Giallo svela l'ammissione di Simone: avrebbe ucciso lui la madre Renata Rapposelli

Giallo svela l'ammissione di Simone: avrebbe ucciso lui la madre Renata Rapposelli



Dal settimanale Giallo


«L'hai uccisa tu?”. Simone Santoleri, in carcere dallo scorso marzo per l’omicidio di sua mamma Renata Rapposelli, non ha esitazioni e, di fronte a questa domanda di uno dei due compagni con cui divide la cella, fa un cenno con la testa, come a dire: «Sì, sono stato io”. Un’ammissione di colpevolezza che i detenuti hanno poi riferito agli inquirenti della Procura di Teramo, titolare dell’inchiesta sull’omicidio della pittrice di Ancona. Se il presunto gesto di Simone Santoleri, che suona come una vera e propria confessione, dovesse essere tenuto in considerazione dai giudici in un eventuale processo, l’uomo verrebbe definitivamente inchiodato alle proprie responsabilità. 

E così, la vicenda di Renata Rapposelli ha fatto registrare un clamoroso colpo di scena. È il settimanale Giallo, con questo articolo firmato da Gian Pietro Fiore, a svelare i particolati. La donna, come forse ricorderete perché il caso fece molto scalpore, scomparve il 9 ottobre del 2017 da Giulianova, una cittadina abruzzese in provincia di Teramo. Dopo un mese di ricerche, il suo cadavere fu ritrovato lungo la strada provinciale che da Tolentino conduce ad Abbadia di Fiastra, nel territorio del Maceratese. I poveri resti della pittrice furono notati da un passante in prossimità della riva del fiume Chienti, in contrada “Parruccia”. 


È stato trasferito in un altro carcere

Fin da subito i sospetti si sono concentrati sul figlio Simone e sull’ex marito della donna, Giuseppe “Pino” Santoleri, gli ultimi ad aver visto Renata viva. Dopo cinque mesi di serrate indagini, i due uomini sono stati arrestati con le accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Contro di loro, come vedremo più avanti, sono stati raccolti gravi indizi di colpevolezza. Nonostante ciò, padre e figlio hanno sempre respinto le tremende accuse, sostenendo di non aver avuto alcun ruolo nell’omicidio della loro congiunta. Non si sono mai schiodati dalla loro posizione. Almeno fino a qualche giorno fa, quando si è verificato il clamoroso episodio che vi abbiamo raccontato all’inizio. E allora torniamo a quanto accaduto nella cella del carcere dove era rinchiuso Simone Santoleri. 

L’uomo sta parlando con i due compagni di cella proprio dell’omicidio della mamma Renata. A un certo punto uno dei due gli chiede espressamente se sia stato lui a ucciderla. Il figlio, come abbiamo già detto, fa cenno di sì con la testa. Ma non si limita a questo: oltre ad annuire, si porta le mani al collo e mima il gesto dello strangolamento. Insomma, a distanza di dieci mesi dalla morte della madre, per la prima volta Simone Santoleri ammette tutto, convinto naturalmente che la sua ammissione non sarebbe uscita da quelle quattro mura. Cosa è successo, invece, dopo questa presunta confessione? È successo che i due compagni di cella hanno chiesto di incontrare il pubblico ministero che si occupa delle indagini sul delitto della pittrice. Al giudice hanno raccontato quanto confidato loro da Simone Santoleri. 

Oltre a gesticolare, davanti ai compagni di cella Simone Santoleri avrebbe fatto altre ammissioni. Ecco le parole che avrebbe pronunciato: «Se quel giorno non avessi perso la testa ora non sarei qui. Quella put*** di mia madre mi ha rovinato la vita e continua a farlo anche da morta». Queste terribili parole sono state trascritte testualmente nei cosiddetti “verbali di interrogatorio”, e quindi inserite negli atti dell’inchiesta. I due testimoni sono stati sentiti come persone informate sui fatti. 

Dopo la loro deposizione, Simone Santoleri è stato trasferito, per ragioni di sicurezza, a Lanciano, in un altro penitenziario. Ma chi sono questi due detenuti? E, soprattutto, sono attendibili? Possiamo rispondere, almeno per il momento, soltanto alla prima domanda. Si tratta di due pluripregiudicati di cui, per motivi di riservatezza, non pubblichiamo i nomi. Sappiamo che uno dei due è originario di Pescara e che sta scontando una condanna a 25 anni di carcere per il tentato omicidio di un poliziotto e per uno stupro di gruppo. Dopo aver collaborato con la giustizia ottenendo di uscire di prigione molto prima del previsto, l’uomo, una volta rimesso in libertà, ha commesso altri reati. Di conseguenza, è stato nuovamente arrestato e rinchiuso, appunto, in carcere. 

