I giudici assolvono la Raggi, ma i cittadini la condannano per l’immobilismo

I giudici assolvono la Raggi, ma i cittadini la condannano per l’immobilismo


Il fatto non costituisce reato. Virginia Raggi è scoppiata in lacrime quando il giudice Roberto Ranazzi ha letto la sentenza che la assolve dal reato di falso in atto pubblico, per cui il pm aveva chiesto 10 mesi di reclusione. Poi ha abbracciato i suoi legali, che tanto merito hanno per averla salvata da una situazione veramente difficile.

La Procura, per bocca del pubblico ministero Francesco Dall'Ollio, ha annunciato immediatamente che farà appello, ma solo dopo la lettura delle motivazioni della sentenza, destinate ad arrivare entro 90 giorni.

«Questa sentenza spazza via due anni di fango», ha detto a caldo il primo cittadino di Roma. Peccato che non riesca però a spazzar via tutto lo sporco che invade, ormai da settimane, la Capitale, dal centro alle periferie come dimostrano le foto pubblicate quotidianamente sui social network; e probabilmente non solo da conclamati oppositori del sindaco a 5 Stelle.

È un dato di fatto che questa assoluzione fa veramente tirare un sospiro di sollievo non solo al sindaco, alla sua giunta e a tutta la compagine pentastellata capitolina, che così non dovrà più decidere se mantenere il posto di lavoro abbandonando il Movimento o rimanere fedele a quanto sottoscritto prima di essere eletta, gettando Roma in una crisi che potrebbe portarla direttamente tra le braccia dell'alleato-nemico leghista.

Luigi Di Maio ha interpretato questo pensiero sui social, prima verso il sindaco: «Forza Virginia! Contento di aver sempre creduto in te». Poi verso la Magistratura: «Ha fatto il suo dovere e la ringrazio, ha solo seguito quel che andava fatto d'ufficio». E non ha perso l'occasione per attaccare i giornalisti: «Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi». A seguirlo a ruota Alessandro Di Battista, che sta preparando il suo rientro politico in Italia: «Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà. Ma i colpevoli ci sono e vanno temuti. I colpevoli sono quei pennivendoli che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita. Sono pennivendoli, soltanto pennivendoli, i giornalisti sono altra cosa».

La replica è del segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa: «Nel commentare la vicenda della Raggi il vice premier Di Maio, così come il suo alter-ego Di Battista, non hanno perso l’occasione di attaccare i giornali e i giornalisti definendoli degli infimi sciacalli. Forse Di Maio non ha l’idea della libertà di stampa. E nemmeno Di Battista visto che approfitta per definire i giornalisti “pennivendoli-puttane”. Ma cosa festeggiano? Sulla Raggi le critiche non erano certo gratuite visto il suo operato da incapace grave; è a causa anche del suo immobilismo che Roma ha decuplicato i suoi problemi».

Per il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci poi «quando il primo partito del Paese definisce in coro i giornalisti infimi sciacalli e puttane, significa che democrazia e libertà di informazione sono a rischio. A Roma il M5S può gioire sguaiatamente per l'assoluzione della Raggi, non può sperare che i media cancellino la realtà». E dal suo stesso partito Gianfranco Librandi afferma che «il sindaco di Roma è stato assolto perché il fatto non è reato. Ma il dramma di Roma dei rifiuti che si accatastano fino al primo piano, dei topi e dei cinghiali che corrono liberi per la città, della sporcizia e del degrado non si risolve in Tribunale. Il problema non è se la Raggi sia onesta o meno. La verità è che è incapace di governare una città così complessa e le sue dimissioni non vanno richieste per via giudiziaria ma per petizione popolare».

Vittorio Sgarbi si è detto soddisfatto a modo suo: «Mi compiaccio e sono veramente felice della assoluzione del sindaco Raggi, non perché la abiliti a fare il sindaco, ma perché impedisce a un partito i di pregiudicanti di inventarsi un altro colpevole tenendolo sotto accusa per tutta la vita senza prescrizione e sostituendo alla Costituzione e alla legge i loro codici da collegio per bambini cattivi. Non le riforme, ma il riformatorio».

Infine è intervenuto Alessandro Cogliati di Sud Protagonista: «La condanna è popolare. La sentenza non cambia alcunché in quanto la vera condanna è quella popolare ed è già stata emessa per la manifesta incapacità amministrativa del Sindaco e per aver disastrato la Capitale. La sentenza più importante arriverà alle elezioni per Roma Capitale, quando Raggi raccoglierà il frutto del suo fallimento politico e sarà fortemente sconfitta. Come Sud Protagonista siamo impegnati, nell'ambito del progetto per lo sviluppo del centro-sud, per dare una svolta a Roma nel segno della sicurezza e del ritorno allo splendore della Capitale di Italia. Incompetenza, incapacità e arroganza sono state le tre parole chiave che hanno contraddistinto le linee guida di una sindaca incapace ed inconcludente come il movimento cui appartiene. Roma è al minimo storico».

Raggi dopo l'assoluzione ha parlato ancora dei «due anni in cui è stata mediaticamente e politicamente colpita con una violenza inaudita e una ferocia ingiustificata. Ho fatto tutto con correttezza e trasparenza nell'interesse di Roma».

Speriamo allora che l'epilogo di questa storia, che più avanti riassumiamo, porti Virginia Raggi a concentrarsi maggiormente proprio sull'interesse dei cittadini romani invece che sulle sue questioni giudiziarie. Umanamente non possiamo che comprendere la preoccupazione di una persona al vertice dell'istituzione capitolina per la propria fedina penale. Ma i romani si scontrano tutti i giorni con i problemi che chi lavora in Campidoglio è pagato, anche profumatamente, per risolvere. Mobilità, rifiuti, verde pubblico, decoro cittadino sono solo alcuni dei problemi che stringono alla gola una città nota a livello mondiale.

Dobbiamo anche ricordare il referendum consultivo che proprio domani chiama alle urne i romani per decidere se dovrà essere ancora l'Atac a occuparsi nel futuro del trasporto pubblico o se il servizio dovrà essere affidato in gara a un privato. Si temeva l'effetto trascinamento di un risultato negativo per Raggi: ora i romani possono andare a votare senza nessuna prevenzione.

La richiesta di 10 mesi di carcere da parte della Procura si basava sulla convinzione che Raggi mentì alla responsabile dell'Anticorruzione del Campidoglio nel dicembre 2016 sulla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele, suo braccio destro nei primi mesi di mandato e uomo macchina fondamentale per la gestione del Comune di Roma. Mentì sulla nomina di Renato Marra alla direzione del dipartimento Turismo del Campidoglio assumendosi la piena paternità di quella nomina ed escludendo qualsiasi ruolo del capo del personale; smentita però, secondo la pubblica accusa, perché Raggi sapeva. L'autority anticorruzione chiedeva a Raggi se era stato rispettato l'obbligo di astensione da parte di Raffaele sull'assunzione del fratello: il rischio era un procedimento penale per il capo del personale. «Proteggere Marra era indispensabile per proteggere se stessa dal rischio di dimettersi», spiegava il procuratore aggiunto Paolo Ielo per motivare la richiesta di condanna. Ma tutti vediamo ora com'è andata a finire.


di Paolo dal Dosso

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