L’Italia potrebbe restare senza i suoi maiali, allarme dei produttori

L’Italia potrebbe restare senza i suoi maiali, allarme dei produttori



Domanda e offerta premono sul prezzo, la Cina consuma più del Bel Paese, allarme dei produttori.


In questi giorni di feste che ci apprestiamo a celebrare certo le nostre tavole saranno imbandite di ogni leccornia, ma le cose potrebbero cambiare nell’arco di breve tempo.

Tra una portata e l’altra, a Natale come a Capodanno, non mancheranno certo salumi e insaccati, prosciutti in testa e, come farsi mancare lo zampone di maiale, meglio noto con il nome di cotechino, che la notte di San Silvestro, accompagnato con le lenticchie, sono un must imperdibile.

Eppure qualcosa di sinistro potrebbe inverarsi di qui a breve pare; per la verità i sentori di un certo cambiamento in merito sarebbero già in atto nella filiera della produzione di insaccati e company, cotechino, o zampone che dir si voglia, in prima linea.

E si, avete capito bene, il rischio di restare a bocca e pancia vuoti potrebbero essere tutt’altro che remoti, perché i prezzi tenderebbero a crescere eccessivamente vista la crisi della domanda e dell’offerta per “saziare” il famelico appetito di carne fresca di suino che i cinesi importano dal resto del mondo, dato che molti capi di bestiame restano vittime, o vengono abbattuti, a causa della peste suina africana, innocua per la salute dell’uomo, ma dannosa per i maiali.

E così la Cina si vede ridotto il proprio “patrimonio” andando a colmare un buco pari al 20%, rispetto ai capi di bestiami persi, facendone incetta nei mercati esteri in testa alle esportazioni ci sarebbero Brasile e Spagna, ma ora anche l’Italia sta aprendo al mercato asiatico, il che significherebbe ricavi su scala internazionale, ma perdite in quello locale.

Effetti previsti da uno dei produttori del modenese, Emanuele Barbieri? Che i cinesi importino più del dovuto dall’Europa, quindi dal nostro paese, essendo i più grandi consumatori di carne suina, lasciando il mercato italiano in balia dell’aumento dei prezzi di salumi, insaccati e prosciutti che ne deriverebbe dato l’aumento del consumo.

Conseguenze: una crisi del settore alimentare con una perdita anche di posti di lavoro della filiera di produzione qualora le “scorte” dovessero venire mancare, perché acquistate dalla Cina.

Anche se al momento, le per l’imminente futuro, le “scorte” ci garantiranno la presenza dei prodotti a base di carne suina durante le festività, la previsione del sig. Barbieri sono tutt’altro che rosee, come la carne in questione, perché a questo punto bisognerebbe acquistare dai macellai ad un prezzo troppo elevato che avrebbe effetti infausti sull’utente finale, il consumatore, sul quale ricadrebbero gli inevitabili rincari che i produttori si troverebbero costretti ad applicare.

Questa profezia, dal tono tutt’altro che apocalittico, è giunta alla redazione di Spray News nel corso di una telefonata con il sig. Emanuele Barbieri del Salumificio San Celestino, che si trova in un’area che gode di un certo prestigio nella produzione di salumi ed insaccati: Castelnuovo Rangone, zona con certificato IGP (Indicazione Geografica Tipica n.d.r.) e DOP, certificato di alta qualità della materia prima impiegata che, come ci informa il signor. Barbieri, rischia di sparire dalla filiera di produzione di qui a pochi mesi.

Insomma un disastro, sembrerebbe, neanche troppo velatamente, che i Cinesi stiano facendo “man bassa” della nostra materia prima, in realtà pagandola anche molto bene, perché i soldi a loro non mancano, mettendo però in crisi e gli allevatori e i produttori di insaccati; gli allevatori, perché per soddisfare l’elevata domanda potrebbero trovarsi a corto di materia prima; i produttori, quindi, si vedrebbero costretti a dover acquistare dai macellai ad un prezzo nettamente superiore (si parla di un rincaro del 30/40% nel corso di questi ultimi due mesi) rispetto a quello attuale, prezzo già su rispetto alla media.

Insomma si direbbe che le cose non si mettano bene per i consumatori, utenti finali della filiera, che si vedrebbero lievitare i prezzi a cifre esagerate. Che l’Italia rischi di diventare un paese Vegan?


di Cristano Arni

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