Il giro d’Italia in moto per dire no alla droga fa tappa a Roma

Aggiornamento: set 3


“In moto per un’Italia libera dalla droga” fa tappa a Roma. A presentare l’ennesima tappa del tour per il Paese, dedicato al contrasto alle droghe, che si terrà nel pomeriggio odierno a Roma in piazza Capecelatro davanti al Barone Bar, alle ore 18,00, è Oreste De Paoli, presidente di “Dico no alla droga”, associazione non a scopo di lucro che si occupa principalmente di prevenzione e in modo particolare di sensibilizzazione dei giovani al non utilizzo di sostanze stupefacenti.


Quale la missione dell’associazione che presiede?


«Andiamo principalmente nelle scuole, dove teniamo conferenze e incontri. Partiamo, infatti, dalle medie in su, con programmi su misura per ogni età, sin dall’infanzia. Attraverso giochi e attività ludiche educhiamo, da subito, le nuove generazioni a stare lontane da ogni forma di dipendenza. Oltre a questo facciamo molte attività sportive. Abbiamo una squadra di calcio a 5, di calcio a 7 e a 11, una di pallavolo, di motocross e go-kart. Nel corso di ogni evento distribuiamo i nostri opuscoli, provando a dare il massimo di informazione possibile».


Perché il progetto tocca il mondo delle motociclette?


«Essendo un appassionato motociclista, ho notato come tale ambito possa fare da specchietto per le nostre battaglie, attirando molto i giovani verso il mondo dei motori. Avvicinandoli, cerchiamo di inculcare un messaggio, ovvero che ci si può divertire e provare sensazioni forti pur non essendo spericolati o utilizzando stupefacenti. Ecco perché abbiamo deciso di fare il giro dell’Italia, partendo da Milano, passando per Firenze, Pisa, Roma, Ravello, Martina Franca, Senigallia, Modena e chiudendo a Padova. Facciamo in una settimana circa 3mila chilometri».


Quanto le droghe sono diffuse oggi nel Paese?


«Il fenomeno è molto più diffuso rispetto a prima. Quando ero ragazzo, oggi ho 46 anni, la droga, considerando i costi, pur essendo già un problema, non era permessa a tutti, sebbene pure allora l’eroina già faceva tantissimi morti e la cocaina era ordinarietà tra i ricchi. Al giorno d’oggi, invece, le droghe sintetiche, costando molto meno, sono accessibili a ognuno e diffusissime tra i più giovani. Non vogliamo, pertanto, moralizzare nessuno, ma riteniamo indispensabile far conoscere i rischi e i pericoli di determinate sostanze per chi le usa, in modo che ognuno possa fare, in modo libero, la scelta migliore per sé stesso».


Di quanto si è abbassata l’età nell’utilizzo negli stupefacenti?


«Moltissimo. I ragazzi, purtroppo, iniziano già dalle scuole medie, a utilizzare sostanze stupefacenti. Sento undicenni e dodicenni già parlare di droghe pesanti».


La colpa è anche dei social?


«Troppi sono i cantanti, i personaggi famosi, gli influencer che utilizzano Facebook, Instagram per lanciare, a volte, messaggi sbagliati. I cattivi esempi, purtroppo, sono ordinarietà. Ecco perché non bisogna mai abbassare la guardia e fare una corretta informazione».


Le istituzioni vi sono vicine in tali iniziative?


«Assolutamente sì! Abbiamo tante scuole che ci contattano per fare questo tipo di prevenzione e addirittura collaboriamo con le forze dell’ordine. I carabinieri, la polizia stradale, quella municipale spesso ci chiedono aiuto per diffondere messaggi corretti, soprattutto per quanto attiene la guida sicura. Una persona quando si mette al volante deve essere lucida, integra e attenta. Anche alcool, infatti, lo consideriamo droga, alla luce del fatto che fa molti più morti di quest’ultima. Avere la passione per le moto e i motori in generale riteniamo possa essere d’aiuto a fermare qualcosa che per tanti con il tempo diventa devastante».


Il problema dell’alcool, però, è dovuto anche a esercenti, che oltrepassando ogni regola, pur di guadagnare, non fanno differenza d’età…


«E’ uno dei problemi più diffusi. Proprio qualche giorno fa ho litigato con un barista sul lago di Garda perché dava da bere a minorenni. Questo non dovrebbe più succedere. Detto ciò, devo dire, però, che ci sono anche tantissimi esercenti onesti, che tengono molto alla salute dei ragazzi e che addirittura ci chiedono di lasciare i nostri opuscoli all’interno dei loro locali».


Cosa ci ha insegnato il Covid in tale ambito?


«Il Coronavirus, purtroppo, non è bastato a fermare gli spacciatori. Anzi devo dire che si sono organizzati meglio. Sono diventati quasi dei pony express o addirittura finti portatori di cibo a domicilio specializzati invece nel commercio di sostanze. Il Covid, quindi, non ha rallentato la diffusione degli stupefacenti, anzi ha modernizzato un mercato che adesso funziona tutto tramite internet e social».


La capitale è stata da sempre una grande piazza di spaccio. Che messaggio intendete lanciare a Roma e ai suoi giovani durante la tappa in moto?


«Il nostro piacere è che tutti i ragazzi si informino correttamente su cosa sono le droghe e non stiano ad ascoltare l’amico o lo spacciatore di turno, lasciandosi prendere dall’euforia del momento e non considerando che così rischiano di rovinarsi il futuro. Tutti devono sapere con cosa si confrontano e quali sono i pericoli. Soltanto allora possiamo dire che i ragazzi hanno la possibilità di decidere in modo consapevole e libero, cosa è giusto o sbagliato per la loro vita».


Di Edoardo Sirignano


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