I valori della vita agricola raccontati da Fiorina Petroni nocciolicoltrice dell’alto Lazio

I valori della vita agricola raccontati da Fiorina Petroni nocciolicoltrice dell’alto Lazio



Fiorina Petroni è un’imprenditrice agricola che gestisce una delle più antiche aziende familiari di coltivazione delle nocciole nell’alto Lazio.

Era una bambina che si lanciava nei magazzini e nuotava nelle nocciole, e crescendo aveva avviato una brillante carriera professionale e universitaria.

Poi, dopo la tragica morte del papà a soli 49 anni, sono arrivate la necessità e la scelta di prendere in mano il destino dell’azienda.

Ci racconta tutto in questa intervista, da cui traspaiono nitidi i valori legati al mondo agricolo, alla coltivazione, alla terra, alle radici. Valori che da millenni si tramandano con grande semplicità da una generazione a un’altra, su cui si sono costituite le vere e proprie basi della nostra civiltà.


Fiorina, vuole raccontare ai nostri lettori in cosa consiste la sua attività?


«Non è una cosa facile da dire in due parole.

Io mi occupo di coltivare le nocciole, e il mio lavoro consiste nel curarne la produzione in tutti i suoi passaggi. Dal piantarle, farle crescere, concimarle e potarle, fino alla raccolta, che avviene proprio nel mese di settembre, quando cascano. Dirlo così è semplice, poi nel farlo ci sono tante difficoltà. Non tutti i terreni sono sempre comodi, negli ultimi tempi ci sono queste bombe d’acqua che creano dei dissesti pesanti al territorio, e un terreno che prima era pianeggiante te lo ritrovi impraticabile, dalla sera alla mattina».


Se lei affronta tutte queste difficoltà, immagino che dietro debba esserci una grande passione per questo lavoro.

«Vede, la mia è stata una delle prime famiglie che ha coltivato nocciole in questa zona, qui nell’alto Lazio. Mio padre, mio nonno, il mio bisnonno, erano tutti coltivatori di nocciole, castagne e altri frutti. Sono stati i primi a giocarsi questa carta, una delle prime famiglie. Loro facevano sia la coltivazione che la commercializzazione, in seguito sono subentrate altre cose: mio padre è diventato vice presidente dell’Assofrutti, che è la realtà associativa più grande in Europa nel settore. Mio padre è stato tra quelli che hanno studiato a tavolino la realizzazione di questo grande progetto: creare un’associazione che potesse commercializzare da sola il prodotto alle grandi aziende».


Poi cosa è successo?


«Purtroppo mio padre è morto prematuramente a 49 anni, e sono rimasta sola, insieme a mia madre e mia sorella. Inesperte, digiune di questo settore e delle sue regole, perché si occupava di tutto mio padre mentre noi, che eravamo le figlie, dovevamo studiare e mia madre faceva la mamma di famiglia, svolgeva delle mansioni burocratiche per lui, ma non di più. È stata una doccia fredda».


Immagino ci siano volute tanta forza d’animo e tanta passione per continuare.


«Io all’epoca studiavo, ero iscritta alla facoltà di Economia e commercio a Viterbo, facevo praticantato presso uno studio commercialistico per fare l’esame all’albo dei ragionieri, perché comunque sono ragioniere e perito commerciale, e c’era l’opportunità per l’ultimo anno di poter fare l’esame di stato dopo aver svolto tre anni di praticantato presso uno studio commercialistico. Era uno degli ultimi anni che c’era questa possibilità. Quindi io avevo già la mia tabella piena, la sera aiutavo un notaio, e la mattina svolgevo delle mansioni per un altro, dalle sette alle nove di mattina. Avevo una vita bella piena e stavo bene così, assistevo anche un professore di matematica alla facoltà di Economia, e avevo vinto una borsa di studio. Avevo una vita che andava bene così com’era, e per me avevo dei progetti completamente diversi».


Ha dovuto abbandonarli i suoi progetti insomma.


«L’agonia e la morte di mio padre sono state esperienze che mi hanno segnata. Vedevo cose brutte che si muovevano intorno a me, alla mia famiglia, a tutto quello che mio padre e i suoi padri prima di lui avevano costruito.

Questa cosa mi ha fatto ribollire il sangue, non potevo permetterla, è stato lì che ho deciso.

