Giuseppe Remuzzi: "Bisogna a convincere i settantenni a rimanere a casa"

Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano.




Professor Remuzzi, il Covid dilaga. Che osa si deve fare?


Lascio ad altri ogni valutazione politica. Da medico, per prima cosa le dico, visto che sto rispondendo alle sue domande da un reparto dell’Ospedale di Bergamo, che qui ci sono pazienti che non dovrebbero esserci. Gente che ha solo un po’ di tosse. Vede, nei periodi acuti di marzo e aprile, in ospedale si arrivava quasi sempre troppo tardi, quando non c’era più molto da fare. Ora, al primo sintomo sospetto, si chiama il 118. Anche quando non ce ne sarebbe motivo. Si sa che il posto ancora c’è e, quindi, ci si ricovera, magari solo per essere rassicurati. E si rischia, in prospettiva, un nuovo intasamento.


E quindi bisognerebbe rimandare tanti ricoverati a casa?


A casa no, ma si dovrebbe poter sfruttare alcuni piccoli ospedali sottoutilizzati, che ci sono in molte zone e città: a Bergamo si potrebbero recuperare almeno 200 posti, a Milano più di 500, a Roma credo altrettanti.


E poi? Ha qualche altra cosa da suggerire?


Intanto non si dovrebbero considerare tutti gli italiani a rischio nella stessa misura. Gli ultrasettantenni rischiano molto di più degli altri e dovrebbero, quindi, restare a casa. E bisogna urgentemente trovare il modo non di obbligarli, ma di convincerli, questo assolutamente sì.


Perché proprio gli ultrasettantenni?


Sinora su 36000 morti, 33000 avevano più di 70 anni. Se gli ultrasettantenni continuano ad andare in giro come gli altri, c’è il rischio che le risorse e i mezzi, che abbiamo a disposizione, non bastino e che gli sforzi ridiventino insostenibili.


Ma i giovani, che girano liberamente senza mascherina e poi tornano a casa dai genitori, non sono anche loro un moltiplicatore del contagio?


I ragazzi trovano generalmente a casa genitori, che hanno 40, al massimo 50 anni. Che trovino normalmente settantenni non è vero.


Il virus è lo stesso di marzo?


E’ lo stesso, ma ha cambiato strategia e fronti di attacco. Prima ad essere colpiti erano soprattutto il Nord e le città medie e piccole. Milano, ad esempio, in proporzione, non era la più bersagliata. Ora il Covid si è diffuso capillarmente in tutta Italia, seppure ancora con alcune zone franche, come la Calabria e le Marche, e a essere colpite sono soprattutto le grandi città. C’è stata una sorta di ricambio mirato. Qui a Bergamo, ad esempio, la situazione rispetto a marzo è meno critica e ancora abbondantemente sotto controllo. Sono preoccupato soprattutto per il nostro Sud, che non ha, in molte zone, la possibilità di contrastare il virus con tutto quello che sarebbe necessario. E mi creda, senza strutture e mezzi adeguati, la lotta al Covid è persa in partenza.


Antonello Sette

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