La Cei vuole che “i cattolici tornino a fare politica” nel nome di don Sturzo e del popolarismo

La Cei vuole che “i cattolici tornino a fare politica” nel nome di don Sturzo e del popolarismo



I vescovi, i movimenti, i ‘figli’ della diaspora democristiana. Tutti uniti nel nome del ‘popolarismo’ e alla ricerca di un ‘nuovo impegno’ dei cattolici in politica. Forse nella speranza di costruire un ‘nuovo’ partito, una sorta di ‘Dc 4.0’, di certointeressati, almeno in prima battuta, a fare ‘da argine’ al populismo del XXI secolo e a ‘temperare’ gli eccessi della Lega e a ‘tagliare fuori’ l’M5S, un partito-movimento di cui la Chiesa diffida sempre più. Galetto fu… don Sturzo. I cattolici italiani, Cei in testa, si rimboccano le maniche e vogliono tornare a dire la loro e, anche, a pesare nella Politica italiana, rientrandovi dalla porta principale, quella di una forza politica organizzata. I segnali, in questo senso, ormai abbondano e non serve altro che metterli in fila, come stiamo per fare, ma certo è che un anniversario come quello dell’appello “Ai liberi e ai forti”, lanciato dal fondatore del Partito Popolare italiano (PPI), don Luigi Sturzo, il 18 gennaio dell’ormai lontano 1919, capita a fagiolo per invitare i cattolici a uscire allo scoperto.


Quando la Storia aiuta. La ‘riscoperta’ di don Sturzo


don Luigi Sturzo

Del resto, a volte, gli anniversari e la Grande Storia aiutano. Quando si parla di cattolici in politica, poi, si può stare certi che è così perché – a differenza di altre culture politiche a loro volta ‘storiche’ del nostro Paese, come quella della Sinistra (socialista e/o comunista) – i cattolici il senso della ‘Grande Storia’ non lo hanno mai perso e, anzi, continuano a coltivarlo con pervicacia. E, dunque, riprendiamo il filo e vediamo quanto lana hanno, i cattolici italiani, da tessere. A entrare a piedi uniti nell’argomento sono diverse figure chiave dell’episcopato italiano e altrettanti media vaticani (Osservatore romano, Civiltà cattolica e Avvenire) che subiscono, ancora oggi, il controllo diretto della Santa Sede. Morale, non scrivono una riga che il Vaticano non voglia. Il papa, Francesco I, non solo ne è informato, ma approva, al punto da aver cambiato linea, rispetto all’approccio che, storicamente, aveva rispetto alla politica del nostro Paese: da una prima fase in cui sosteneva che “i cattolici italiani non si devono intromettere negli affari della Politica” e, in ogni caso, “se qualcuno deve parlare è il sinedrio dei vescovi” (la Cei, appunto), a una nuova fase in cui lo stesso Papa, preoccupato dalla piega che il governo gialloverde ha preso su temi a lui assai cari e sensibili, come i migranti, esorta e invita i cattolici italiani a “far sentire la loro voce”.


Le parole del Papa contro “i cristiani di compromesso”


E non a caso, dopo aver tuonato sulle (per lui sbagliate) politiche di ‘non’ accoglienza verso tutti i migranti e di tutto il mondo e contro tutti ‘i muri’ che vengono eretti, solo l’altro ieri il Papa ha detto che La Chiesa in tutte le sue componenti – “preti, suore, vescovi” - corre il pericolo di “scivolare verso un cuore perverso”. Francesco, riporta Vatican News, indica tre parole, tratte dalla Lettere di san Paolo agli ebrei: “durezza”, “ostinazione” e “seduzione”. Un cuore duro è un cuore “chiuso”, “che non vuol crescere, si mette sulla difensiva, si chiude”. Nella vita può succedere a causa di tanti fattori che intervengono, per esempio un “forte dolore”, perché i “colpi induriscono la pelle”, fa notare il Papa. E’ successo ai discepoli di Emmaus e anche a Tommaso. E chi rimane in questo “brutto atteggiamento” è “pusillanime” e un “cuore pusillanime è perverso”.

