Fabrizio Cicchitto: Cosa fare dopo il referendum e le elezioni.



Da quei 7 milioni può nascere una nuova forza riformista.

Fabrizio Cicchitto, Presidente Riformismo e Libertà al quotidiano Il Riformista.


“È tutt’oro quello che luccica? Alle elezioni regionali c’è stata una vittoria secca di Zingaretti e di Conte o piuttosto una sconfitta secca di Salvini? Zingaretti ha evitato il peggio, cioè la rimessa in discussione della sua segreteria, inevitabile se fosse finita 5-1 per il centro-destra, o il suo indebolimento se fosse finita 4-2 con la perdita della Toscana. Malgrado qualunque risultato, però, ci sarebbe stato sempre il soccorso verde offerto da Salvini, perché qualora col successo in Toscana egli si fosse rafforzato, si sarebbe anche accentuata la sua posizione antieuropea, dall’anti Mes fi no all’anti euro. Ora, non solo tutto l’establishment, ma anche il più sprovveduto dei grillini ha capito che senza l’Europa l’Italia sarebbe fatta a pezzi dagli spread, dai rating, dalle speculazioni finanziarie. Conte e Zingaretti hanno guadagnato un po’ di tempo e un po’ di stabilità. Guai a pensare, come fa il vertice PD, che si è trattato di una vittoria che porta governo e maggioranza ad arrivare tranquillamente fi no al 2023. Al netto di tutto, i grillini hanno il problema strategico grande quanto una casa che non può essere risolto con il consueto ricorso a tecniche procedurali. I grillini sono nati in seguito ad una geniale invenzione di Grillo e di Casaleggio, che dall’alto hanno fondato il movimento dell’antipolitica totale, schierato contro tutto e tutti, non solo contro i partiti, ma anche contro l’industria, le opere pubbliche, financo le Olimpiadi. Una sorta di sbocco politico-partitico a tutta l’antipolitica accumulatasi dai tempi della questione morale sollevata da Berlinguer, da Mani Pulite e dal libro che è il Vangelo secondo Rizzo e Stella: La casta. Il risvolto sul piano politico di tutto ciò era il rifi uto di qualunque alleanza politica, anche perché sulle altre forze i giudizi erano tranchant. Orbene, un soggetto politico di questo tipo, avendo conquistato il 32% alle elezioni del 2018, per conservare questo straordinario e imprevisto tesoretto è arrivato al punto di fare esattamente l’opposto di tutto quello che aveva teorizzato quand’era sorto. Dal 2018 in poi, il M5S è rimasto sempre al governo con lo stesso presidente del Consiglio, ma con due alleanze di segno opposto, una con la Lega al massimo dell’estremismo salviniano e l’altra con il PD. Adesso però, a metà della legislatura, il M5S si trova a dover fare quello che per i disprezzati partiti tradizionali, dotati di un Segretario, di una Direzione, di un Comitato centrale e divisi in correnti esplicite (la DC e il PSI) o sottotraccia (il PCI) è sempre stata un’operazione impegnativa, ma praticata quand’era necessario, cioè quando era in ballo una scelta di strategia politica. Le scelte strategiche che stanno oggi davanti ai grillini sono due: quella di chi propone il ritorno alle origini, alla posizione globalmente populista di conio venezuelano come chiedono Di Battista e altri, oppure l’elaborazione e le esplicitazioni delle ragioni per cui il M5S rimane al governo in alleanza con il PD e proietta questa alleanza anche per il futuro, cioè per le prossime elezioni politiche. La prima scelta è in un certo senso semplice e facile, ma presenta il rischio di ripetere a tanti anni di distanza la famosa carica della cavalleria inglese a Balaklava: essa porta a provocare la crisi di governo e le elezioni anticipate, mettendo nel conto la strage degli attuali parlamentari. L’altra operazione è molto più complessa e difficile, anche perché non si tratta più di giocare di rimessa, in seguito alla follia salviniana dell’8 agosto 2019, e quindi di rispondere ad essa con l’abile arringa insieme difensiva e accusatoria dell’avvocato del popolo Giuseppe Conte. Da allora ad oggi, il M5S è vissuto di rendita sull’esigenza di respingere il frontale attacco salviniano, confermando la sua presenza al governo e poi sull’esplosione della pandemia che ha esaltato lo stato di necessità. Adesso, invece, si tratta di operare un salto di qualità e motivare le ragioni della sua collocazione al governo, della sua intesa con il PD e di una serie di scelte programmatiche in modo preciso e motivato. Visto il punto di partenza e vista anche l’esistenza di una contestazione globale non si tratta di un’operazione né semplice né facile. Perché? Perché, in questo secondo caso, il rischio di perdere qualunque ragione di esistenza politica e ideale è molto rilevante. Di conseguenza è probabile che lo spirito di sopravvivenza immediata prevalga su tutto, ma è invece possibile che in almeno una parte dei parlamentari grillini prevalga la suggestione della fedeltà alle origini, della testimonianza eroica, del rifiuto dell’omologazione. In questo caso è possibile che quella che nell’immediato è apparsa una sicura stabilizzazione si traduca in un bel botto, come alla fi ne del fi lm di Antonioni Zabriskie Point. Se passiamo dal mondo dell’imprevedibilità e dell’irrazionalità