Il Campidoglio trema ancora: indagato anche l'ex vicesindaco Frongia per l'inchiesta sullo stadio



L'esperto parla di aftershock, comunemente scossa di assestamento. Si intende come l'evento secondario e solitamente di minor importanza che segue al cataclisma effettivo. Non siamo ancora al commissariamento da parte dell'Ingv del Campidoglio, ma le due "botte" arrivate a poco più di 24 ore una dall'altra hanno fatto certamente tremare qualche sedia. Dopo l'improvviso arresto del Presidente dell'Assemblea capitolina Marcello De Vito, la Procura di Roma informa di aver iscritto nel registro degli indagati dell'inchiesta sullo stadio della Roma anche l'ex vicesindaco, ora assessore allo sport, Daniele Frongia. Uno dei fedelissimi del sindaco Virginia Raggi, sommersa in questi giorni dai problemi "tecnici" della Capitale, tra strade che saltano, scale mobili in metropolitana che cedono e alberi che cascano. Un uno-due terribile per il Campidoglio e la giunta, anche questa in continua fase di aftershock dopo le vincende Marra e il rischio di processo per la Raggi.


Stando alle carte in mano alla Procura, Frongia risulta indagato per corruzione nell'ambito del filone Parnasi, il costruttore romano, amministratore della società Eurnova, finito in manette per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e ad accelerare e oliare i lunghi procedimenti della macchina burocratica così da favorire lo sviluppo della nuova casa della Roma calcistica a tinte giallo-rosse. Fu proprio lo stesso Parnasi, durante uno degli interrogatori con la Procura, a tirare in mezzo il nome di Daniele Frongia. Secondo quanto dichiarato agli inquirenti, Parnasi avrebbe chiesto al braccio destro del sindaco Raggi di proporgli un nome da inserire in Ampersand, una delle società di sua proprietà, con un ruolo di mediazione con le istituzioni. Frongia avrebbe suggerito il nome di una 30enne di sua conoscenza, ma la cosa non andò mai in porto perché di lì a poco l'imprenditore romano, assieme ad altre nove persone tra cui l'ex ad di Acea Luca Lanzalone, fu arrestato.


Immediata la replica dell'assessore allo sport della giunta capitolina, che dice di aver appreso di essere «coinvolto nell'indagine 'Rinascimento' del 2017. Con il rispetto dovuto alla magistratura inquirente, avendo la certezza di non aver mai compiuto alcun reato e appurato che non ho mai ricevuto alcun avviso di garanzia, confido nell'imminente archiviazione del procedimento risalente al 2017».


Intanto, all'indomani del suo arresto, il dirigente pubblico ormai ex 5 Stelle Marcello De Vito, in seguito al colloquio di garanzia, ha parlato con il suo nuovo legale Angelo Di Lorenzo e si è detto «sereno anche se molto dispiaciuto per quanto sta succedendo» dichiarandosi disposto «a chiarire tutto». Davanti al Gip, De Vito si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma, come sottolineato dal suo rappresentate, «gli ho chiesto io di avvalersi della facoltà di non rispondere per darmi il tempo di organizzare la difesa e di chiedere che sia ascoltato in un secondo momento». De Vito è finito in manette nell'ambito di uno dei due filoni dell'inchiesta sullo stadio della Roma per episodi di corruzione in cui è coinvolto anche l'avvocato Camillo Mezzacapo, anche lui arrestato assieme al presidente dell'assemblea. Accusato anche lui di corruzione e di procacciare tangenti a De Vito in cambio di aiuti derivanti dalla sua carica in Campidoglio, Mezzacapo ha invece rotto gli indugi davanti al Gip, dichiarandosi estraneo alla vicenda e convinto di poterne uscire pulito. Quelle che per la Procura figurano come «tangenti» sono, a suo dire, «solo compensi per attività professionali, curavo transazioni e attività che si svolgono di norma nella pubblica amministrazione».

Secondo gli inquirenti sarebbe stata scoperta anche la "cassaforte" dove venivano stipati i proventi di tale attività illecita e si tratterebbe della società Mdl Srl, che per Mezzacapo «non è una società cassaforte e non è in alcun modo riconducibile a Marcello De Vito».


di Alessandro Leproux

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