G. Camusso “In altri Paesi i cittadini conoscono già il giorno e l’ora in cui saranno vaccinati”

Intervista a Susanna Camusso, ex Segretario Generale della CGIL


“La chiusura delle scuole e delle università procurerà danni, ancora incalcolabili, alle giovani generazioni”

“Mi indignano un dibattito politico incomprensibile e la mancanza di trasparenza sulle misure anti Covid e sulle vaccinazioni”



La scena politica italiana non è entusiasmante. Nonostante le chiusure, i contagi e i decessi non calano in modo consistente. Le vaccinazioni, nonostante le rassicurazioni, procedono a rilento. Questa mattina le scuole si sono riaperte solo in tre Regioni…

Il suo, mi sembra, un elenco esaustivo. Aggiungo che alle mille distanze, che il virus determina, si dovrebbe contrapporre una maggiore partecipazione e, invece, prevale una logica del tutto contraria. Le distanze si alimentano, si dilatano. Con decisioni incomprensibili, comprese quelle che riguardano più direttamente i cittadini. Le scelte sulle apertura e sulle chiusure appaiono molto lontane. E non trasparenti.


Mi può fare un esempio?

Il piano vaccinale non è chiaro, né nei criteri, né nelle modalità. Ci sono altri Paesi, che hanno già consegnato ai propri cittadini un cartellino con la data, l’ora e il luogo dell’appuntamento per la vaccinazione, magari oggi per maggio o giugno. E, invece, lei non sa nulla della sua, io della mia. La trasparenza, in queste cose, è fondamentale. Poi, si può essere contenti, o meno, dei tempi, ma almeno si sa di che cosa si sta parlando.


Passando alla politica propriamente detto, imperversa un balletto, che sembra stonato per il momento drammatico, che viviamo. Crisi, non crisi, nuovo premier, nuovo governo, elezioni anticipate. Non pensa che i cittadini siano, quantomeno, sconcertati?

Io non penso che ci siano stagioni, in cui non esista il dibattito politico o non esistano i problemi. Però, credo che il dibattito politico abbia un senso, solo se è comprensibile, se, come dire, riguarda temi, che sono traducibili. E, a tradurre la discussione in atto, dopo il termine Recovery non resta niente. A me non è assolutamente chiaro quale è il contendere e questo non è un bel segnale per il Paese. Un Paese, in cui, inevitabilmente, crescono elementi di rabbia, di frustrazione, di incertezza e che avrebbe, quindi, bisogno di un messaggio comprensibile.


Sembra che nessuno si renda conto che, quando il Covid sarà debellato, bisognerà passare alla conta di altri morti e di altri feriti, quelli del mondo sociale…

Già prima non eravamo un Paese con particolari orizzonti di sicurezza, perché avevamo problemi molto seri, a partire da quello più serio di tutti, il livello di disoccupazione dei giovani. Ora, queste incertezze si sono, via via, moltiplicate. Ed è sempre più forte la sensazione che non sia questo il tema, che interessa la politica.


Pensano solo a come spartire le risorse del Recovery Fund?

Le risorse sono importanti, ma ci sarebbe da capire in quali direzioni si muoveranno. Io non solo scandalizzata che discutano della destinazione del Recovery. Il problema è capire che tipo di discussione stanno facendo, su che basi e con quali priorità. Pensiamo ai prossimi tre mesi, a dove vogliamo andare a parare. In questo senso, l’atteggiamento sulla scuola è sempre più incomprensibile e preoccupante.


In che senso?

Nel senso che si sta facendo un gigantesco danno alle giovani generazioni. Credo che dentro un’emergenza, come questa, scegliere chi viene sacrificato di più, o di meno, non è una cosa banale. Vince l’idea che la scuola si può chiudere, come se non fossero controindicazioni. senza che nessuno si premuri di calcolare i danni. Una chiusura, che si protrae, al buio, senza che si sappia quante quali se e quanto devastanti saranno i danni.

Nel frattempo, Matteo Renzi continua a minacciare la crisi di governo. Secondo lei, è un bluff o una roba seria?

Onestamente non lo so, perché, molto semplicemente, continua a non essermi chiaro quale sia l’oggetto del contendere.


Che cosa l’ha più indignata, durante i mesi della pandemia, come sindacalista e come donna?

Come donna, dovrei fare un elenco infinito, perché siamo un soggetto cancellato. Credo che uno dei più grossi limiti del nostro futuro sia non rendersi conto che un mondo dispari non funziona. L’occupazione femminile non è da anni al centro della discussione politica a livello nazionale. Una voragine e una ferita che vengono da lontano. Restando all’attualità più stretta, in un’epoca segnata dalla paura di tutti, perché una pandemia mette in discussione ognuna e ognuno, quello che mi fa più arrabbiare è l’altalena, il gioco dei colori, il continuare a dire “fra qualche giorno cambia tutto”, quando sappiamo tutti che l’effetto di una misura non si misura in giorni.


Siamo prigionieri del nulla?

Potevamo fare, come altri Paesi, che hanno detto chiaramente ai loro cittadini come stavano le cose. Perché, vede, è più facile sapere che bisogna stringere maglie, che poi saranno allargate, piuttosto che inseguire il balletto “un giorno siamo aperti, un giorno siamo chiusi, mezza giornata sì, mezza giornata no”. E’ un’altalena, che non consente a nessuno di capire come proseguirà il cammino, personale e collettivo.


di Antonello Sette


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