I Millennials e il Covid


Sono i ragazzi tra il 1981 e il 1995. Sono quelli cresciuti con l’appuntamento fisso del martedì estivo davanti il Festival Bar, le Goleador, Sonia e Birillo, i cartoni della Disney (quelli veri…) solo per citarne alcuni.

Sono quelli che in Italia prima dello scoppio della pandemia si stavano affacciando al mondo del lavoro verso le prime posizioni professionali di primo e secondo livello, sono quelli che sognavano l’acquisto di una casa, di un’indipendenza personale ed economica dal proprio nucleo familiare di appartenenza.

In questi due anni di pandemia si è parlato tantissimo dei bambini e la DAD, dei neo maggiorenni e la “nuova formula dell’esame di maturità”, degli universitari e le lauree da casa via web. E di conseguenza si è parlato dei danni psicologici che molti di questi hanno vissuto: un profondo senso di angoscia costante, disturbi alimentari, autolesionismo, una visione della realtà vissuta solo attraverso gli schermi dei propri smartphone.

La paura del contagio li ha portati inevitabilmente infatti a ridurre drasticamente i rapporti sociali e se da una parte i lockdown sono stati necessari, dall’altra hanno creato situazioni estremamente difficili da gestire.

Ma i millenials? Di loro chi ha parlato? C’è stata una sola figura istituzionale che abbia pensato a come un’intera generazione sia stata bloccata nei propri sogni e nelle proprie ambizioni ? Sicuramente già prima della pandemia questa generazione era solita fuggire all’estero per cercare e sperare di raggiungere ciò che i loro genitori alla loro età avevano già conquistato da tempo e sicuramente con maggiore facilità.

Oggi l’Italia si trova di fronte ad un dato preoccupante, che dovrebbe creare scalpore, interpellanze parlementari, comparire sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e aprire i telegiornali delle 20. E invece IL NULLA: I millenials sono più qualificati, specializzati rispetto alla generazione precedente, ma guadagnano meno (sempre se un lavoro VERO l’hanno trovato). Si continua a parlare per ragazzi di 27,28,29 e 30 anni di stage a 500 euro, di apprendistati, quando i curriculum vitae già vantano 5-6 esperienze nel mondo del lavoro.

Un’intera generazione, che già prima della pandemia, veniva poco considerata, oggi in un momento di estrema fragilità viene totalmente dimenticata: non si parla di bonus alle aziende che assumono con CONTRATTI VERI giovani under 30, di un salario minimo rapportato con criterio ai costi della vita delle varie regioni (fatto indiscutibile, vivere a Roma o Milano, costa di più che vivere a Bari o Catania per un giovane lavoratore).

Insomma, gli stipendi medi italiani sono scesi del 3% dal 1990 a oggi. I Millennials italiani rappresentano la prima generazione che guadagna meno della precedente, a fronte di una più alta competenza e scolarizzazione. E si parla solo di Italiani, perchè all’interno dell’Unione Europea, siamo gli unici con il segno “meno”.

Di Sofia Astrologo.

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