a quello della razionalità e del calcolo, qual è il mondo del PD, di certo le ragioni per tirare un respiro di sollievo ci stanno tutte, ma la motivazione secondo la quale si è trattato di un risultato che risolve e stabilizza tutto il quadro sono destituite di fondamento. A ben vedere, anche in questo caso c’è stato il soccorso verde di Salvini che aveva parlato di 7-0 e che si era detto certo della vittoria in Toscana e in Puglia, ora però sono uscite dal radar alcune considerazioni con cui bisogna fare i conti. Il PD ha perso nettamente nelle Marche, per cui il rapporto nelle Regioni è di 15 al centrodestra e 5 al centrosinistra. Prima aveva perso in Umbria. Il che significa che è saltato il sistema delle Regioni rosse. In verità, non è che in Emilia-Romagna e in Toscana sia stata una passeggiata: comunque in Toscana il centro-destra è arrivato al 40%. Fatto sta che al PD resta l’Appenino tosco-emiliano, mentre nei decenni passati governava le Regioni appenniniche del Centro Italia. Con buona pace di alcuni esponenti del Nazareno, che si appropriano delle vittorie della Campania e della Puglia. Al contrario, i successi sono ascrivibili ai Presidenti De Luca ed Emiliano che hanno costruito delle “coalizioni pigliatutto”. Un altro dato uscito dal radar è che in Liguria il “blocco del popolo”, cioè l’alleanza fra il PD e il M5S, c’è stato, ma i suoi esiti non sono stati certo brillanti. Per intanto, il PD, quale che sarà il sistema elettorale, ha di fronte a sé enormi problemi, problemi riguardanti la sua stessa essenza e la qualità politica, la sua leadership e problemi di alleanze. C’è, però, non sul terreno del PD, la speranza costituita dal 30% che ha votato No al referendum. Che potremmo definirlo riformista. Su quel terreno non il PD nel suo complesso - sembra che il 40% del PD abbia votato No -, ma il PD di Zingaretti ha dato il peggio di se stesso: dopo tre No in parlamento ha votato Sì. Il Sì ha avuto una sua ipoteca politico-culturale, quella del populismo più estremo e più becero, nel migliore dei casi dall’antiparlamentarismo indotto dal libro La casta all’insegna di un qualunquismo sostanziale. Il vero retroterra ideologico del Sì è stato quello espresso ieri e oggi da Grillo. Ieri (10 settembre 2011) Grillo chiamava il parlamento «un’accozzaglia di cozze, nominate da cinque segretari politici, attaccate alla poltrona. Noi siamo dalla parte giusta della storia. Per questo non c’è colloquio, non c’è dialogo, non c’è contraddittorio». Oggi Grillo ha detto che il parlamento è superato e che si dovrebbe governare attraverso i referendum. Malgrado l’antipolitica del qualunquismo colto, l’antipolitica becera, il pronunciamento di quasi tutti i partiti, il No ha ottenuto il 30%, fra i 7 e gli 8 milioni di voti. Chi si è più esposto in questa battaglia sono stati i Radicali nelle loro varie componenti, i Socialisti del PSI, Carlo Calenda, un pezzo di Italia Viva, un pezzo del PD, qualche esponente di Forza Italia, Giancarlo Giorgetti (ma questo come vedremo è un capitolo a parte), il settimanale L’Espresso, giornali come Il Riformista. È possibile partire di qui per costruire un soggetto politico riformista? È una speranza, non una certezza, ma l’indicazione del lavoro politico per l’oggi e per il futuro, che è richiesto, anzi imposto anche da una serie di questioni che stanno sul tappeto, dalla riforma della giustizia, alla stessa impostazione che si darà o non si darà all’utilizzazione delle risorse derivanti dal Recovery Plan e dall’utilizzazione o meno del Mes. Che sia indispensabile la crescita di una robusta componente riformista e garantista è richiesto da un altro problema, non è detto che il centro-destra continui a fare il favore all’attuale maggioranza di governo di consentire ancora al sovranista-populista Salvini di menare la danza. Può anche darsi che il centro-destra arrivi a capire che con questo Salvini non va da nessuna parte. Su questo, da un lato per parte sua Giorgia Meloni ha fatto alcune mosse molto importanti e tutto ciò è accentuato dalla sua nomina a presidente dei Conservatori e Riformisti europei; dall’altro lato, nella Lega, Giorgetti e Zaia esprimono posizioni di politica interna e politica estera certamente lontane mille miglia dalle follie anti euro dei Borghi, dei Bagnai e dello stesso Salvini, per non parlare degli ambigui rapporti con Putin. È una corsa contro il tempo. In primo luogo, perché non si può dare per scontato che il governo sopravviva per il confronto in corso tra i grillini, in secondo luogo perché nel PD l’abile opportunismo di Zingaretti serve per galleggiare, ma non per fare il salto di qualità che la situazione richiede sia per gestire l’oggi sia per preparare il futuro. Di riformismo e di garantismo c’è una grande domanda, quindi. Ci auguriamo che a partire da larga parte dei protagonisti della battaglia del NO ci sia chi su questo terreno è disponibile a battere un colpo senza pretendere di avere in partenza il bastone del Maresciallo.”

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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