Il centrodestra unito vince, ma Salvini vuole mollare Berlusconi

Il centrodestra unito vince, ma Salvini vuole mollare Berlusconi



Il centrodestra, se unito, vince. La frase è, ormai, una verità tautologica. Lo dimostrano i dati delle ultime Regionali e lo dice, implicitamente, lo stesso Matteo Salvini quando dice – anche se lo fa per puro intento polemico verso il Pd - che “Nelle ultime sei elezioni regionali abbiamo vinto 6 a 0 sul Pd”. Un dato incontrovertibile. Il Pd e il centrosinistra hanno perso, infatti, dopo averle amministrate per anni, regioni ‘piccole’ come il Molise e il Friuli, regioni ‘grandi’ come la Sicilia (e, prima ancora, la Liguria), regioni del Nord Italia (le province di Trento e di Bolzano) e regioni ‘medie’ del Sud e Centro Italia (Abruzzo e Sardegna).

Insomma, il Pd dovrà ‘riflettere’ a lungo sul fatto che ha perso sei elezioni regionali di fila in meno di due anni (Sicilia, Molise, Friuli, province di Trento e Bolzano, Abruzzo e Sardegna) e che, pur controllando ancora nove regioni (il Piemonte, l’Emilia-Romagna, l’Umbria, rivinta per un soffio , il Lazio rivinto nel 2018, ma per poco, la Puglia, la Campania, la Calabria e la Basilicata) vede il centrodestra, ad oggi, controllarne altrettante nove. Si tratta, appunto, della Liguria con Giovanni Toti (FI), della Lombardia con Attilio Fontana (Lega), del Friuli Venezia-Giulia con Massimiliano Fedriga (Lega), del Trentino con Fugatti (Lega), dell’Alto-Adige con Kompatscher (Svp, partito che, dopo un’ultra-decennale alleanza con il Pd ne ha stretta una con la Lega), dell’Abruzzo con Marsilio (Fratelli d’Italia), del Molise con Donato Toma (FI), della Sicilia con Nello Musumeci (Sicilia bellissima) ed ora della Sardegna con Christian Solinas (Partito sardo d’Azione che, anche qui, dopo un’alleanza storica con il centrosinistra, ha stretto un patto di unità d’azione sempre con la Lega). Il mix, come si vede, sembra quasi perfetto: tutti i partiti della coalizione sono rappresentati (Lega, FI e ora anche FdI), movimenti ed esperienze locali vengono valorizzate, specialmente quando sono molto radicati e quando rappresentano realtà e regioni ‘autonome’ e ‘autonomiste’ (il partito di Musumeci in Sicilia, il Psd’Az in Sardegna) e certo, si litiga – come sempre – sugli assessori da spartire (sta succedendo, per dire, ormai da settimane in Abruzzo), ma questo si può derubricare a ‘ordinaria amministrazione’.


Insomma, il centrodestra è, oggettivamente, almeno sul piano delle elezioni regionali, in fase – come si suol dire - ‘espansiva’ e risulta sempre vincente. Certo, non va dimenticato che il 24 marzo si voterà in Basilicata, dove il centrosinistra parte lievemente in vantaggio, e che il 26 maggio (insieme alle Europee) si voterà in Piemonte, dove per il Pd si ricandida il governatore uscente, Chiamparino, che sarà sicuramente appoggiato da molte liste, tra cui i Sì Tav e che si gioverà proprio di un referendum sulla Tav. Infine, a novembre, si voterà anche in Calabria – dove il centrodestra sembra in buona ripresa - e Emilia-Romagna, regione su cui Salvini punta molto proprio con l’obiettivo di strapparla al centrosinistra e fare filotto al Centro-Nord. Per non dire del 2020, quando si voterà anche in Toscana, altra regione su cui già si appuntano le mire di Salvini e Lega.

