La Cassazione conferma l’ergastolo per Bossetti, il legale dei Gambirasio: «Finalmente è finita»

La Cassazione conferma l’ergastolo per Bossetti, il legale dei Gambirasio: «Finalmente è finita»



«Ricorso inammissibile». Con queste due parole la I sezione penale della Cassazione, presieduta da Adriano Iasillo, ha messo la parola fine al processo a Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, confermando la sua condanna al carcere a vita già stabilita dai processi di primo e secondo grado, come aveva chiesto il sostituto pg della Cassazione Mariella De Masellis.


Dopo quattro ore di camera di consiglio i giudici della Suprema Corte hanno emesso una sentenza che non lascia dubbi: Massimo Bossetti è l’assassino di Yara e per il delitto pagherà con il fine pena mai. Per la legge italiana fu il muratore quarantasettenne di Mapello ad aver ammazzato, il 26 novembre del 2010, Yara Gambirasio, ferendola con un’arma da taglio e lasciandola agonizzante nel campo di Chignolo d’Isola, dove morì poco dopo per le coltellate, il freddo e la paura.


A nulla sono valse le 600 pagine di documenti presentate dalla difesa, le 23 motivazioni d’impugnazione della condanna d’appello e la richiesta di una perizia super partes per smontare la prova regina, che aveva già inchiodato Bossetti ai processi precedenti.

Il Dna trovato sui leggings e sugli slip di Yara per i supremi giudici è il suo, e il muratore di Mapello, in carcere già dal giugno del 2014, dovrà restarci per il resto della sua vita.


Delusi i legali di Bossetti: «I giudici sono esseri umani e non hanno poteri divinatori, non c’erano come non c’eravamo noi quella notte. Si sono basati sugli atti, che sono palesemente incongruenti. Gli uomini che giudicano sono giurati, e se per loro la scienza conta come quando la terra era piatta, allora va bene così. Ci terremo la terra piatta». Per anni la difesa aveva contestato l’unilateralità delle indagini scientifiche che avevano portato all’identificazione di Massimo Bossetti con Ignoto 1, confermando così che il suo Dna corrispondeva con quello delle tracce trovate sugli indumenti di Yara. In nessuno dei tre gradi del processo i legali del muratore sono riusciti a evitare la condanna alla massima pena.


Alla lettura della sentenza non erano presenti i genitori di Yara, né il legale della famiglia Gambirasio Andrea Pezzotta, che poche ore prima della sentenza aveva dichiarato: «Mi aspetto la parola fine. Finalmente. I genitori di Yara si aspettano questo. La parola fine di questa vicenda, il rispetto di tutti e l’oblio». Dopo la sentenza Pezzotta ha aggiunto: «È andato tutto come doveva. Con oggi sono 39 i magistrati che hanno esaminato il fatto e hanno tutti concluso per la colpevolezza di Bossetti. Se c’è stato un processo mediatico non è stata colpa nostra, non siamo mai andati in televisione».

Sono proprio la discrezione, il riserbo, il silenzio dei genitori di Yara ad imporre rispetto per loro, per il loro dolore, per la loro forza.

Per 8 anni hanno dato fondo alle loro energie, lottando per ottenere giustizia e mantenere quel minimo di riservatezza che potesse tutelare la loro intimità invasa dai principali media di tutta la nazione.


Così ha commentato il caso la criminologa Antonella Cortese: «Il magistrato ha fatto quello che doveva fare. Sono anni che lottiamo per avere la certezza della pena e se i magistrati hanno confermato nei vai gradi del processo la colpevolezza di Bossetti, significa che ci sono non solo gli indizi ma anche le prove. Noi abbiamo fatto diversi convegni sia alla Camera che al Senato sulla violenza di genere. Le donne vanno difese e tutelate, in questo caso l’ergastolo è giusto perché chi ha sbagliato deve pagare. Ci deve essere certezza della pena e non sono ammissibili riti abbreviati, sconti o altri privilegi in casi del genere. Io spero che Bossetti finisca la sua vita all’ergastolo, come recita la sentenza con cui è stato condannato».


Di Giacomo Meingati

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