La seconda parola è “ostinazione”, ossia “testardaggine spirituale”. L'ultima parola su cui il Papa si sofferma per capire come non scivolare nel rischio di avere un cuore perverso, è “seduzione”: “Così sono i tiepidi, coloro che vanno sempre al compromesso: cristiani di compromesso. Anche noi tante volte facciamo questo: il compromesso. Quando il Signore ci fa sapere la strada, anche con i comandamenti, anche con l'ispirazione dello Spirito Santo, ma a me piace questo, e cerco il modo di andare per i due binari, zoppicando dalle due gambe”. Che lo Spirito Santo, è l’invocazione finale del Papa, ci “illumini” perché nessuno abbia un cuore perverso, “un cuore duro, che ti porti alla pusillanimità; un cuore ostinato che ti porti alla ribellione, che ti porti alla ideologia; un cuore sedotto, schiavo della seduzione, che ti porti a un cristianesimo di compromesso”. Parole molto dure e di certo profetiche, ma che ‘dicono’ molto anche ai cattolici impegnati in politica.


Bassetti tuona contro “il rigurgito xenofobo e razzista”


Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Cei

Ma ‘dopo’ il Papa tocca alla Cei scendere in campo in prima persona con tutto il peso del suo ruolo ecclesiale. Le prese di posizione dei vescovi italiani, dall’inizio dell’anno, già non si contano più, per importanza e per numero, ma solo oggi è direttamente il presidente dei vescovi italiani a sferzare ancora una volta i cattolici a un rinnovato impegno politico, invitandoli a ‘ripartire’ proprio dall’esempio di don Sturzo. “L’Appello ai liberi e forti lanciato cent’anni fa da Sturzo, dice Bassetti al Settimanale dell’Osservatore Romano da oggi in edicola, lascia “grandi eredità su cui vale la pena riflettere” in termini di umanità, cultura e fede. Eredità che, secondo Bassetti, “parlano all’uomo contemporaneo, interrogano profondamente la nostra società così marcatamente individualista e nichilista e soprattutto esortano a una riflessione profonda tutti i cattolici. Perché quell’appello è il prodotto di una stagione alta e nobile del cattolicesimo politico italiano che ha dato un contribuito fondamentale a costruire l’Italia contemporanea e a formare una civiltà basata sull’umanesimo cristiano. Una civiltà basata sulla dignità incalpestabile della persona umana che rinuncia, in nome del Vangelo, a ogni volontà di oppressione del povero e a ogni rigurgito xenofobo o razzista”. “Essere liberi e forti - dice Bassetti – vuol dire prima di tutto, essere fedeli al Vangelo in ogni campo dell’agire umano, anche in quello politico, e farsi annunciatori gioiosi dell’amore di Cristo con mitezza, sobrietà e carità. In secondo luogo, significa resistere alla tentazione di seguire i falsi profeti che celebrano Dio soltanto con la bocca, ma che invece celebrano se stessi e non sanno amare. E infine significa farsi difensori coraggiosi della persona umana in ogni momento dell’esistenza: perché la vita non si uccide, non si compra, non si sfrutta e non si odia”. Ma Bassetti non si ferma neppure qui. L’appello “Ai liberi e ai forti” lanciato da don Sturzo cento anni fa “risuona oggi nell’animo di quanti hanno a cuore la sorte di un Paese lacerato e diviso, di quanti vedono quella spinta ideale” dice Bassetti, sempre rievocando la fondazione del PPI di don Sturzo nel 1919.


