L’allarme di Moody’s su 2 miliardi di tasse in più, ma il rating non è a rischio

L’allarme di Moody’s su 2 miliardi di tasse in più, ma il rating non è a rischio


Tutta colpa della manovra economica. Che secondo la Uil taglia un miliardo di euro di trasferimenti statali agli enti locali, che a loro volta quindi potrebbero decidere di rivalersi sui cittadini.

Nella legge di bilancio infatti non è stato rinnovato il blocco delle aliquote dei tributi decisi dagli enti locali, stop presente dal 2016. Ora invece, a fronte dell'ennesimo taglio del governo, Regioni e Comuni potranno rimodulare aliquote e addizionali su Itrap, Imu-Tasi e addizionali Irpef per famiglie e imprese. Potranno anche rimuovere o applicare le esenzioni fiscali sempre a famiglie o imprese. Insomma, via libera agli enti locali per nuove tasse o appesantimento di quelle già esistenti, bloccate da oltre due anni.


Secondo Massimo Visconti, VP senior officer di Moody's, autore del report dell'agenzia di rating, «la riforma potrebbe consentire ulteriori entrate per circa 2 miliardi di euro». Aveva visto giusto, qualche tempo fa, il servizio Politiche territoriali della Uil, che proprio per gli stessi motivi stimava in 130 euro a testa l'aumento dell'Irpef regionale, dell'Imu comunale e delle aliquote Imu-Tasi, rispettivamente per 1 miliardo e mezzo, 112 e 600 milioni.

Tornando a Moody's, l'agenzia prevede che l'80 per cento dei governi regionali e comunali potrebbe cogliere l'occasione per aumentare quelle tasse. Visto anche che in oltre la metà dei quasi 8 mila comuni italiani l'addizionale Irpef è pari a zero. Non rischiano invece le grandi città: gli abitanti di Roma, Milano, Napoli, Venezia o Torino, così come le Regioni Lazio o Piemonte, avendo già subito una tassazione vicina al massimo consentito, ne risentiranno meno. Sempre secondo il report però l'arrivo a maggio delle elezioni locali potrebbe portare a un rinvio di questi aumenti al secondo semestre del 2019.

Nel report di Moody's, però, qualcosa di positivo c'è: le prospettive sul debito pubblico, all'interno dell'Eurozona, restano stabili, e i rating assegnati ai vari Paesi non sono accompagnati, ed è la prima volta, da nessun outlook negativo; nemmeno per l'Italia. Non succedeva dal 2007. Anzi, le previsioni per alcuni Paesi sono positive, come dimostrano le promozioni nei rating del debito sovrano: Spagna, Portogallo e Grecia, accompagnati da Francia, Slovacchia e Malta.

L'Italia, purtroppo, rimane a "Baa3", ultimo scalino prima del livello spazzatura; un declassamento arrivato a ottobre e che, secondo l'agenzia di rating, «riflette l’impatto fiscale ed economico del cambiamento di orientamento del Governo nella strategia fiscale e la situazione di stallo sul fronte delle riforme strutturali».

Moody's, per il 2019, prevede una crescita stimata nell'1,9 per cento del Pil, e individua tra le possibili crisi le tensioni commerciali internazionali, la stasi di una Brexit ancora tutta da stabilire, l'indebitamento di alcuni stati e la crescita della frammentazione politica.


Tinte fosche nel report di Moody's quando parla di Italia: il deficit è al 2,6 per cento rispetto al Pil, fa peggio solo la Francia col 2,8; per il debito, il livello è a quota 131 per cento, peggio solo la Grecia col 175. Infine il "caro spread", che porta a un aumento degli interessi da pagare pari a 5 miliardi e mezzo. Tutta colpa della politica secondo il report dell'agenzia internazionale, che scrive: «In Italia i rischi politici hanno fatto crescere i costi di finanziamento». Una valutazione che investe e riguarda anche la Francia grazie ai suoi gilet gialli; e la Germania, con le tensioni che rendono instabile il governo originate dal tema della migrazione. Insomma, per Moody's è un effetto delle elezioni europee di maggio, con le prospettive di una presa di potere da parte di forze classificate come anti-establishment e con le divisioni tra gli stessi stati membri che limitano l'effetto di possibili riforme.


di Paolo dal Dosso

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