Italia in picchiata sul deserto della cultura, diminuiscono i laureati, i diplomati e i lettori
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Italia in picchiata sul deserto della cultura, diminuiscono i laureati, i diplomati e i lettori



Istruzione, distruzione. L’Italia è penultima in Europa per numero di laureati. Solo il 26,9 per cento dei ragazzi tra i 30 e i 34 anni possiede un titolo di studio terziario (laurea, o post laurea). Non meglio, anche per quanto riguarda i titoli di studio secondari. Dal 2008, per la prima volta, non si registra un miglioramento del dato. Nel 2017, infatti, la quota di diciotto-ventiquattrenni che hanno abbandonato precocemente gli studi si stima pari al 14 per cento.

In complessivo, rileva l’Istat nel suo studio sui livelli d’istruzione in Italia, il dato non è positivo: il 60,9 per cento della popolazione, tra i venticinque e i sessantaquattro anni, ha almeno un titolo di studio secondario, superiore. Ma il valore è distante dalla media europea, che si attesta sul 77,5 per cento.


L’aridità degli italiani


Ma di cosa ci parla l’Italia negli ultimi anni? Di un’aridità dell’anima preoccupante, secondo un percorso che trasforma la propria volontà di formazione in una sorta di imposizione necessaria. La cultura è una gentile concessione in questo Paese, laddove con questo termine, non si identificano le grandi citazioni da conoscere necessariamente per vincere le conversazioni tra amici, ma la ferrea volontà di coltivare se stessi, letteralmente. Si tratta di cogliere l’importanza della generazione di un processo critico individuale, che permette di indirizzare la propria coscienza e la propria conoscenza su un percorso di sviluppo intellettivo, capace di farci essere partecipi e non spettatori del reale, uomini e non replicanti, surgelati e scongelati in serie a seconda delle urgenze del sistema nazionale o sovranazionale, che sia per una competizione elettorale o per un’indignazione di massa, specie in un mondo dedito al culto della materia, allo sviluppo utilitaristico, e quindi ridotto alla desertificazione di ogni profondità umana, che sia spirituale, tradizionale, artistica, o, appunto, culturale, dove tutto è globalità, dove tutto è livellato su un unico pensare, dove le identità faticano a delimitare contorni e confini.


Si legge sempre meno


Un processo salvifico, quello dello sviluppo critico di noi stessi, che ci conduce a essere una porzione reale e dinamica del sistema sociale, economico, politico e spirituale, capace di farci schivare la pericolosa strada senza uscita dell’illusione della partecipazione, in piena fioritura, tra un tweet e l’altro per decidere le sorti di un partito, ricorderete il recente siparietto digitale tra Matteo Renzi e Maurizio Martina sulla guida del Pd, tra un post e l’altro, tra una votazione sul sulla piattaforma Rousseau e l’altra. Si tratta, forse, di recuperare il cantuccio, l’angulus oraziano, quello da cui cogliere la visuale senza essere ancora corrotti dal mainstream. Luogo noto e sicuro, per ritrovare sempre se stessi nell’epoca della grande siccità dello Spirito. E tutto questo deve nascere dalla formazione, familiare, scolastica, ideale, sociale, in senso esteso, da un’educazione culturale, ovvero dalla volontà di coltivazione individuale, inseguendo lo sviluppo della conoscenza e della comprensione del reale e delle sue dinamiche, di uno studio adeguato e costante, non solo a livello d’istruzione fondamentale. Dalla volontà di capire, dalla curiosità, dalla non atrofizzazione di se stessi. La cultura non deve essere un compito per casa, né un esercizio di stile. Stiamo esagerando? In una terra parcheggiata su un social, ridotta a segnaposto esistenziale, nell’attesa della propria nicchia di notorietà e visibilità in quanto giustificazione di esistenza e partecipazione al tempo, che si disabitua alla lettura, mentre ogni giorno in Italia chiudono cinque librerie di quartiere, solo a Roma, negli ultimi quattro anni, hanno chiuso 50 librerie, e soprattutto mentre si plasma un esercito di non lettori: nel 2016, con dati di fine 2017, solo il 40,5 per cento ha letto almeno un libro (almeno uno); trend maggiormente preoccupante per i giovani: la quota di lettori tra i 15 e i 17 anni è diminuita dal 53,9 per cento. Di ben oltre la metà.

Forse non siamo così lontani da un idillio infernale, dai prodromi della rovina. Aumentano i neet, diminuiscono i lettori, i laureati e i diplomati.


In picchiata sul deserto. Cosa resterà?


E.R.


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