La ‘storia’ dell’impegno dei cattolici italiani in Politica


Il PPI fu - piccola parentesi storica ma necessaria per inquadrare il tema - il primo partito politico che vide i cattolici italiani superare la lunga fase del non expedit pronunziato solennemente da papa Pio IX dopo la breccia di Porta Pia che decretò la fine del potere temporale dei Papi, pur ridotto ormai a poca cosa, e che li tenne lontani da ogni contatto con la vita pubblica dall’occupazione di Roma (1870) fino, appunto, al 1919. ”Né eletti né elettori” era il motto che caratterizzò la sostanziale estraneità dei cattolici italiani alla vita pubblica dello Stato monarchico e a al sistema politico liberale. Un patto tacito di ‘astensione’ totale dalla politica che venne parzialmente disatteso solo a partire dal 1903 grazie al famoso ‘patto Gentiloni’ che vide parte dei cattolici iniziare a convogliare i voti sull’allora partito liberale di Giolitti. Fu l’iniziativa politica di don Sturzo - dopo la tragedia della Prima guerra mondiale e l’introduzione del sistema del suffragio universale, anche se solo maschile, e di un sistema elettorale di tipo sostanzialmente quasi tutto proporzionale – a portare alla fondazione del partito Popolare Italiano e a riportare in pieno i cattolici nella sfera politica nazionale Seguì, poi, il fascismo e il sostanziale avallo del Ppi al primo governo Mussolini, con l’opposizione di don Sturzo, e ai Patti lateranensi del 1929, ma questa è davvero un’altra storia.


L’anniversario di don Sturzo è stato celebrato, sempre oggi, con una messa nella Basilica dei Santi Apostoli di Roma. Anche la preghiera della messa “affinché il popolo di Dio veda ciò che deve fare e abbia la forza di fare ciò che ha veduto”, dopo la lettura del Vangelo (il passo in cui Cristo, a Cafarnao, guarisce un paralitico e lo fa rialzare) sembra, di fatto, un programma politico in nuce. “Il vero politico – spiega ancora una volta Bassetti alla fine della messa - deve essere "libero interiormente e non perseguire secondi fini”.


La Cei chiede ai cattolici di ‘impegnarsi’ nella politica


Ma quale il senso di ricordare il Partito popolare del 1919 in un momento in cui si affacciano populismi contrapposti? “E’ tutta un’altra cosa, qui - osserva sempre il porporato Bassetti - quando richiamo i cattolici all’impegno della politica intesa come servizio, al bene comune, alla persona, non mi riferisco a qualcosa di partitico, sennò siamo già al contrario di quel che dico, il partito è una parte. Mi riferisco a creare quelle condizioni per cui i cattolici si possano davvero impegnare”. Insomma, Bassetti da un lato fa un passo in avanti, e molto forte (“I cattolici si impegnino in politica”), che dalla Cei non si sentiva più fare da decenni, dall’altro sembra farne uno indietro: no a un ‘partito’, specifico e politicamente strutturato, fatto ‘solo’ di cattolici.


“Chi si avvicina alla politica – spiega l’arcivescovo di Perugia e presidente della Cei, cioè di tutti i vescovi italiani - deve essere libero interiormente, senza altri scopi e secondi fini, farlo per pura espressione di amore gratuito, e forti, perché oggi per affrontare i problemi che sono davanti a noi ci vuole un coraggio grande grande”. Eppure Bassetti, oggi ha ricordato don Sturzo come l’altro giorno Giulio Andreotti (“Le sue idee stanno nel patrimonio genetico dell’Italia”), politico dc di lungo corso e molto discusso, l’anno scorso ha celebrato Aldo Moro, statista e primo ministro della Dc barbaramente uccio dalle Brigate Rosse, senza dire del fatto che cita spesso altre personalità come Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira, esponenti di grande livello e statura della Democrazia cristiana e dell’Italia. Quella di Bassetti, però, non è nostalgia della Dc o di una classe politica di grande spessore: il punto, spiega, è che “manca un po’ la formazione alla politica, bisogna che ritroviamo in maniera moto seria delle scuole di pensiero politico, soprattutto per i giovani, che sono distanti, per invogliarli e fare capire che come diceva Paolo VI, e faccio riferimento ai giovani cristiani, la politica è esercizio di carità e di santità”. Un’altra citazione molto importante, quella di Paolo VI, il papa ‘più politico’ del XX secolo e anche quello più vicino alla Dc e alla sua corrente di Base, o di sinistra, quella di Moro, detta allora dei ‘professorini’. Del resto, creare delle scuole di ‘formazione alla politica’ è, nell’immaginario dei cattolici (e non solo loro, peraltro), il primo passo, canonico e propedeutico a formare un partito.


