I pm:«Il clan dei Casamonica è un'organizzazione mafiosa». Trentasette arresti a Roma
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I pm:«Il clan dei Casamonica è un'organizzazione mafiosa». Trentasette arresti a Roma



A Roma la mafia c’è, inutile continuare a illudersi che la Città Eterna sia indenne dai tentacoli delle organizzazioni criminali. Roma, violenta lo è sempre stata. Dagli anni Settanta con la Banda della Magliana la Capitale ha mostrato al mondo il suo volto, si è sporcata di sangue e coca e da allora nulla è cambiato, se non il modo dei mafiosi di gestire gli affari. Non si spara più, perché i gruppi criminali che si spartiscono il territorio preferiscono muoversi nell’ombra, fare affari con la politica.


E Mafia Capitale ha fatto emergere il mondo di mezzo in cui i mafiosi sguazzano, minacciano, prendono appalti. Poco conta se l’accusa di associazione a delinquere, in tribunale, è difficile da dimostrare. Le vittime di questo sistema che ti imbavaglia con la paura lo sanno che è inutile tentare di sottrarsi, perché alla fine l’arroganza del potere esplode in tutte le sue forme, dando agli inquirenti anche gli schiaffi in faccia. Come è accaduto tre anni fa, nell’agosto 2015, quando il funerale di Vittorio Casamonica è stato uno show finito su tutte le tv del mondo. Il padrino del clan di zingari trainato da sei cavalli neri mentre la banda era costretta a suonare proprio la colonna del film “Il padrino” e un elicottero liberava petali di rosa dall’alto. Molto commovente, se non fosse che di morti presumibilmente riconducibili al clan ce ne sono davvero tanti, anche solo di vittime finite male per la paura del clan.


Quel clan di zingari oggi è di nuovo sotto i riflettori, ma stavolta le immagini che rimbalzano in tv non mostrano cavalli neri. Mostrano manette e sequestri e la moglie di uno dei Casamonica che decide di collaborare con gli inquirenti. L’operazione è colossale, non solo per il numero di arresti, ma anche per i reati contestati. Sono trentuno gli appartenenti finiti in cella nel corso del blitz dei carabinieri del Comando provinciale di Roma. Altre sei persone, per le quali è stato spiccato il mandato di cattura, sono al momento ricercate. Gli arresti, emessi dal gip di Roma su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, sono stati eseguiti fra la Romanina, la periferia sud della Capitale roccaforte del clan, e le province di Reggio Calabria e Cosenza. Tra gli esponenti sbattuti in prigione anche il boss, Giuseppe Casamonica, che era uscito da poco dal carcere dopo circa dieci anni di galera. Giuseppe, che aveva raccolto l’eredità del “padrino” Vittorio, era diventato noto alle cronache perché dipinto come uno dei “Quattro Re di Roma” in un servizio del settimanale l’Espresso. Ci sono poi i cugini dei Casamonica, gli Spada, finiti nella rete degli investigatori. Tra questi il pugile che è stato campione del mondo, Domenico Spada, soprannominato “Vulcano”, ritenuto il titolare della palestra a Marino dove si allena il senatore del Movimento 5 Stelle, Emanuele Dessì. Le manette sono scattati pure per un calabrese di San Luca affiliato ad una nota famiglia della 'ndrangheta operante nella Locride che rappresentava uno dei canali di rifornimento della cocaina per i Casamonica nella zona di Porta Furba.


