Giallo, Serena Mollicone: c'è un familiare tra i sospettati dell'omicidio
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Giallo, Serena Mollicone: c'è un familiare tra i sospettati dell'omicidio



Nella vicenda del delitto di Serena Mollicone è sospettato anche un parente della ragazza”.





Questa è la nuova clamorosa ipotesi avanzata in esclusiva su Giallo da Gianpietro Fiore nei giorni scorsi in merito alle indagini sul delitto di Serena Mollicone, la studentessa di 19 anni scomparsa l’1 giugno 2001 da Arce, in provincia di Frosinone, e ritrovata morta due giorni dopo.

Il corpo della ragazza era abbandonato in un bosco a Fonte Cupa, in località Anitrella. Aveva le mani e i piedi legati con il nastro adesivo e un sacchetto di plastica in testa. A distanza di 17 anni dall’omicidio, non è ancora stato trovato un colpevole. Le indagini, però, potrebbero essere giunte a un’importante svolta. Nell’intricata vicenda di Serena, infatti, negli ultimi giorni le attenzioni degli inquirenti si sono rivolte anche a un parente stretto della studentessa. Ma perché questo parente sarebbe sospettato? L’uomo, che non risulta per il momento indagato, sembra essere legato a doppio filo ad altre due persone finite recentemente al centro delle indagini. Si tratta di due donne polacche che all’epoca del delitto abitavano in Italia, proprio nel paese di Serena. In quel periodo queste due donne si prostituivano nella zona di Arce ed erano solite appartarsi con i clienti nello stesso bosco in cui è stato ritrovato il corpo di Serena. Guglielmo Mollicone, il papà di Serena, è convinto che le due polacche abbiano aiutato gli assassini a nascondere il corpo della figlia. Ebbene, il parente sospettato, un ex imprenditore, sarebbe stato visto più volte in compagnia delle due donne. L’ipotesi, sconvolgente ma ancora da verificare, è che il parente abbia fatto da anello di congiunzione tra gli assassini di Serena e le due prostitute polacche. L’uomo è già stato sentito dagli inquirenti, solo come persona informata sui fatti. Con lui è stato ascoltato anche un altro uomo che all’epoca del delitto aveva una relazione sentimentale con una delle due polacche. 




Non è mai uscita viva dalla caserma - Prima di approfondire le indagini sul parente di Serena, gli inquirenti devono però di trovare riscontri sulla complicità delle due donne polacche nel delitto. Per questo motivo il pubblico ministero Maria Beatrice Siravo, con due carabinieri e un esperto di genetica del Ris di Roma, hanno prelevato un campione di Dna alle due donne. L’obiettivo è confrontare il loro profilo genetico con le altre tracce trovate nel corso delle indagini. Solo in questo modo si potrà dare una risposta definitiva sia sul coinvolgimento delle due donne che sul parente sospettato. Guglielmo Mollicone, papà di Serena, non ha bisogno nemmeno di questi riscontri. Dice: «Sono convinto che le due donne abbiano avuto un ruolo nell’omicidio. La mia ipotesi è che siano state loro a legare i piedi e le mani di Serena con il nastro adesivo dopo il delitto. Insomma, avrebbero partecipato attivamente alla fase dell’occultamento del corpo. Queste due donne sarebbero state presentate a Serena da mio cugino, riguardo al quale ho sempre avuto dei dubbi. Ancora oggi mi chiedo come mai questo mio cugino abbia dal nulla costruito una fortuna nel settore edilizio, guarda caso proprio dopo l’omicidio. Non solo è diventato improvvisamente imprenditore edile, ma ha anche ottenuto una serie di appalti, forse proprio grazie all’intercessione di chi aveva aiutato nel delitto di mia figlia». Ma per provare a capire meglio quale ruolo possano avere avuto le due donne e il parente di Serena nel delitto della ragazza, ricostruiamo la vicenda. Il giorno in cui è stata uccisa, Serena si era recata alla caserma dei carabinieri di Arce. Secondo la ricostruzione della Procura di Cassino, la studentessa sarebbe stata uccisa proprio all’interno di questo edificio, dopo essere stata malmenata e sbattuta contro una porta. Sulla dinamica sono già stati raccolti diversi riscontri. La porta contro la quale Serena avrebbe sbattuto la testa, che in origine apparteneva a un alloggio di servizio della caserma, è stata smontata e rimontata in un’altra stanza dell’edificio dopo la morte della ragazza. L’ipotesi degli inquirenti è che gli assassini abbiano cambiato la posizione della porta proprio perché gli investigatori non la riconducessero al delitto. Gli inquirenti, tuttavia, non si sono fatti ingannare, e negli ultimi tempi hanno sequestrato la porta in questione per svolgere delle analisi. È stato così evidenziato un segno sospetto compatibile con la lesione trovata sulla testa di Serena. Non solo. Dai risultati delle analisi sono emerse altre tracce giudicate interessanti. Queste tracce sono state comparate ad alcuni frammenti di vernice estrapolati proprio nei giorni scorsi dal nastro adesivo con cui è stato legato il corpo di Serena. Secondo gli investigatori, i frammenti di vernice indicano che per portare la ragazza dalla caserma al bosco sarebbe stato utilizzato un mezzo sporco di quello stesso materiale. Dal nastro adesivo, inoltre, potrebbero emergere altre tracce, attraverso cui gli inquirenti sperano di arrivare a possibili complici, come appunto le due donne polacche. Dalla comparazione tra tutte le tracce rinvenute sulla scena del crimine e il Dna prelevato alle polacche sarà dunque possibile accertare il coinvolgimento delle due donne. E di conseguenza quello del parente di Serena.