L’altro detenuto è un ex appartenente alla Sacra Corona Unita, l’associazione mafiosa radicata in Puglia. Anche lui ha collaborato con la giustizia. Dopo aver fatto i nomi di alcuni malavitosi, la mafia si è vendicata uccidendo suo fratello. 


Nella cella non c’erano microspie

Le sconvolgenti dichiarazioni dei due detenuti riguardo all’omicidio di Renata Rapposelli non sembrano preoccupare la difesa. L’avvocato Gianluca Carradori, che assiste i Santoleri, dice a Giallo: «Il mio cliente (Simone, ndr) mi ha ribadito di non essere l’assassino della madre e, quindi, di non aver mai potuto riferire ai compagni di cella una cosa del genere. Sono solo falsità. Peraltro, non so come faranno a provare questa circostanza, dal momento che nella loro cella non c’erano microspie. Simone mi ha riferito di aver sì parlato dell’omicidio della madre con gli altri detenuti, ma solo quando la notizia è passata in televisione o è stata pubblicata su qualche giornale. Non ha confessato nulla, anche perché non ha nulla da confessare. Tutto quello che doveva dire lo ha già detto agli inquirenti. I due ex compagni di cella hanno parlato solo per interesse personale. In questo modo sperano di ottenere sconti di pena e, come già accaduto in altre vicende, uscire dal carcere per ricominciare a delinquere. L’attendibilità di questi due pregiudicati è pari allo zero. In un eventuale processo contro Simone e suo padre, gli ex compagni di cella assumerebbero il ruolo di testimoni. Staremo a vedere. Simone è convinto che sia finito in una trappola e che dietro ci sia un complotto contro di lui. Anche perché la versione che forniscono appare concordata. Al pubblico ministero infatti hanno detto: “Noi prima cerchiamo di attirare la fiducia del soggetto...”. Sembra che lo facciano per lavoro... Non ho parole. Peraltro, ancora oggi non è stato stabilito come sia morta la povera Renata. La nostra linea difensiva non si sposta di un centimetro: Simone e suo padre sono estranei al delitto». 

Non la pensano allo stesso modo gli inquirenti, che da cinque mesi trattengono in carcere Simone e Pino Santoleri, ritenendoli gli assassini. Secondo i giudici, padre e figlio si sono resi protagonisti nel corso delle indagini di «evidenti falsità, contraddizioni e incongruenze, oltre al tentativo di depistaggio nella ricostruzione del fantomatico viaggio a Loreto». I due, che abitano a Giulianova, avevano raccontato di aver ricevuto la visita di Renata la mattina del 9 ottobre. Poi ci sarebbe stato un violento litigio e, successivamente, la donna sarebbe stata accompagnata in auto dall’ex marito fino al Santuario di Loreto, luogo di preghiera. Ma, come stabilito dagli investigatori, quel viaggio da Giulianova a Loreto non è mai avvenuto. Secondo i carabinieri, infatti, la povera Renata sarebbe stata uccisa e «chiusa all’interno di buste della spazzatura sigillate con del nastro isolante». Tra l’omicidio e l’occultamento del cadavere sarebbero trascorsi tre giorni. Si legge negli atti dell’inchiesta: «Si ritiene che gli indagati abbiano trasportato il cadavere della donna a bordo di una Fiat 600 nel viaggio intrapreso verso Tolentino (dove il 10 novembre 2017 è stato ritrovato il cadavere, ndr) la mattina del 12 ottobre 2017». Per i giudici, è chiaro anche il movente dell’omicidio: «È emerso a carico degli indagati un duplice movente. In primo luogo l’astio nutrito da Simone nei confronti della madre, con radici remote da far risalire all’età adolescenziale. Vi sono poi le questione economiche esplose a giugno 2017, nel momento in cui sulla pensione di Giuseppe è stata applicata una trattenuta di 200 euro a favore di Renata, a titolo di mantenimento per via della separazione, oltre che di tremila euro quale somma da versare per gli arretrati. Queste due motivazioni si sono vicendevolmente catalizzate fino a scoppiare proprio il giorno della visita di renata a Giulianova». La pittrice, come è stato ricostruito, la mattina del 9 ottobre del 2017 era partita da Ancona in treno per andare a Giulianova a casa del figlio e dell’ex marito. È stato il suo ultimo viaggio, almeno da viva.

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