Il giornalista Marazziti presenta «Porte Aperte», un libro sull'accoglienza che sfida la paura

Il giornalista Marazziti presenta «Porte Aperte», un libro sull'accoglienza che sfida la paura

Domani sarà a Trento, l’11 novembre a Padova, il 12 a Castelfranco Veneto, il 13 a Treviso e il 14 arriva a Roma nella Sala Benedetto XIII, di via San Gallicano, alle 17.30. Mario Marazziti, giornalista e scrittore, già presidente del comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ora ha scritto un libro: “Porte Aperte – Viaggio nell’Italia che non ha paura”. Frutto della sua esperienza nei corridoi umanitari, questo libro vuole aprire un fascio di luce in un’Italia soffocata dalla diffidenza e dalla paura. SprayNews l’ha intervistato.


Marazziti, perché questo titolo? Porte Aperte.


“Il titolo Porte Aperte è arrivato alla fine, dopo aver scritto il libro. Durante tutta la stesura del libro ho pensato agli italiani, poi nel viaggio che ho fatto mi è sembrato di riscoprire gli italiani che diventano più italiani quando aprono le porte, quando smettono di pensare all’altro come problema e iniziano un percorso di integrazione, da qui inizia un’esperienza di rinascita”.

C’è un passaggio significativo a pagina 49 del suo libro dove lascia intendere che la persona che arrivi qui, si spoglia in sostanza, si denuda, quasi non ricorda ciò che era e si ricostruisce. Ha visto che è veramente così?


“Sì, ho trovato che per mille motivi c’è una paura e un’ansia nei confronti dei profughi in Italia. Una paura che è più parte di una narrazione che di una realtà, e questo ha represso dei normali sentimenti come aiutare l’altro, dispiacersi quando c’è un naufragio o di fare qualcosa. Questo senso di impotenza personale e sociale si sblocca rapidamente quando si mette a disposizione una piccola disponibilità e i profughi che arrivano diventano pezzo di una nuova famiglia. Diventano un gruppo di persone che costruiscono una cosa nuova. Che è l’integrazione”.


Emblematico infatti è che lei cominci il suo manoscritto proprio con il Piave.

Quale connessione secondo Lei tra tradizione e integrazione?


“Io credo che la bellezza è che l’integrazione di questi siriani o eritrei o somali avviene quasi in dialetto e i bambini che vanno a scuola dopo pochi mesi non solo scrivono in italiano ma parlano con l’accento dei compagni di classe veneti o marchigiani. Vale per tutti, per le piccole città e per ogni paese, Tradizione e accoglienza non sono in contrasto. Rinasce la comunità col senso delle proprie radici. Ognuno scopre un mondo. I siriani imparano la cucina di quel posto”.

Questo vale per tutti. Il rischio però è che loro dimentichino la loro di tradizione.


“All’inizio c’è più diffidenza ma il grande passaggio è quando alla festa del patrono a Trento, la famiglia siriana prepara i piatti siriani accanto a quelli trentini”.


Perché secondo Lei le persone oggi vivono questo clima di diffidenza?


“Perché non conoscono quelli che arrivano”.


Colpa solo della politica?


“È colpa del fatto che nella storia ogni volta che c’è un po’ di crisi sociale la colpa si tende a scaricare sugli altri”.

Quindi quali Porte Aperte?


“Porte aperte della casa, della mente, della comunità e del cuore, a volte è complicato ospitare in casa propria, ma con altri si va tramite affitto. La Comunità di Sant’Egidio (che ha promosso questi corridoi umanitari, ndr) sa già quali sono le storie di questi profughi quando arrivano, li ha già conosciuti. Ha già vagliato le storie nei campi e quando arrivano in Italia, le persone che affittano, già dal secondo giorno iniziano a scoprire i profughi chi sono. Ed è una realtà nuova. Agli italiani gli si dilata la vita”

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A Roma con l’autore saranno presenti Graziano Del Rio, Marcelle Padovani e Andrea Riccardi Alessandra.


Sb

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