La Cei: “popolarismo miglior antidoto al populismo”


E sempre oggi, sull’Osservatore romano, si legge che “il popolarismo è il miglior antidoto al populismo”. Pur nel linguaggio curiale, non è difficile capire quale è ‘il nemico’. La fondazione del PPI nel 1919 “è un evento di un secolo fa che parla di oggi e spinge a guardare con timore, ma senza paura, al domani”, scrive, sull’Osservatore Romano, il nuovo direttore, Andrea Monda, richiamando “l’ambizioso programma di rinnovamento” del Partito Popolare, “frutto non di un'ideologia, ma di una precisa analisi storica e fattuale, contenente alcune riforme che poi germoglieranno dopo l’inverno del ventennio fascista: il suffragio universale esteso alle donne - elenca Monda -, il proporzionalismo, le autonomie locali, l’importanza dei corpi intermedi, la riforma del sistema fiscale in senso progressivo, l’importanza centrale della dimensione internazionale per cui di fatto coincidono politica estera e interna perché è l’internazionalismo l’antidoto al nazionalismo, così come, possiamo dire oggi, il popolarismo è l'antidoto al populismo”. Seguono, appunto, sempre sull’Osservatore Romano, nell’inserto settimanale, le parole del cardinale, e presidente della Cei, Bassetti, che già si è rivolto ai “liberi e forti” di oggi (e non ‘di ieri’) nella sua Introduzione al Consiglio episcopale, giorni fa. Parole che abbiamo richiamato poco prima e che sono corredate da un’altra riflessione: L’eredità dell’appello sturziano, per Bassetti, è “lo spirito di servizio all’umanità ferita e l’assoluta centralità della dottrina sociale della Chiesa cattolica”, “una dottrina sociale ricchissima e ancora in larga parte sconosciuta e mai attuata. Eredità che parlano all’uomo contemporaneo, interrogano profondamente la nostra società così marcatamente individualista e nichilista ed esortano a una riflessione profonda tutti i cattolici”.


“Sturzo, stella polare contro l’arroganza del Potere”


Come se non bastasse, a livello di ‘segnali’ che arrivano dal cuore profondo della Chiesa cattolica, italiana e universale, ecco uscire, sempre oggi, la riflessione sull’eredità di Sturzo, a cento anni dalla nascita del PPI, vergata da padre Francesco Occhetta, notista politico di Civiltà Cattolica, e contenuta nel nuovo numero della rivista diretta da padre Antonio Spadaro. Da ricordare che le bozze di ogni numero di Civiltà cattolica vengono, tradizionalmente e dalla sua nascita, avvenuta a metà dell’Ottocento, lette e corrette dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, prima di ricevere il necessario imprimatur, altrimenti la rivista non esce.

