Fabrizio Cicchitto a Il Riformista: "Non c’è tempo da perdere: chiudiamo tutto subito!"

ERRORI DI CONTE E DI SALVINI: MA IL GOVERNO NON SI TOCCA

Oggi non esistono né le condizioni per le elezioni anticipate né quelle per la costituzione di un nuovo esecutivo di unità nazionale guidato da Draghi. Ma basta rimpallo tra Regioni e governo centrale!




Le prime misure economiche prese dal governo sono state reali, ma anche limitate e ritardate dalla burocrazia. Con un sistema sanitario indebolito da tagli per 37 miliardi, con molti ospedali inefficienti e con la medicina di base ridotta ai minimi termini noi avremmo dovuto chiedere subito il Mes. Non lo abbiamo fatto per responsabilità congiunte del M5s dal governo e di Lega e Fratelli d’Italia dall’opposizione. Invece Berlusconi e il suo esperto economico Brunetta fi n dall’inizio si sono dichiarati favorevoli. Però la sospensione del lockdown avrebbe richiesto una grande cautela e il rispetto assai rigoroso delle regole minime che sono state indicate unanimemente da tutte le autorità politiche e dagli esperti sanitari (che litigano selvaggiamente sul resto): le mascherine, la reiterata pulizia delle mani, il distanziamento sociale e individuale. Invece da luglio a settembre è avvenuto ben altro: la fi ne del lockdown è stato interpretato da molti come una sorta di tana libera tutti. C’è anche stata una sorta di rivolta giovanile per cui molti giovani si sono buttati a corpo morto nel divertimentificio internazionale (Croazia, Mykonos, Ibiza, Formentera) per poi concentrarsi tutti in Sardegna (in primis Porto Rotondo), divenuta così terra di contagio. Le Regioni in agosto hanno aperto le discoteche, mentre movide e assembramenti fuori dai bar e dai ristoranti caratterizzavano le piazze e i vicoli di molte grandi città. Tutto questo movimento non è stato per nulla contrastato in modo esplicito né dal governo né dai presidenti di Regione, né dai sindaci. Noi paghiamo adesso le conseguenze di questi mesi di spensieratezza e stiamo chiudendo le stalle quando i buoi sono scappati. Poi ci sono state da un lato prese di posizione demenziali, dall’altro carenze di una serie di interventi specifici. Il professor Zangrillo ha dichiarato in televisione: «Sulla base della mia esperienza, il virus è clinicamente morto», dando una copertura scientifi ca a queste dissennatezze. Passiamo alle responsabilità politiche di una parte dell’opposizione e del governo. Salvini non si è fatto mancare nulla: sempre contrario al Mes, fi no a poco tempo fa è stato favorevole insieme a Bagnai e Borghi anche a uscire dall’euro. Adesso su quest’ultimo punto è stato condizionato da Giorgetti. Ma Salvini ha fatto sistematicamente da sponda all’insofferenza contro le mascherine (si è rifiutato di metterla anche in parlamento e ha partecipato a una manifestazione negazionista) e ha provocato assembramenti incontrollati in tutta Italia. Quindi allo stato Salvini è ancora il più forte sostenitore del governo Conte perché nessuno può dare un ruolo politico determinante a chi è inattendibile nella lotta al virus e a chi può mettere in questione i rapporti dell’Italia con l’Europa laddove, al netto del Recovery Fund e del Mes, oggi l’Italia regge per il sostegno della BCE. A sua volta il governo da aprile in poi non ha acquistato milioni di vaccini per l’influenza e milioni di tamponi realizzando un sistema nazionale di tracciamento perché gli asintomatici sono la questione fondamentale. Ad agosto il prof. Crisanti aveva presentato un piano nazionale sul tema, ma nessuno gli ha risposto. Ora Crisanti può darsi che sia antipatico agli altri scienziati e a molti politici, ma il piano nazionale di tamponi per il tracciamento andava comunque fatto. Governo e Regioni da giugno avrebbero dovuto occuparsi di rafforzare il sistema dei trasporti urbani in vista della riapertura delle scuole e ciò non è stato fatto. Il governo (che qualcosa in materia ha fatto) e specialmente le Regioni in questi mesi avrebbero dovuto rafforzare e ristrutturare gli ospedali e attrezzare i medici di base (anche munendoli di mascherine, occhiali, camici adeguati) in modo che essi possano fare da fi ltro evitando l’intasamento dei pronto soccorso. Pochissimo di questo è stato fatto anche perché un sostanziale