Fino a che punto bisogna credere alle agenzie di rating

Questi sí che sono poteri forti. Più del Bildenberg, più della Trilateral, le agenzie di rating sono una sorta di Spectre inattaccabile da qualsiasi legge, che fanno il bello e cattivo tempo sui mercati. Basta il declassamento di un gradino e un Paese si ritrova sull’orlo del lastrico, costretto a suon di tassi stellari a pietire credito ai grandi investitori.


Il mercato mondiale del rating è in mano, non è un eufemismo, a tre “grandi sorelle” , Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, che in condizioni di assoluto monopolio, ne hanno la supervisione e mettono i voti. Detengono ben il 95% del mercato. Qualcuno ha provato ha infilarsi in questo business, ma le regole di entrata, i requisiti imposti dall’Esma per ottenere la licenza sono talmente elevati e costosi che di fatto bloccano nuovi ingressi.


Nonostante non abbiano alcuna concorrenza, le tre agenzie di rating, non sono immuni da sbagli. E quando li fanno sono talmente macroscopici da generare crisi mondiali. Non avevano infatti previsto la crisi dei mutui subprime che è stata l’origine della recessione di cui ancora patiamo gli effetti.


Moody’s la seconda agenzia del mondo, proprio quella che ha declassato l’Italia a Baa3 da Baa2, un gradino sopra al livello “spazzatura” (cioè che il nostro Paese non è affidabile e i titoli sono a rischio rimborso), ha dovuto patteggiare, due mesi fa, una multa di oltre 15 milioni di dollari per violazioni sulle procedure di calcolo che applica regolarmente su alcune classi di bond: in 54 casi non è neppure riuscita a spiegare per quale motivo i rating assegnati fossero materialmente diversi dai risultati impliciti previsti dai modelli di valutazione utilizzati per i derivati. Se si pensa che solo in Europa circolano derivati che hanno un valore nozionale di oltre 660mila miliardi di euro, il problema non è da sottovalutare.


Standard & Poor’s ha dovuto chiudere con un patteggiamento record da 1,3 miliardi di dollari l’inchiesta federale sulle manipolazioni dei rating nella crisi dei mutui. Non solo. Come ricostruisce il Sole 24Ore, prima aveva patteggiato una sanzione da 150 milioni di dollari per chiudere un altro filone di inchiesta sulle “valutazioni allegre” dei derivati immobiliari.

Moody's ha tagliato il rating dell’Italia spiegando che la decisione è causata dal "cambio concreto della strategia di bilancio con un deficit" che si annuncia "significativamente più elevato" rispetto alle attese. Sotto il tiro dell’agenzia ci sono le misure della prossima manovra economica: in particolare, il reddito di cittadinanza, il rilancio dei centri dell'impiego e anche la riforma della legge Fornero sulle pensioni ("che pone a rischio, nel lungo periodo, la sostenibilità del sistema previdenziale").


Moody’s sottolinea che “le nuove spese per queste riforme sono strutturali e difficili da invertire” e senza copertura. Ma soprattutto manca, avverte l’agenzia di rating, una “coerente agenda di riforme", e questo determina il prosieguo di una "crescita debole nel medio termine".


L'Italia, insomma, va incontro a una "mediocre performance" economica. Qualora il debito dovesse crescere ancora nei prossimi anni, a giudizio di Moody's il Paese avrebbe più difficoltà ad avere accesso al mercato del credito, perché farebbe fatica a vendere i titoli di Stato.


Fermo restando le criticità di una manovra fatta per la maggior parte in deficit, restano i dubbi sulla attendibilità delle previsioni di Moody’s come delle altre agenzie di rating che hanno, come detto, dato prova di essere scarsamente affidabili.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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