Il partito unico intriga Berlusconi, pronto alla rivoluzione interna per rilanciare gli azzurri



Partito unico nel centrodestra? La proposta aveva già fatto discutere negli scorsi giorni e soprattutto in relazione al futuro incerto della Lega, in attesa del riesame da parte del Tribunale sui fondi da sequestrare nell'ambito dell'inchiesta per i 49milioni di euro indebitamente sottratti dal partito. Questione poi spenta dal capo del Carroccio, che aveva lasciato intendere che la Lega sarebbe rimasta lì al suo posto, «con o senza soldi». Romanticismo più che realtà? Forse. In attesa di ulteriori sviluppi, c'è però l'altro capostipite del centrodestra, forse non più in auge come negli anni d'oro, ma con cui occorre sempre fare i conti se ci si muove tra i moderati in Italia. Silvio Berlusconi è chiuso in un silenzio tombale che può essere letto come un avanzare dell'età e del declino politico, ma per chi lo conosce davvero potrebbe essere invece visto in una chiave completamente diversa, e cioè quella di chi prepara, a oltre ottant'anni, una nuova, ennesima riscossa.


E allora partito unico che da no deve necessariamente passare a nì. Senza il Cav appare evidente che tutto lo scatolone azzurro perda di valore, rasentando lo zero. Senza la sua capacità di convogliare interessi di strati della popolazione tanto diversi, Forza Italia rischia un tracollo che farebbe rimpiangere addirittura i disastrosi risultati del 4 marzo. In più c'è la considerazione, più volte emersa negli ultimi mesi, di un Silvio sempre più deciso a rivoluzionare, questa volta dall'interno, il partito, e nei nomi e nei metodi di comunicazione con l'elettorato, per anni dato per scontato con la semplice esibizione di uno dei suoi sorrisoni e invece ora attratto da lidi web che distano anni luce. Una rivoluzione che non risparmierebbe nessuno, o quasi, e c'è già chi parla infatti di possibile diaspora verso la Lega di decine tra deputati e senatori, qualora si tornasse anticipatamente alle urne. Un dispetto che costerebbe caro a Matteo Salvini che, se da un lato sa di avere, forse per la prima volta nella storia politica recente, il coltello dalla parte del manico contro il quattro volte Presidente del Consiglio, è altrettanto conscio che una rottura con l'uomo più ricco del Paese, in concomitanza con le ristrettezze economiche della Lega, potrebbe diventare un harakiri senza possibilità di recesso.


Resta tuttavia un'intesa, sulla nomenclatura in primis, tutta da costruire. La Lega è ormai fortissima, forse il primo partito della nazione, e vorrà far valere questo peso in caso di partito unico ancor più di quanto non stia già facendo nella precaria coalizione. Quel «la Lega non si tocca» può essere dunque visto come un monito a Magistrati e avversari di turno, pronti a spolpare all'osso la bestia ferita, ma potrebbe essere anche un segnale d'avvertimento a chi è a caccia di facili affari e ingloberebbe senza remore la moltitudine di voti che porta in dote Matteo, mettendo in capo al testo il proprio nome a caratteri cubitali. Un nome e un'identità: sarebbe questo il primo scoglio da superare nel tentativo di riportare in piedi quel progetto Pdl su cui Berlusconi costruì le basi per governare sino alla sua anticipata caduta del novembre 2011. E poi le questioni interne, con la Lega che reclamerebbe la paternità del progetto visto lo stato attuale dei rapporti di forza, con equilibri tutti da definire, in particolare su tematiche in cui la moderazione di Forza Italia non troverebbe sbocco nell'oltranzismo leghista.


Dai silenzi di Berlusconi ai comizi a voce alta di Salvini: un'intesa difficile ma ancora possibile che determinerebbe in ogni caso la fine del centrodestra sin'ora conosciuto, aprendo le porte a scenari imprevedibili, in cui sarebbero probabilmente i moderati a "populizzarsi" e non viceversa.

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