Gaetano Quagliariello: « L’alleanza con il Movimento 5 stelle è una alleanza letale»

Gaetano Quagliariello: « L’alleanza con il Movimento 5 stelle è una alleanza letale»


Parla Gaetano Quagliariello: «Da questa crisi si può uscire col rinnovamento del centrosinistra e del centrodestra. Sennò il rischio è il trasformismo» Da par suo il senatore Gaetano Quagliariello per interpretare questa agostana crisi di governo cerca di liberare il campo dal gusto tutto italico dei retroscena, dalle recriminazioni reciproche e dai tanti boatos che dalle aule parlamentari tracimano nel paese e nelle redazioni dei giornali, per cogliere, invece, il senso di quello che è avvenuto e che potrebbe avvenire. E rimanda la pellicola della crisi indietro di qualche decina di ore per tornare sul luogo del delitto, l’aula del Senato dove Giuseppe Conte il 20 agosto ha fatto un intervento che neanche il più feroce oppositore del governo gialloverde avrebbe mai pronunciato.


Che idea si è fatto della comunicazioni di Conte al parlamento? Si aspettava la ferocia dell’attacco quasi personale a Matteo Salvini?


«Se dovessi dare un giudizio sull’intervento di Conte direi che è stato un sofisticato caso di trasformismo politico. Devo dire che mi aspettavo un intervento duro e critico nei confronti della Lega e di Salvini. Il suo discorso è stato a tratti anche brillante ma, come si dice, mi è parso sia andato fuori con l’accuso. Non si rimane insieme e non si governa insieme 14 mesi con un tale carico di dissonanze. Una alleanza è un accordo empirico e approssimativo, ma con tutta l’empiria e con tutta l’approssimazione è pur sempre necessario che una base di valori comuni ci sia, sennò si tratta di opportunismo».


Onorevole lei cita il trasformismo, una malattia della politica italiana che parte da lontano, da Depretis, per arrivare fino ad oggi. E il trasformismo attuale appare anche peggio di quello antico. Se quello serviva per allargare le basi sociali e politiche dell’Italia unitaria questo sembra un mero accordo di potere. Non trova peraltro singolare che solo nel momento massimo la crisi del governo Conte torni nell’alveo parlamentare?


«Che tutto possa risolversi in una dinamica parlamentare ha in realtà l’effetto di una vertigine, perché siamo passati nel giro di poche ore dal fatto che il parlamento fondamentalmente non contasse nulla, visto che la gran parte dei processi si svolgeva al di fuori delle aule parlamentari e in parte sulle piattaforme informatiche e/o nei conciliaboli, alla presa d’atto che tutto si dovesse determinare in parlamento. Quello che viene da pensare è che servirebbe – per citare Battiato - un centro di gravità permanente».


Eppure si ha l’impressione che il 20 agosto il Senato sia stato utilizzato come una qualunque agorà virtuale, di quelle destinate a riscaldare le contrapposte tifoserie più che a mettere in campo un dibattito articolato.


«Questo è un effetto dei tempi. Che il linguaggio sia un linguaggio molto differente da quello parlamentare e assomigli sempre più a quello dei social è assodato ed è – entro certi limiti ovviamente - una cosa che ci può pure stare, però andiamo alla sostanza delle cose. Io la vedo così: è fallita l’idea che la categoria del cambiamento possa essere sganciata da qualsiasi principio, che insomma valga di per se . E questa è stata una cosa che ha innanzitutto certificato Conte. Ora da questa vicenda, a mio avviso, si può uscire con l’idea che ci possa essere un cambiamento legato al rinnovamento di schieramenti tradizionali: rinnovamento degli schieramenti di sinistra e rinnovamento del centrodestra. Questo è il modo migliore col quale l’Italia può uscire da questa crisi se non vuole scrivere un altro capitolo del trasformismo».


La Lega è entrata in questa crisi con la baldanza dei pieni poteri, ma al momento pare un po’ammaccata e sulla difensiva. Dove ha sbagliato Matteo Salvini?


«Salvini ha ragione quando dice che nell’ultimo periodo questo era il governo dei no, ma al di là degli aspetti tattici forse la critica che gli si può fare è quella di aver detto qualche sì di troppo. Perché non c’era bisogno di dire sì al reddito di cittadinanza; non c’era bisogno di dire di sì ad alcune riforme che hanno stravolto il nostro ordinamento giuridico e lo stato di diritto. E questo è il prezzo che ha pagato all’idea che possa esistere un cambiamento che valga la pena perseguire in quanto cambiamento, indipendentemente da quelli che sono i principi di fondo».


Ritiene che il leader della Lega abbia sbagliato i tempi della crisi? Che, insomma, meglio sarebbe stato aprirla prima?


