“L’ombra di D’Alema” si allunga sul congresso del Pd, lui sogna un Labour Party



«Abbiamo subito una sconfitta culturale e noi, la Sinistra, abbiamo cessato di essere diffidenti e critici nei confronti del capitalismo. Abbiamo perduto lo spirito critico che aveva animato a lungo la sinistra». Massimo D’Alema dixit. In ‘giornalese’, si chiama “l’ombra di D’Alema”. Vuol dire che l’ex ‘giovane’ comunista, ex leader del Pds e dei Ds, l’ex premier di un governo di centrosinistra nato sulle ceneri di quello dell’Ulivo primigenio di Romano Prodi, nonché attuale presidente della Fondazione Italiani/Europei e della Federazione delle Fondazioni politiche europee (Feps), non smette mai di ‘insegnare’ come e cosa bisogna fare a tutti i partiti dell’arco costituzionale, non sono quelli cui appartiene o apparteneva, ma a tutti, e a proiettare la propria (ingombrante) presenza su tutto quello che si muove a sinistra (intesa come italiana, europea e mondiale). E così, il punto è sempre lo stesso: D’Alema non ha mai smesso di fare ‘il D’Alema’ e cioè di impartire lezioni, di tattica e di strategia, a esponenti e dirigenti della Sinistra, gli stessi che D’Alema giudica degli ‘incapaci’ e degli ‘incompetenti’, sicuro che le sue ricette sono quelle giuste.


Ecco, D’Alema questo fa, da sempre: spiegare agli altri come gira il mondo. Nel ventennale della Fondazione Italiani-Europei, da lui presieduta, e che si è tenuta sabato scorso a Roma (presenti, tra gli altri, gli ex dirigenti del Pci Antonio Bassolino, Goffredo Bettini e Livia Turco, il filosofo dell’operaismo, Mario Tronti, i dirigenti della sinistra del Pd Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, alcuni capi di LeU, da Pier Luigi Bersani a Nichi Vendola, etc.), D’Alema non ha mancato di ricordare tale, fondamentale, ‘assioma’ (traducibile con “Io ho sempre ragione”…) a tutti i convenuti, compresi, pur se in spirito, i principali candidati alle primarie del Pd. Infatti, Zingaretti non c’era (ma i suoi sostenitori sì, ed erano pure parecchi, a partire da Goffredo Bettini) Martina neppure per sopraggiunti impegni e il solo (ex) candidato presente, Marco Minniti, se n’è andato via inviperito, rinunciando all’intervento, perché dal palco è stato duramente rimbrottato da uno dei relatori, la professoressa Di Cesare, che dal palco scandisce: «Come si può combattere la xenofobia e il cripto-razzismo e poi abbandonare i migranti nei campi libici? Abbiamo inseguito le politiche delle destre e non siamo stati in grado di rovesciarne la narrazione sui migranti» (seguono applausi, prolungati e fragorosi, proprio mentre Minniti se ne va).


E così, D’Alema, supportato da relazioni di vari studiosi (per Mario Hubler, segretario della Fondazione, “la sinistra ha colpevolmente confuso liberalismo con liberismo”, per Bettini la sinistra è colpevole di “cedimento morale” del fronte socialdemocratico, e via così), D’Alema passa sotto la lente (la sua) quegli anni Novanta in cui al governo dell’Europa (allora a 15) c’erano solo governi socialisti. Oggi che “la crisi dell’Europa è crisi di progetto”, la domanda relativa e pensosa che si pone D’Alema è “dove abbiamo sbagliato?”. «Siamo stati profeti disarmati», si risponde il leader maximo – che pure sorvola sui suoi errori a partire dalla guerra in Kosovo, in scia alla Nato, nel 1998 – perché le socialdemocrazie non hanno saputo conferire ai cittadini “il potere europeo” (un’Unione, cioè, scelta con metodo democratico, ma allora le elezioni europee a cosa servono? Sono ‘anti-democratiche’? Non si capisce…) e, ora, serve “una proposta di sovranismo (sic) europeo” e di “radicale cambiamento”, altrimenti ci dimostreremo solo come il ‘volto buono’ dell’establishment e l’elettorato “non avrà pietà di noi”. Ecco, in effetti, l’elettorato non ha avuto pietà, lo scorso 4 marzo, neppure per il soggetto politico (LeU) che proprio D’Alema aveva fortemente voluto, insediando l’ex presidente del Senato Pietro Grasso alla sua guida con parole che ricordano quelle usate da D’Alema nei confronti di Prodi nel 1996 (“Presidente, le conferiamo la nostra forza”) come se si trattasse, appunto, di una regalìa.