Ricordato che ogni coalizione che ha vinto, in un secondo tempo, le elezioni politiche, dalla Seconda Repubblica in poi, ha sempre ‘preparato il terreno’ vincendo le Regionali, resta un problema politico non di poco conto, per il centrodestra. Salvini non ha alcuna intenzione – come ha ribadito in diverse interviste e anche in colloqui privati – di ‘far saltare’ il governo Conte e la maggioranza gialloverde. Anzi, Salvini sembra quasi voler ‘rinforzare’ la posizione di Di Maio e del ‘suo’ M5S, sempre più debole alle elezioni (quelle regionali, per ora) e sempre più spesso scosso da polemiche e contrapposizioni interne, tra ortodossi e movimentisti da una parte e filo-governativi dall’altra. Berlusconi, ovviamente, ‘ci prova’ a scuotere Salvini per farlo scendere dalla rendita di posizione in cui si è seduto, assicurando agli azzurri che “alla fine Salvini sarà costretto a tornare con noi”, ma almeno fino alle Europee il quadro politico resterà com’è oggi, pur nelle – inevitabili – guerre interne al governo e relativi stop&go sui tanti dossieri aperti (Tav, autonomie regionali, Grandi Opere, legittima difesa).


Inoltre, a Forza Italia serve come l’oro dimostrare di essere ancora ‘viva’ come partito e come capacità di interdizione. Vuol dire prendere, almeno, il 10% dei voti alle Europee, regalare a Berlusconi stesso un’ottima affermazione, in termini di preferenze, dato che si presenterà come capolista in tutte le circoscrizioni (solo al Centro lo sarà Tajani) ed eleggere un gruppo non insignificante di europarlamentari. Solo in questo modo, Forza Italia tornerà ‘attrattiva’, se non ‘centrale’, per costruire il centrodestra del futuro, quello che dovrebbe sfidare centrosinistra (e M5S) alle politiche o, se il quadro macro-economico del Paese peggiorasse in modo irreparabile, provare a sostituirsi all’attuale governo e all’attuale maggioranza per dare vita a un nuovo governo di centrodestra, magari corroborato dai transfughi pentastellati che, come dice Berlusconi, “non vogliono perdere la poltrona perché non hanno un lavoro a cui ritornare”…


Peccato solo che i piani di Salvini siano assai diversi. “Non tornerò mai più con il vecchio centrodestra” continua a ripetere il leader della Lega, che pure sta mostrando segnali di nervosismo sia perché si aspettava un risultato migliore per la sua Lega in Sardegna sia perché gli screzi con l’M5S sono continui e sfibranti. Per non parlare del ‘caso Tria’. Il ministro dell’Economia si è esposto sul fronte del ‘Sì-Tav’, Di Maio gli ha recapitato l’avviso di sfratto, Salvini lo ha difeso, ma l’idea di un rimpasto di governo (che vorrebbe dire rafforzarlo, non indebolirlo) è dietro l’angolo: la ministra alle Autonomie, Erika Stefani, è pronta a mollare, e i grillini la vorrebbero esautorare; Fontana anche (vorrebbe tornare in Europa), Giorgetti non vede l’ora di finire l’esperienza in un governo in cui non crede più. Dall’altra parte, Toninelli e Giulia Grillo sono ministri invisi tanto all’M5S quanto, ovviamente, alla Lega. Ecco perché, Salvini – prefigurando il nuovo, e forse definitivo, tonfo dei pentastellati alle prossime elezioni europee – ha ‘un piano’ che però fa a pugni coi desiderata del Cavaliere. Pensa a un centrodestra ‘deberlusconizzato’ in cui Meloni, che ha già allargato i confini dei suoi Fratelli d’Italia a destra (con il ritorno di Storace) come al centro (con l’adesione a FdI di Raffaele Fitto e altri ex centristi di FI), dovrebbe rappresentare la ‘ciambella di salvataggio’ per una serie di transfughi che arriverebbero proprio dalle fila azzurre per dare vita a un nuovo assetto dentro il governo, certo, ma non per un vero e proprio ‘ribaltone’. Si tratta, in buona sostanza, di un ‘semplice’ spostamento dell’asse del governo sempre più ‘a destra’ con l’M5S ridotto a poca cosa (ma sempre in mano a Di Maio), magari terremotato da una scissione dell’ala ‘movimentista’ che fa capo a Fico e con Salvini in un ruolo sempre più egemone e centrale. Come si vede, i progetti di Salvini e Berlusconi divergono. Del resto, Bettino Craxi governava con il Pci nelle ‘regioni rosse’, a livello locale, e con la Dc sul piano nazionale, facendo da ‘ago della bilancia’ e decretando le fortune di entrambi. E Salvini, nei panni di Craxi, ci sta benissimo.


di Ettore Maria Colombo

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