ottimismo ha coinvolto quasi tutti, uomini di governo e dell’opposizione, opinion leader ed esperti. Tutto ciò è stato contraddetto dalla realtà. Mentre la Cina, Taiwan, il Giappone, la Corea del Sud, nella varietà dei regimi politici, sono stati capaci di eliminare o di ridurre il virus ai minimi termini, gli Usa, il Brasile e buona parte dell’America Latina, tutta l’Europa si sono rivelati incapaci. Alla vigilia dell’inverno il virus è ripartito e adesso dobbiamo fare i conti con esso. Abbiamo elencato gli errori del governo e quelli dell’opposizione alla Salvini (Berlusconi si è comportato in modo diverso), ma oggi non è certo il momento di una crisi di governo. Parte dei provvedimenti del governo sono criticabili ma bisogna capirne la ratio: i trasporti urbani, le movide con assembramenti notturni e, a quanto sembra dagli ultimi accertamenti scientifici, anche la scuola sono le cause principali di propagazione del virus insieme al conseguente contagio familiare (i giovani che si sentono immuni fregano padri, madri, fratelli, nonni e amici). D’altra parte la Germania e la Francia stanno prendendo provvedimenti dello stesso tipo e Giorgia Meloni può certamente criticare il governo per le sue carenze, ma non può dire che la responsabilità di questa esplosione del virus che riguarda non solo l’Italia sia solo e soltanto del governo Conte. Arrivati a questo punto bisogna prendere di petto sia la questione politica sia la seconda fase del contagio. Oggi non esistono né le condizioni per elezioni anticipate né quelle per la costituzione di un nuovo governo di unità nazionale guidato da Draghi. L’ipotesi di un governo Draghi di unità nazionale è reso impossibile allo stato dalle posizioni sull’Europa sia della Lega che di Fd’I. Allora bisogna fare i conti con questo governo, con i suoi rapporti con le Regioni e con il confronto fra maggioranza e opposizione. Quindi è semplicemente suicida fare un Dpcm ogni tre giorni all’inseguimento dell’andamento del virus che ha una sua velocità del tutto imprevedibile. In più tutti gli aspetti negativi con cui dobbiamo fare i conti (l’andamento del virus, l’andamento del tutto farraginoso dei tamponi, la condizione disastrosa di molti ospedali, le condizioni pericolose dei trasporti urbani, il fatto che come dimostra anche l’esperienza israeliana le scuole costituiscono un moltiplicatore del contagio) vanno messi in conto al governo, ma anche a diverse Regioni di centro-destra e di centro-sinistra. Di conseguenza il palleggiamento sia delle responsabilità sia di chi deve prendere le decisioni rischia di essere del tutto inutile e negativo. Allora a nostro avviso l’unica via d’uscita è quella di una decisione immediata per un lockdown chiaro e netto (che salvi il lavoro dell’industria manifatturiera e quello delle attività commerciali funzionali alla vita quotidiana della gente) il tutto gestito con un’intesa fra maggioranza e opposizione. Purtroppo mentre scriviamo le cose non si presentano così. Da un lato il governo punterebbe su scelte differenziate per Regioni e per categorie, dall’altro lato a questo punto i tre partiti d’opposizione (Lega, Fd’I, a cui si sta uniformando pure FI) non vogliono più alcun intesa col governo. Entrambe queste posizioni non sono all’altezza della gravità della situazione e mettono in evidenza che c’è una classe politica che non è in grado di fare i conti con la situazione più grave che l’Italia sta affrontando dal ‘44-‘45 ad oggi. Nella sua esposizione al parlamento il presidente del Consiglio Conte ha espresso la preferenza per una differenziazione dei provvedimenti restrittivi dividendo le Regioni in tre livelli a seconda di una serie di parametri. Francamente il disegno appare ingegnoso e sofisticato, ma molto complicato, di difficile attuazione con possibili forti contraddizioni, ragione per cui rimaniamo del parere che è più efficace la forma più netta e più omogenea di lockdown per tutte le Regioni, fermo rimanendo la continuità dell’industria manifatturiera. A nostro avviso ciò per un verso è più efficace, forse per la sua incisività più ristretto nel tempo, probabilmente meno suscettibile di contrasto e di proteste vista la generalizzazione dell’intervento.

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