In pochi mesi, però, todo cambia, cantava Mercedes Sosa. E così D’Alema si è reso conto (non ci voleva un genio) che il progetto di LeU era diventato ‘fallimentare’ e che anche il generoso sforzo di Mdp (segretario Roberto Speranza, padre dell’operazione Pier Luigi Bersani) di proseguire la traversata nel deserto a dispetto dei santi ha ben poca lana da tessere, specialmente nei confronti del Pd. D’Alema, inoltre, è assai soddisfatto – o così sembra - che una parte di LeU, quella che fa capo a Nicola Fratoianni e a Sinistra italiana, ma che comprende anche lo stesso Grasso, abbia deciso di rompere il ‘patto di unità d’azione’ con Mdp per imbarcarsi nella nuova avventura che propugna il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la sua ‘Dema’ e con il fine ultimo di presentare un ‘cartello’ delle forze di tutta la sinistra più radicale alle prossime elezioni europee. Ma ciò a cui D’Alema punta non è la pura e semplice ‘ricomposizione’ della scissione avvenuta a fine del 2017 tra il Pd (allora guidato da Renzi) e gli scissionisti di Mdp, ma un progetto molto “più ampio”. E cioè la creazione di una forza politica di “impianto schiettamente laburista” che si presenti alle prossime elezioni – le europee, se possibile, oppure le future Politiche – con “nome e simbolo nuovi”, oltre che con un programma politico del tutto rinnovato che si lasci alle spalle, “per sempre”, ogni eredità del renzismo.


In tale ottica acquista senso e significato la frase di Cuperlo (“Questa festa di compleanno sembra un congresso”) cui D’Alema risponde con un’altra battuta assai rivelatrice (“E’ perché abbiamo tutti voglia di fare un congresso insieme”). “Dopo il 4 marzo abbiamo perso un anno, tutti noi, a sinistra, senza fare un vero congresso” dice Bassolino. “A me quella di oggi (sabato 15, ndr.) sembra una Direzione dei Ds” chiosa Speranza che il giorno dopo, domenica 16, tiene l’assemblea nazionale di Mdp (titolo ‘Ricostruzione’) mentre Bettini parla di “campo unitario di tutte le sinistre”. D’Alema, come sempre, tira le fila e conclude dicendo che “Bisogna ricostruire un campo politico o non conteremo più nulla in futuro”. Zingaretti, appunto, non c’è, ma il testo che invia, per ‘simpatia’ politica ed umana, è assai chiaro: “Sono certo che ci saranno altre occasioni per confrontarci” (traduzione: aspetta che vinco le primarie e torni con noi). Infine, D’Alema riapre anche la pratica – fino a ieri tabù – dentro il Pd, quella del rapporto con i 5Stelle al fine di ‘disarticolarli’, termine mutuato da Antonio Gramsci. Ed è su questo punto, già sollevato con un’intervista al manifesto da un Massimiliano Smeriglio, uno dei più stretti collaboratori di Zingaretti, che D’Alema affonda il coltello: “Nel Pd è il congresso è tra chi non ci vuole fare il governo e chi non ci vuole parlare” (cioè Renzi e i suoi, appunto), ma si deve: «È politica, è buon senso, non si può non parlare con chi milioni di nostri elettori hanno scelto come propri rappresentanti». Apriti cielo. Si scatena la polemica.


Infatti, mentre all’ineluttabilità di quel dialogo ‘credono’ esponenti che, oggi, al congresso, stanno con Zingaretti (Orlando, Cuperlo, Bettini), i renziani – dalla cerchia ristretta dell’ex leader al ticket Giachetti-Ascani e fino al grosso delle truppe che ha scelto di appoggiare Martina – alzano immediatamente un fitto fuoco di contraerea e lo stesso Martina, che con i 5Stelle provò pure a dialogare, pur se subito stoppato da Renzi – nega uno scenario del genere mentre l’ex ministro Carlo Calenda cannoneggia da fuori. Ma persino Martina, che era stato un pupillo di Bersani, prima di diventare il vicesegretario di Renzi, non può dire di ‘no’ al rientro nella ‘casa madre’ della ex Ditta, quella dei vari Bersani, Errani, Migliavacca, Speranza and&co. Figuarsi Zingaretti che pure cerca di stoppare le polemiche del suo feeling con D’Alema (“Sono tutte baggianate”). Solo che (l’ex) lider maximo non vuole solo vincere, punta a stravincere: non vuole limitarsi a rientrare nel Pd (per uno come lui sarebbe un insulto, un’umiliazione di Canossa), ma pretende un ‘nuovo’ contenitore e un ‘nuovo’ simbolo di tutti i progressisti. Un nuovo partito dal profilo laburista. Magari si chiamasse così, Labour Party. Peccato che, in italiano, la sola traduzione possibile sarebbe ‘Partito socialista’. Un nome che, in Europa, oggi indica solo il bruciore di pesanti sconfitte passate, presenti e venture.


di Ettore Maria Colombo

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