L'ultimo attacco del Papa alla laicità dello Stato: «L’aborto è come ingaggiare un sicario»

L'ultimo attacco del Papa alla laicità dello Stato: «L’aborto è come ingaggiare un sicario»



Papa Francesco torna a parlare e lo fa dall'udienza generale con parole forti e destinate a spaccare di netto l'opinione pubblica. Il tema è ancora una volta quello dell'aborto, su cui la Chiesa non ha mai accennato ad aperture, considerandolo alla stregua di un attentato alla sacralità della vita. Tornato su un argomento già più volte trattato, il Pontefice ha usato parole fortissime e metafore ai limiti della brutalità per descrivere quello che è a suo avviso un atto che nasconde viltà e l'incapacità di accettare le difficoltà della vita.


«Un approccio contraddittorio consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti. Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?». Questo l'approccio di Bergoglio, che in un'escalation di "passione" è arrivato a paragonare l'atto all' «affittare un sicario». Un paragone ardito, assurdo per qualcuno e che riporta indietro di più di mezzo secolo le faticose battaglie laiche per il riconoscimento di quello che, al di fuori della cristianità, è riconosciuto come un dritto spettante alle donne, conformemente, in Italia, alla legge 194 del 1978.


Lungi dal volere entrare in un dibattito sanguinoso e destinato a perdurare in saecula saeculorum ci soffermiamo sulla durezza delle parole di Papa Francesco, il rinnovatore, colui che avrebbe dovuto prendersi carico di una Chiesa ferita e decisamente passata di moda e rilanciarla nel ventunesimo secolo con nuovo piglio e verve. Bene, questo passaggio, così violento, così drastico, fa emergere la natura indissolubile di un'istituzione che solo fino a un certo punto è in grado di rileggere se stessa e di rinnovarsi. Capace forse di cambiare vesti e linguaggio, ma ancorata a dei dogmi che non può lasciare per strada. Uno di questi, quello della sacralità della vita, in ogni condizione, a prescindere da ogni mutamento dei costumi e del progresso tecnologico, appare come un precetto destinato a sopravvivere ad ognuno di noi.


Aborto non è soltanto l'interruzione volontaria di una gravidanza non desiderata, spesso tra i più giovani definita il classico errore da non ripetere. Quella che veniva vista come atto egoistico e di viltà, praticata clandestinamente per anni dai pionieri del laicismo nella disciplina medica e divenuta oggi una prassi, faticosa conquista per qualcuno, odiosa macchia nella società per qualcun altro. Aborto è anche porre fine a una gravidanza di cui si conosce già l'esito infausto: morte quasi immediata del feto, malattie genetiche gravi e in generale tutte quelle disfunzioni che condizionerebbero dal primo vagito all'ultimo respiro la vita del nascituro. Anche qui il dilemma è amletico e la Chiesa se la cava ribadendo il dogma a priori dell'insindacabilità della vita sacra e intoccabile. Anzi, rincara il Pontefice, «un bimbo malato è come ogni bisognoso della terra, come un anziano che necessita di assistenza, come tanti poveri che stentano a tirare avanti: colui, colei che si presenta come un problema in realtà è un dono di Dio che può tirarmi fuori dall'egocentrismo e farmi crescere nell'amore». Una lezione di vita, quella offerta dal Papa contro l'individualismo imperante, forse un po' troppo comodamente elargita dal trono di Pietro che, si sa, per dogma indissolubile, di figli e malattie annesse non ha mai dovuto preoccuparsi.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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