare sempre di più il Mediterraneo?


«Certo, e siamo pronti ad acquisire compagnie. Ovviamente per fare operazione di acquisizione c’è bisogno del venditore, e oggi la situazione è complessa. Penso ad Anek Lines, ma non è la sola. A dire il vero ci sarebbero tutti i presupposti economici, perché ci sono aziende che possiedono solo debiti. E non mi riferisco a qualcuno in particolare: almeno quattro grandi armatori che operano nel Mediterraneo hanno in pancia debiti che valgono il doppio della compagnia. La vera domanda è: banche e istituzioniquandosmetterannodifareconcorrenzaslealeagliarmatorisanidandosoldiachinonli potrà mai restituire? Lo dico in veste di vicepresidente degli armatori mondiali: la concorrenza sleale non è qualcosa che può essere utilizzato come ristoro. Il ristoro va distribuito alle categorie, a tutti coloro che impiegano persone e non riescono a lavorare. Si vuole pagare in parte lo stipendio dei marittimi, come ha fatto la Danimarca? Facciamolo, ma per tutti e in modo uguale. Nessuno può distribuire licenze per uccidere la concorrenza. Non si può, la scusa della pandemia, salvare chi sarebbe fallito anche senza coronavirus. Si trasmette un messaggio sbagliato al mercato».


Qual è, allora, la ricetta?


«Abbiamo troppi settori polverizzati, mentre ci sarebbe bisogno di far crescere campioni nazionali. Io ho 15. 000 dipendenti, più della metà sono italiani: è interesse del Paese proteggere realtà come questa. Poi, diciamola tutta, certe situazioni sono illegali: le ho impugnate e continuerò a farlo».


Si riferisce a Tirrenia?


«Le faccio un esempio banale: ci sono rotte dove io impiego navi italiane e nuove, lui (l’armatore Vincenzo Onorato, ndr) usa navi vecchie e prende soldi pubblici. Perché? La verità è che dovrei chiedere un risarcimento allo Stato, come è successo in Francia per le rotte sulla Corsica: chi ha fatto ricorso ha già vinto in primo grado. Non dobbiamo creare un altro caso Alitalia. Non si mantiene in vita una compagnia facendo pagare più tasse agli italiani».


A proposito di Tirrenia: come vi comporterete, alla scadenza della convenzione?


«Per quanto mi riguarda, quella convenzione è scaduta il 18 luglio scorso. Tant’è che Tirrenia non ha più ricevuto soldi: chiunque dovesse firmare una decisione del genere rischierebbe il danno erariale. Ogni tanto sento dire – lo ha detto anche qualche ministro che il mercato dei traghetti è libero. Certo che lo è: ma grazie a quegli imprenditori che lavorano rischiando in prima persona, senza prendere soldi pubblici. E non parlo solo di Grimaldi: anche A ponte opera in Italia senza sussidi. Bisogna prendere atto senza indugi di questa situazione, perché le risorse pubbliche oggi più che mai servono al Paese, agli ospedali, ai servizi essenziali».—

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