E per la prima volta nella storia del clan e della giustizia, ai Casamonica viene contestata l’associazione mafiosa. Per i magistrati gli arrestati sono ritenuti responsabili di aver dato vita a «una consorteria mafiosa dall’estrema pericolosità», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Roma, Gaspare Sturzo. Dalle carte emerge la forza intimidatorie del clan, tano che gli esponenti in cella dovranno rispondere in concorso fra loro e con ruoli diversi, di aver costituito un’organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di droga, estorsione, usura, concessione illecita di finanziamenti ed altro, tutti commessi con l’aggravante del metodo mafioso. Nell'ordinanza il gip spiega che i Casamonica controllano il territorio facendo forza sulla «paura che tale cognome genera nella popolazione romana». Un controllo del territorio, scrive ancora il gip «realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe, sopprimendo i soggetti che a quel controllo si contrappongono». Il clan rom è dunque considerato «una consorteria mafiosa dall’estrema pericolosità». Il clan, insomma, non aveva bisogno di commettere omicidi, bastava solo sentire il cognome per avere le vittime in pugno. Fondamentali per la maxi operazione sono state le testimonianze di due pentiti, grazie alle quali è stato possibile ricostruire il modus operandi dell’organizzazione.


«Vittorio per noi è un re», ha detto uno dei collaboratori di giustizia. E Vittorio è proprio il Vittorio Casamonica che con i suoi sfarzosi funerali volle dimostrare al mondo l’arroganza del potere, trasformando per poche ore Roma nella nuova Corleone degli anni bui. Uno schiaffo agli inquirenti così forte da spingerli a far partire da lì le indagini. D’altronde Vittorio Casamonica era lo storico “capo clan” della potente cosca nomade che, da anni, si è imposta nella Capitale nella gestione del mercato degli stupefacenti, del racket delle estorsioni ma anche dell’usura. Un potere maturato negli anni anche grazie ai rapporti con chi aveva in mano la città. Persino Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della Banda della Magliana, avrebbe richiesto negli anni Ottanta i servigi dei Casamonica per riscuotere i crediti usurari. Dagli anni della “Banda della Magliana” a quelli del gruppo di Massimo Carminati, “er cecato”. Dall'inchiesta Mafia Capitale emergeva che Luciano Casamonica aveva uno stretto rapporto con il Cecato, tanto che Carminati si era rivolto proprio a lui per gestire la situazione nel campo nomadi di Castel Romano.



L’operazione ha portato anche al sequestro di numerosi beni, tra cui la palestra di Spada a Marino, un ristorante alle spalle del Pantheon, un centro estetico ed una discoteca a Testaccio, oltre a numerosi conti correnti ed autovetture nella disponibilità degli indagati. Nello stesso contesto si sta procedendo anche al sequestro di diversi alloggi popolari dislocati a Roma e provincia, attualmente occupati irregolarmente da alcuni degli indagati. Uno di questi, da oltre dieci anni, è stato sottratto al legittimo inquilino con violenza e minaccia armata, ma l’ultrasettantenne ha preferito finire a vivere per strada piuttosto che mettersi contro il clan. Nel corso delle perquisizioni sono stati inoltre sequestrati vari conti correnti, circa 50mila euro in contanti, venti autovetture, decine di orologi di lusso e numerosi appunti manoscritti ritenuti utili ad approfondire le indagini.


«Amano ostentare la loro ricchezza, sono convinti che anche in questo modo dimostrano la loro potenza. Per loro il Rolex è una specie di simbolo, di segno distintivo» , ha rivelato un’altra pentita agli investigatori. Ostentare, appunto, come quando, dopo il funerale show, andarono in tv ospiti da Bruno Vespa a Porta a Porta per commentare candidamente persino la musica del padrino fatta suonare all’uscita del feretro. «Perché piaceva a mio padre», disse la figlia Vera Casamonica con accanto Vittorio Casamonica jr, nipote e omonimo dell'anziano capofamiglia. Candidi nel salotto della tv italiana e spietati con le vittime. Tra queste anche diversi personaggi noti nel mondo dello spettacolo, come Marco Baldini, il conduttore famoso per il sodalizio con Fiorello, e Luciano Zeffirelli, uno dei due figli adottivi di Franco. L’importantissima inchiesta dei carabinieri, coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pm Giovanni Musarò, arriva dopo le recenti operazioni che hanno portato in carcere oltre cinquanta persone appartenenti ai clan Spada e agli altri storici cugini dei Casamonica, i Di Silvio.



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