«Sì. Secondo me al fondo c’è un errore tattico. Lui doveva, e sarebbe stato politicamente più comprensibile, chiedere le elezioni all’indomani delle europee, quando tu avevi un paese che si era appena espresso e che non corrispondeva più al paese che era uscito un anno prima dalle urne. Quel tempo politico sarebbe stato un tempo più idoneo perché in qualche misura non lo avrebbe esposto all’accusa di voler l’esercizio provvisorio, di non voler fare la manovra economica, di non volersi occupare delle clausole di salvaguardia ecc, che è stato un punto di attacco del discorso di Conte contro di lui. Certo è che pur in presenza di questo errore tattico di Salvini non per questo viene meno la prospettiva di una alleanza strategica con la Lega e con un centrodestra rinnovato».


Già, ma quale centrodestra Quagliariello? La geografia politica è completamente mutata. Sono cambiati i rapporti di forza all’interno del centrodestra. Come, allora, troverete la quadratura del cerchio?


«E’ molto semplice. Il centrodestra ha una componente che è quella che io chiamerei securitaria, che pensa all’autorità e al bisogno di sicurezza, che è molto ben rappresentata dalla Lega e da Fratelli d’Italia. Poi c’è una componente liberale, quella che dovrebbe essere più sensibile alla libertà personale, alla libertà economica, al merito, alla innovazione, alla modernizzazione. E questa componente è tutta da ripensare ed è questa quella che oggi deve acquisire forza elettorale perché ci sia un equilibrio nell’alleanza».


Mi perdoni senatore. Forza Italia e Berlusconi non sono riusciti a realizzare la rivoluzione liberale promessa quando avevano percentuali elettorali significative. Come rilanciare un progetto liberale forte, oggi che le quotazioni di Forza Italia sono in calo?


«Guardi, non si tratta di fare rivoluzioni, si tratta di governare questo paese e di coniugare sicurezza e libertà in un programma di forte modernizzazione e di garanzia per la persona. Per questo, lo ripeto, è necessario che questa componente venga ripensata e si rinnovi. Una stagione è finita, bisognerebbe avere il coraggio di rifondare questa componente. Anche perché se questo rinnovamento non c’è - ed io penso fondamentale che possa essere interpretato da una persona come Giovanni Toti ma anche Mara Carfagna – questo spazio verrà occupato dai nostri avversari e verrà occupato da un Matteo Renzi che, per una volta, è riuscito ad interpretare alcune sue necessità alla luce di un discorso non limitato alle beghe del Pd. Ora lasciamo perdere se Renzi ha ragione o meno - e secondo me non ha ragione - ma comunque bisogna dargli atto di aver fatto un discorso che riguarda l’Italia, non che riguarda un solo partito».


Perché Renzi non ha ragione?

«Perché secondo me, e lo vedremo, l’alleanza con il movimento 5 stelle è una alleanza letale».


Fatta poi dal teorico del pop corn.


«Guardi in politica vale quello che diceva Sciascia: “contraddisse e si contradisse”. Renzi non lo impiccherei a questo. Il punto vero è che l’incontro tra i renziani e i 5 Stelle è l’incontro tra due non classi politiche. Nessuno dei due ha costruito una vera e propria classe dirigente».


E se questo scenario che vede l’accordo tra Pd e M5S dovesse andare in porto?


«Se questo scenario maturerà - ci son tutte le premesse ma una trattativa è sempre una trattativa - per noi si tratta di mettersi in cammino e di iniziare a costruire l’alternativa contando sul fatto che questo scenario può partorire ma non andrà avanti».


La proposta di Prodi di un modello Ursula dal nome della neo presidente della Commissione europea ha ricevuto da Forza Italia un secco niet. Non è immaginabile replicare a Roma quel che è stato fatto a Bruxelles?


«No. Io mi ritengo un europeista degli esordi che si rifà all’Europa dei padri fondatori e ritengo che quel modello non abbia nulla a che fare con l’Europa di oggi. Sono più distante dagli euro entusiasti che non dagli euroscettici. La proposta Prodi è una cosa che per quel che mi riguarda, per chi si ritiene un liberale un cristiano, un conservatore, deve essere rispedita al mittente».


Come è oggi lo stato di salute del M5S. Era agonizzante, ora si è ripreso.


«Diciamo che questa crisi lo ha istituzionalizzato. Quindi gli ha levato quella patina di ribellismo che fino a qui aveva conservato. Cosa questo significherà in termini politici lo scorporeremo vivendo».


E invece cosa scoprirà Zingaretti?


«La mia impressione è che il segretario Pd non possa fare altro che provare a guidare il processo; cioè a dire deve cercare di portare il processo che Renzi ha innescato, sui suoi lidie e non su quelli renziani. Non mi pare che abbia almeno in questo momento altre scelte». Giampiero Cazzato

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