Al termine delle indagini, coordinate dal procuratore Luciano D’Emmanuele, la Procura chiederà il processo per tutti gli indagati. Diverse persone potrebbero finire alla sbarra con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Tra queste, l’ex comandante dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, sua moglie Anna Maria e il loro figlio Marco. Sotto inchiesta, a vario titolo, ci sono anche altri carabinieri, come il maresciallo Vincenzo Quadrale e il brigadiere Francesco Suprano, tutti in servizio nella caserma di Arce nei giorni in cui Serena è stata uccisa. Quanto alle due donne polacche, come abbiamo detto, è necessario attendere i risultati degli accertamenti. C’è però un altro particolare importante che rafforza i sospetti sulle due donne. Subito dopo il ritrovamento del corpo di Serena, le due donne tornarono in Polonia sparendo per sempre dall’Italia. Tanto che per prelevare le loro impronte digitali e il Dna gli inquirenti sono stati costretti a volare fino alla loro città d’origine. Il loro allontanamento è stato solo una coincidenza o una vera e propria fuga? Dice il papà di Serena: «Sì, ricordo molto bene il particolare della loro frettolosa fuga. Mia figlia è stata ritrovata la domenica e il lunedì sono scappate. Non credo che il loro improvviso allontanamento sia una coincidenza. Quelle due sono state “utilizzate” dopo l’omicidio per nascondere il cadavere. Già 16 anni fa avevo detto ai carabinieri che nell’occultamento di mia figlia potevano essere coinvolte delle donne. L’ho sempre pensato, perché il nastro adesivo era stato avvolto con una precisione tipicamente femminile. Purtroppo all’epoca nessuno mi ha ascoltato e solo oggi comprendo il perché. Le persone a cui chiedevo giustizia erano coinvolte nel delitto. Non escludo che le due polacche, quando sono state raggiunte dai carabinieri in Polonia, abbiano deciso di collaborare. Loro non hanno commesso il delitto, quindi non devono temere una condanna pesante. Hanno solo eseguito un ordine». Un ordine trasmesso attraverso il parente sospettato?




Un'altra morte legata al delitto - Ma al delitto di Serena è legata un’altra tragica morte. Quella del brigadiere Santino Tuzi. Il carabiniere era di servizio all’ingresso della caserma di Arce il giorno in cui la ragazza è stata uccisa. Era stato lui ad aprire il cancello a Serena. Tuzi l’ha vista entrare, ma non uscire. Per otto anni, però, il brigadiere aveva scelto di non rivelare agli inquirenti quello che sapeva. Poi, nel 2009, aveva trovato il coraggio di testimoniare, facendo intendere che Serena, quando è scomparsa, si trovava proprio nell’alloggio del comandante. Così i giudici lo avevano convocato in aula per confermare le accuse nei confronti del maresciallo. Conferme, però, che il brigadiere non ha mai dato. Il giorno prima di essere ascoltato, infatti, Tuzi si è tolto la vita sparandosi con la pistola di servizio. Secondo gli investigatori, si sarebbe suicidato dopo aver subito pressioni e minacce da parte di chi aveva l’interesse di farlo tacere. 

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