C’erano alcune persone che pensavano che siccome io, mia madre e mia sorella eravamo tre donne sole, avrebbero avuto gioco facile per trarre dei vantaggi, e mi lasci dire che più che una passione personale questo lavoro in me nasce da una sfida, da un’urgenza di reagire. Volevo dimostrare a queste persone il mio valore, le mie capacità, volevo fargli vedere che una ragazza poteva farcela, che anche se era inesperta e giovane, questa ragazza se voleva, poteva».


Ha rivoluzionato il lavoro di suo padre, o ha seguito le sue orme?


«Quando sono entrata ero giovane, e dovevo lavorare con persone che stavano con mio padre da una vita. Lavoratori esperti di 50, 60 anni. Non potevo impormi, ho dovuto avere tanta umiltà. Non potevo andare a spiegare a persone esperte come si lavorava in campagna, io che avevo vent’anni e non sapevo distinguere un dado da un bullone.

I primi passi sono stati le notti in officina a ordinare gli attrezzi, e a impararne i nomi. Ripeto, dovevo essere umile, prima di poter rivoluzionare dovevo capire il mestiere. Sicuramente avevo una base, conoscevo quel mondo. Lei si immagini che da piccolina ci nuotavo nelle nocciole!».


Ci nuotava letteralmente?


«C’era un grandissimo magazzino, di cui oggi sono proprietaria io insieme a mia sorella, che veniva riempito di moltissime nocciole lasciate lì libere, e io mi lanciavo dalle paratie e nuotavo letteralmente nelle nocciole».


E il suo percorso di studi le è stato utile nel suo lavoro da imprenditrice?


«All’inizio mi chiedevo tutte quelle informazioni a cosa mi sarebbero servite, poi, andando avanti, devo dire che gli anni dello studio mi sono tornati utili nei momenti più inaspettati».


La sua azienda oggi tratta solo nocciole, o anche altri frutti?


«L’azienda era già specializzata nel settore delle nocciole pur avendo altre coltivazioni, che però ad oggi non sono più remunerative e di conseguenza non vale più tanto la pena di investirci. Io tengo anche quei terreni in ordine, puliti, ma è un po’ come buttare i soldi».


E allora qual è il senso di farlo?


«Un’idea di decoro e di pulizia, che in me è molto forte, e poi un senso di rispetto per quello che mi è stato lasciato dai miei antenati. Quindi a prescindere che sia un vuoto a perdere, le mie energie ce le impegno.

Non di solo pane vive l’uomo.

Poi sicuramente ci sono anche questioni legate ai confinanti di quei terreni, e al fatto che potrei avere dei problemi se non li tenessi in ordine. Ma questo viene dopo, come le ho detto».


Qual è lo stato di salute dell’agricoltura in Italia?


«Ad oggi la nocciola resta uno dei pochissimi settori, forse addirittura l’unico, che ti dà ancora la possibilità di guadagnare. Il resto è tutto a perdere. Quando io devo spendere 180 euro a ettaro per arare un terreno, e il grano me lo vendono a 20 euro al quintale, lei capisce che io ci vado sotto con tutte le scarpe. Sicuramente ci sono i contributi europei, sistemi con cui poter tutelarsi, e qualche agevolazione, e nel mio settore la nocciola mantiene un discreto prezzo al quintale. Per il resto non c’è molto in giro. Per quando riguarda noi, in questa zona la nocciola cresce bene, anche se soggetta a gelate e altri problemi climatici, per cui, anche se magari un’annata va bene e l’altra meno, noi in linea di massima riusciamo a starci dentro bene. Bisogna però partire sempre dalla considerazione che il contadino oggi è l’attività più difficile da impostare. Il capitale terra è un capitale notevole che tu devi anticipare. I noccioleti in questa zona variano dai 50 a 100mila euro a ettaro. Per un giovane che vuole improvvisarsi coltivatore diretto, lei capisce la grande difficoltà. Lei consideri che per mettere su una piccola azienda minimo devi acquistare dieci ettari di terreno, stiamo parlando di una cifra che può variare dai 600mila addirittura al milione di euro di investimento. Dove li prende un giovane questo soldi?».


Un’ultima domanda: cercando sue notizie sui social e nel web, non ho trovato quasi niente. È una scelta? Invece della connessione a Internet preferisce la connessione con la terra?


«Certo che è una scelta. Una scelta precisa. Io sono una persona che deve conoscere, devo toccare, devo vedere, devo aver realmente di fronte i miei interlocutori, ho bisogno di sentire gli odori. Vede, un essere umano può mentire con le parole, con i suoi scritti, con la mimica. Invece il tuo odore non mente mai. Non può far altre che svelare chi sei».


Di Giacomo Meingati

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