Il “sì, ma Bibbiano” che va bene per tutto: dal flop di Salvini a Bologna all’acqua alta a Venezia

Il “sì, ma Bibbiano” che va bene per tutto: dal flop di Salvini a Bologna all’acqua alta a Venezia

Ci aspettiamo da un momento all’altro che si alzi – anzi si rialzi - nel cielo cupo della politica italiana il grido minaccioso e infantile e torbido “sì, ma Bibbiano”. E già, perché quando la Lega, come peraltro i suoi ex alleati grillini, decidono di buttar palate di fango sugli avversari non riescono a far di meglio che tirar fuori la storia dei bambini cui sarebbero state estorte confessioni di maltrattamenti per allontanarli dai genitori. “Sì, ma Bibbiano”, la frase che ha inondato i social e a cui non è estranea la “Bestia”, la corrazzata comunicativa della Lega. “Sì, ma Bibbiano” non è più solo una vicenda, è un paradigma, un modello di cattiva politica, è il mettere sotto i riflettori le presunte (o inventate) colpe degli altri per occultare le proprie . E’ il guantone truccato e irregolare con cui il fu Carroccio sta conducendo da un anno a questa parte la sua propaganda. Un modello che va bene per ogni occasione: sia il no alle visite degli studenti al lager nazista di Auschwitz perché allora “ci sono pure le foibe” o il no alla Commissione Segre perché non ci sono solo gli ebrei ma anche la «persecuzione dei cristiani» (affermazione testuale della senatrice leghista Stefania Pucciarelli, presidente della commissione straordinaria per i diritti umani di Palazzo Madama); sia l’acqua alta a Venezia – dove ci piacerebbe capire le responsabilità dell’attuale governo - o il mezzo flop di Salvini in quel di Bologna. Dove ieri la società civile ha riempito Piazza Maggiore per dire “ma anche no” all’ex responsabile degli Interni e alla sua voglia matta di impossessarsi della regione Emilia Romagna, che non sarà più rossa però, come hanno scritto i tre ragazzi che su Facebook hanno dato vita alla manifestazione bolognese, “non abbocca” all’amo. Erano circa 12mila per un flash mob di protesta svolto in contemporanea al comizio elettorale di Lucia Borgonzoni, candidata salviniana alle prossime regionali. Tante “sardine” che hanno mandato di traverso la giornata di Matteo Salvini il quale non è riuscito nemmeno a riempire i 5570 posti del palazzetto.

Già ieri a caldo i leghisti avevano provato a dare la colpa del mezzo flop andato in scena al palaDozza ai “comunisti” che avrebbero bloccato i loro pullman, ovvero ai centri sociali che fuori dalla struttura, si scontravano con la polizia. E stamattina ci hanno riprovato. Il modello “sì, ma Bibbiano” si trasforma però in un autogol. Clamoroso per la sua rozzezza. Il deputato della Lega Massimiliano Capitanio, uno passato in pochi anni dal Giornale di Monza alla poltrona di vicedirettore della struttura stampa del consiglio regionale della Lombardia ed approdato alla Camera nelle elezioni del 2018, si incarica di lanciare l’offensiva. Il nostro Capitanio paragona la piazza antileghista di ieri agli assassini di Marco Biagi. «Questa è la Bologna di chi ieri (invano) non avrebbe voluto farci manifestare. Dopo il 26 gennaio questa Bologna sparirà del tutto». Il messaggio era accompagnato da una foto della prima pagina del Corriere della sera con la notizia dell'assassinio a Bologna di Marco Biagi. Chiaro il messaggio chi è contro la Lega è un terrorista. Si chiama “nemico interno” ed è una è teoria (ed una prassi) dei paesi totalitari.

Dopo la brutta performance bolognese Salvini (che nel frattempo arrivava a sostenere, di fatto, che Cucchi è morto a causa della droga e non delle percosse subite) è corso a Venezia per provare a raccogliere almeno lì qualche applauso. La sintesi più bella e graffiante l’ha fatta ieri il giornale online “Lercio”. Un Salvini in tenuta da palombaro in piazza San Marco, della serie “chiacchiere e distintivo”.

Il pensiero del leghista sulla vicenda Venezia, si perdoni la greve ironia, fa acqua da tutte le parti . A parte l’insistenza con cui chiede di dirottare agli alluvionati una parte dei 3 miliardi che si vogliono «regalare» a chi usa la carta di credito anziché i contanti (variante non razzista del “basta soldi agli immigrati”, una sorta di “prima i veneziani” che, ovviamente, finirà per essere smentita alla prima occasione in nome di un altri “prima..”) Salvini spiega che «non è più tempo di perdere tempo, questa città grida aiuto, c'è bisogno di mettersi tutti insieme per ultimare il Mose» perché «le cose non si lasciano a metà non siamo qui a distribuire colpe ma l'opera va finita per evitare che in futuro si ripetano cose simili». E qui, sulle colpe da non distribuire, un “si ma Bibbiano” ci verrebbe proprio da usarlo. E già, perché Il centrodestra governa ininterrottamente da 24 anni, e per 5 mandati consecutivi, il Veneto. E gli ultimi due governatori, guarda un po’ il caso” sono proprio leghisti. Ma senza voler infierire sarebbe il caso di ricordare a Salvini che finire il Mose non è una questione di soldi. E che di soldi a ben vedere ce ne sono stati pure troppi. Elargiti a piene mani a faccendieri, consulenti, politici. Per la precisione come scrive Jacopo Gilberto in un bell’articolo sul Sole 24 ore di ieri «5,3 miliardi (tangenti comprese) su una spesa totale e finale di 5,5 miliardi». E forse chi ha governato la regione dovrebbe spiegare agli italiani, a tutti gli italiani, come mai il Mose è diventato, senza nemmeno mai entrare in funzione un giorno, un monumento al malaffare.

di Giampiero Cazzato

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