“Io non sono centrista, sono democristiano”: parla l’ex deputato e sindaco di Priolo, Pippo Gianni


Quando a Pippo Gianni chiediamo come si sente oggi in Italia un centrista la risposta è pronta e salace. «Centrista non vuol dire nulla. Io sono un democristiano. Io fui, sono e resterò un democristiano. E lo dovranno scrivere anche sulla mia tomba quando morirò». Lo sa Gianni che ha un precedente illustre? Anche De Mita qualche anno fa in una intervista disse: «Quando morirò, seppellitemi con un biglietto in cui c'è scritto “sono stato democristiano”. Anzi no. Non “sono stato”. Nel biglietto ci dev'essere scritto “sono democristiano al tempo presente”. Risata fragorosa. «Vede, essere democristiani mantiene in buona salute». Udc, poi i Popolari per l’Italia di Domani di Calogero Mannino, poi, ancora, il Pdl e pure una sbandata a sinistra e il sostegno a Rosario Crocetta, scelta di cui ancora si pente. Pippo Gianni, 72 anni, oggi fa il sindaco di Priolo, comune del siracusano e, nei ritagli di tempo, continua ancora a visitare, «a titolo assolutamente gratuito» ci tiene a precisare, i suoi concittadini, avendo indossato per tanti anni il camice bianco. E da incallito democristiano non può fare a meno di osservare il mondo che lo circonda e i tempi nuovi.


«Tempi brutti».


Non le piace Gianni questa cosiddetta Terza repubblica?


«Ma quale terza repubblica! Qui siamo alla terza media! E forse è pure troppo. Qui siamo a gente senza storia e senza idee. Non c’è più la politica di una volta, il mondo è cambiato ed è cambiato in peggio. Siamo nelle mani dei social, non c’è più il rapporto diretto tra i politici e le persone, che ha fatto grande la vecchia Dc. E se è per questo non ci sono più programmi, ma solo slogan ed improvvisazione».


Non è un lamento generazionale il suo? Il nostalgico della Balena Bianca che non riconosce il mondo in cui vive?


«Lo riconosco, altro che se lo riconosco! E proprio per questo le dico che non mi piace affatto. Non perché il mio sguardo è volto all’indietro, ma esattamente perché vedo con forte preoccupazione il presente e l’avvenire del paese. Prima per diventare deputato facevi la gavetta e consumavi la suola delle scarpe: consigliere comunale, assessore, in qualche caso sindaco e infine, se eri stato bravo, deputato nazionale. Era un cursus honorem e questo cammino era una spettacolare scuola di formazione politica, ma anche amministrativa. Adesso passano da Facebook ai ministeri in un battito di ciglia. Secondo lei sanno come si fanno le leggi, come le norme si devono adattare alla realtà viva del paese? Macché, se ne fregano e se ne fanno perfino vanto. Quando uno si siede e non ha idea di cosa sia la cosa pubblica per fare bella figura generalmente annuncia che intende mettere mano alle leggi che ci sono. Il risultato è la devastazione del diritto. E di ascoltare i consigli di chi ne sa più di loro si guardano bene».


Lei che consigli darebbe a questi homines novi?


«Io se è per questo consigli li do proprio, il punto è che non mi ascoltano. Quando Renzi era presidente del Consiglio, per dire, gli ho fatto avere tre idee chiave. Primo, tutte le risorse che ci sono immetterle sui territori, perché se non c’è traino pubblico non si può sperare di avere investimenti privati. Secondo, abbassamento secco delle tasse al 25 per cento per tutti e chi non paga va in galera veramente. Terzo, aprire ai progetti di finanza privata. Sono i punti fondamentali per risollevare il paese e liberarlo dai lacci e laccioli che lo soffocano e che allontano chi vuole venire ad investire in Italia».


E la risposta qual è stata?


«Non ne parliamo che è meglio».


Riduzione del numero dei parlamentari. Che ne pensa?


«Questa storia dei costi della politica è un falso problema. La democrazia ha un costo. Non si può spacciare per risparmi – i famosi 500 milioni l’anno – quello che è in realtà è un restringimento della rappresentanza. Meno deputati ci sono e più grande sarà la platea di cittadini ed elettori a cui ognuno di loro dovrà rispondere. Il risultato? Finirà che non risponderanno a nessuno».


Ma come?! i Cinque Stelle vogliono il vincolo di mandato.


«Il vincolo di mandato è una cosa che non sta scritta in Costituzione e un motivo ci sarà. Un parlamentare, fino a prova contraria, rappresenta la Nazione. Ma se anche dovessero introdurre il vincolo di mandato lei pensa davvero che i parlamentari risponderanno agli elettori che li hanno votati. Ma quando mai! Risponderanno, come già rispondono oggi peraltro, al leader che li ha fatti eleggere. Puntare il dito sui parlamentari è uno sport nazionale. Oggi la gente odia i politici. E il bello è che chi ha soffiato e soffia sul fuoco dell’antipolitica oggi è un partito politico esattamente come gli altri. Solo che le anime ingenue pensano che Di Maio non sia un politico, ma uno di loro. La verità? Siamo circondati da pressappochisti e superficiali. Persone che non hanno idea della cose da fare e finiscono per fare quello che gli pare o quel che pare a chi, in altre stanze, li indirizza. Uno, Salvini, si porta l’amico faccendiere in Russia, l’altro, Di Maio. fa invitare Casaleggio a parlare all’Onu».


