Il caldo africano di Salvini scuote un Paese che non sa più ridere

Il caldo africano di Salvini scuote un Paese che non sa più ridere



«Qui Ministero dell'Interno, contro il caldo africano purtroppo non posso fare nulla! Come da voi?»


Se fossimo in un clima, da intendere in senso lato, disteso e guidato da comprensione e un po' di sano senso dell'umorismo, questa che è nient'altro che una battuta lanciata su Twitter dal ministro degli Interni Matteo Salvini, sarebbe caduta nel dimenticatoio del web dopo qualche like e qualche scaramuccia nei commenti. Sta di fatto che, invece, ci troviamo nel Paese che sta perdendo anche la capacità di ridere di se stesso e dei suoi problemi, il Paese in cui ogni giorno scoppia un'emergenza umanitaria da lancio delle uova e in cui non si riesce più a sdrammatizzare su nulla senza essere tacciati di idiozia o, ben che vada, di superficialità.


Passato da essere per qualcuno leader degli scafisti, ministro della malavita, a criminale e chissà cos'altro, Salvini sembra avere il grande pregio di riuscire a farsi scivolare addosso tutte le critiche, specialmente quelle grette e brutali mirate soltanto a far male e a deviare l'asse dei discorsi sul piano degli insulti. Doti da grande comunicatore, che non si comprano o imparano, qualità da leader innato. Sono queste sue peculiarità che danno ancor maggior risalto e forza ai primi importanti risultati che il capo del Viminale può sventolare davanti all'invidiosa platea dell'opposizione sul tema dei flussi migratori dall'Africa. Quasi trentamila sbarchi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno da quando è in carica, una prima vittoria che evidentemente ha smosso la bile di più di un oppositore politico che, attraverso mezzi e mezzucci, cerca in ogni maniera di svilirne i successi.


E mentre l'Italia resta ormai stabilmente sulle sue posizioni di chiusura dei porti in attesa del dialogo coi partner europei, anche loro sigillati in un silenzio tombale e speranzosi di trovare un'adeguata risposta politica alla manovra "testacoda" italiana, con l'Ue che probabilmente è in vacanza mentre il Mediterraneo pullula di disperati che si aggrappano alla speranza rappresentata da un gommone o da qualche nave Ong che non li riporti in Libia, dal Fatto Quotidiano rimbalza l'inchiesta sul presunto respingimento di massa operato dall'Italia in combutta con la Guardia costiera sulla vicenda che vedeva protagonista la mercantile tricolore Asso 28. Stando al parere di esperti di diritto marittimo e diritto penale internazionale, quello operato dall'Italia, anche se il Viminale ha smentito in toto questa ipotesi, non figurerebbe affatto come respingimento, in quanto le operazioni, avvenute in acque Sar libiche e quindi di esclusiva competenza di Tripoli, troverebbero piena e totale aderenza con le norme internazionali sui salvataggi in mare aperto. Una stangata, se confermata, che ridimensionerebbe un'altra volta un caso montato ad hoc contro il governo e architettato dalla Ong spagnola e nemica giurata di Salvini, Open Arms. Secondo quanto riferito dagli esperti giuristi, infatti, sebbene possano rimanere dubbi legati al trattamento dei migranti nei centri di detenzione, problema dunque umanitario e non legale, quello di Tripoli è un porto del tutto attrezzato per queste operazioni e essendo il salvataggio avvenuto in acque di competenza libiche, il controllo e coordinamento delle operazioni spettava per obbligo alla Libia.


Un'altra batosta che dovranno incassare le schiere di difensori del "va bene tutto purché sia contro Salvini", che mentre lo accusano di modi totalitari e fascisti, totalizzano le pagine di stampa e web con il loro univoco disfattismo, mettendo in piedi loro, alla fine, il regime. Quello della paura incondizionata, la stessa con cui prendere per la collottola il Paese e "guidarlo", con le cattive a questo punto, verso indicazioni di voto che non considerino il sovranismo e il riappropriarsi di spazi già nostri un sacrosanto diritto, ma una maledizione da scongiurare. Eppure basterebbe un po' di sana lucidità e leggerezza, la stessa che invocava un genio tutto italiano, Italo Calvino, quando invitava a prendere «la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore».

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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