L’alleanza Pd-M5S la convince?


«E’ una alleanza costruita sulla paura di perdere le elezioni. Dopo tutto quello che si sono detti in questi anni, adesso amoreggiano. Questo non è un programma per il Paese, ma un “salviamoci intanto la pelle e poi vediamo”».

E il centrodestra?

«Il problema è che il centrodestra non c’è. C’è la destra. Forza Italia era quella che avrebbe dovuto e potuto coprire l’area di centro, ma Berlusconi ha perso voti e ruolo, anzi prima il ruolo e poi i voti, e il tempo se lo sta ingoiando. L’uomo solo al comando, vale per Salvini che lo ha pagato caro, come per Berlusconi, non funziona. Eppure è una tentazione ricorrente nel nostro paese».


Conte è un neo democristiano?


«A me sembra uno che gli piace la sedia».


A chi non piace?


Lui l’ha reso visibile in maniera lampante e direi quasi sfacciata. E disponibile a collocarsi a destra, a sinistra, al centro e pure di lato. Gli ho scritto per chiedergli di destinare ai comuni della zona industriale del siracusano l’1% del prelievo fiscale attuato nel nostro territorio e risolvere le problematiche connesse all’area ad alto rischio ambientale. Pensa che ho ottenuto una risposta?».


Secondo lei il proporzionale potrebbe riaprire i giochi tra gli schieramenti e dentro i partiti?


«Il proporzionale in questa fase della storia italiana può permettere la costruzione di alleanze certamente anomale, ma che possono rivelarsi utili se mirano a salvare il paese. Se ci sarà un rassemblement di tutti quelli che hanno una idea di mediazione, di ragionamento, di discussione allora si potrà ben sperare».


Rassemblement fa pensare al pentapartito.


«E perché no? Il pentapartito, chiamiamolo così, potrebbe essere quel centro che può essere utile al paese, non dico in contrapposizione ma in un confronto serrato con la destra e la sinistra».


E’ dura fare il sindaco di Priolo dopo aver fatto politica a livello nazionale?


«Sapesse quante cose da migliorare ci sono. Non ho tempo d’annoiarmi, mi creda. Siamo il comune a più alta densità di insediamenti industriali d’Europa e siamo anche il comune che ha il più alto tasso d’inquinamento. Senza contare che la disoccupazione morde con virulenza. I gruppi industriali mi stanno facendo la guerra perché non sono cameriere di nessuno, sono libero e questo non va bene a certi soggetti che hanno fatto il loro comodo per anni».


E alla vulgata della Sicilia come palla la piede dell’economia nazionale che risponde?


«Questa è una colossale e vergognosa bugia, basta vedere il prelievo fiscale. Ogni anno la stato prende dalla Sicilia 40 miliardi di euro e qui non torna praticamente nulla. Eppure gli articoli 36, 37 e 38 dello Statuto recitano chiaramente che chi chiunque lavori in Sicilia le tasse le deve pagare in Sicilia. Niente da fare, quegli articoli sono rimasti lettera morta. Qui arrivano, prendono e se ne vanno, parlo di gruppi industriali, assicurazioni, colossi dell’agroalimentare».


Pensare che aveva perfino puntato su Crocetta e invece…


«Ho fatto questo errore purtroppo. Pensavo che potesse essere un elemento di tutela degli interessi dei siciliani invece ha fatto l’accordo con Renzi: della montagna di milioni che ci sono stati tagliati dal decreto Irpef ci sono stati restituiti appena 530 milioni. Un’elemosina».

Da sindaco siciliano come pensa dovrebbe essere risolto il problema immigrazione?

«Io una proposta sul tema ce l’avrei. Facciamo della Sicilia un grande hub della formazione. Ai migranti che arrivano, invece di lasciarli bivaccare in giro, offriamo l’opportunità di formarsi e di essere poi immessi sul mercato del lavoro in tutta Europa. Con una accordo tra tutti i paesi dell’Ue la Sicilia potrebbe diventare davvero quel ponte tra l’Africa e l’Europa, che è nella sua storia e nella sua vocazione. E poi vorrei dire una cosa a chi straparla di invasione. L’Africa è un continente ricchissimo che viene depredato da secoli. L’Europa si faccia carico di promuovere un accordo internazionale: chiunque va a in Africa ad investire si impegni a lasciare sotto forma di servizi primari il 5 per cento del fatturato. Abbiamo le carte, la cultura e la storia per farci promotori in Europa della necessità di dare vita ad un nuovo ordine internazionale e a nuovi rapporti con il continente africano. Purché la politica la smetta di guardarsi l’ombelico».


Giampiero Cazzato

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