“Il pensiero di don Luigi Sturzo – scrive padre Occhetta - costituisce ancora la ‘stella polare’ contro l’arroganza del potere che sfida diritti e doveri”. “In un tempo politico in cui l’arroganza del potere sfida i diritti e i doveri riconosciuti dalla legge, l’esperienza politica di 100 anni fa - osserva padre Occhetta - permette al mondo cattolico di ritrovarsi ‘in questa grave ora’ per essere ‘uniti insieme’ come voce dei deboli, garante dei diritti, alternativa alla società dei consumi e protagonista di un ‘umanesimo comunale’ da cui selezionare una nuova classe dirigente per una nuova stagione politica. Solo così - come è stato invocato da molti - potrà essere ascoltata nello spazio pubblico la voce della coscienza cristiana, che in Italia è ancora quella cattolica”. Rileva ancora, il notista politico di Civiltà cattolica, che “l’’Appello ai liberi e forti’ di Sturzo non rappresentava un compromesso politico o un’alternativa ideologica, ma una proposta diversa di sistema per ripensare la convivenza sociale a partire dalla Dottrina sociale della Chiesa, le cui fondamenta erano state poste dalla enciclica Rerum novarum di Leone XIII” e cioè dal papa più ‘di sinistra’ della storia del cattolicesimo, prima di papa Giovanni XXIII e, ovvio, di papa Francesco. “Per tale sua specificità - scrive padre Occhetta - il pensiero di Sturzo in questi cento anni ha rappresentato una sorta di stella polare per i cattolici impegnati in politica, sebbene non siano mancate forze politiche, opposte tra loro, che lo hanno volutamente strumentalizzato, come fecero i suoi contemporanei. I conservatori cattolici consideravano Sturzo ‘un progressista’, i cattolici liberali ‘un intransigente’; per i socialisti egli era ‘un riformista’, per i fascisti ‘un prete intrigante’”. Insomma, padre Occhetto cerca, e calibra, per incitare i cattolici all’impegno politico la strada del ‘giusto mezzo’, tipica della tradizione etica, morale e sociale della storia del cattolicesimo italiano.


Le parole di Becciu (segreteria di Stato del Vaticano)


Ma in merito ai ‘segnali’ che lanciano le autorità ecclesiali, si potrebbe, a contare anche solo quelle di questi giorni, andare avanti all’infinito con prese di posizioni autorevoli. “Un partito dei cattolici italiani?”. “Dal Vaticano non ci si esprime su questo, lasciamo libertà ai cattolici proprio perché sono adulti. Quel che chiediamo è che si impegnino, trasfondendo i valori in cui credono nel mondo e nella politica” risponde il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi, parlando alla presentazione di un volume su Giulio Andreotti nella sede del Senato di palazzo Giustiniani. “Le forme devono trovarle loro - aggiunge l’esponente del Vaticano - ma io penso che non si può disperdere il patrimonio di idee che i cristiani hanno costruito negli anni, anzi nei secoli”. Parole, quelle di Becciu, forse persino più ‘avanzate’ e ‘scoperte’ degli stessi, lunghi, ragionamenti esposti prima da Bassetti.

I vescovi “hanno messo in evidenza l’importanza dell'impegno dei cattolici in politica nel segno della ricerca del bene. È importante che soprattutto i giovani si impegnino” spiegava invece Stefano Russo, segretario generale della Cei, nel corso della conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Conferenza episcopale del 16 gennaio.

Insomma, i vescovi italiani, i principali organi di stampa del Vaticano e persino la Santa Sede, in pratica direttamente, dicono ai cattolici italiani che è l’ora del ‘nuovo’ impegno e li spronano, se non a fondare un ‘nuovo’ partito, a rimboccarsi le maniche e a ‘darsi da fare, nella politica. Ma come rispondono i cattolici che sono già da anni in politica?


I cattolici del centrosinistra. Fioroni e D’Ubaldo nel Pd.


Ad ascoltare le parole di Bassetti durante la messa di ieri c’erano anche Giuseppe Fioroni e Pierluigi Castagnetti, due esponenti della Dc prima e del Ppi di Martinazzoli poi, che dieci anni fa hanno aderito al Pd e ancora ne fanno parte, pur se tra mille dubbi e contraddizioni che li arrovellano.

Non a caso, proprio Fioroni, già andreottiano, ex ministro all’Istruzione nel II governo Prodi, capofila dei cattodem nel Pd e oggi sostenitore della candidatura di Maurizio Martina al prossimo congresso dem (ma vi sono anche degli ex ‘fioroniani’, come l’eurodeputato Enrico Gasbarra ed esponenti del cattolicesimo sociale, soprattutto romani e legati alla comunità di Sant’Egidio, che tifano Zingaretti), gira l’Italia da mesi sia per far conoscere le risultanze della commissione Stragi – e in particolare del caso del rapimento e omicidio di Aldo Moro che ha presieduto nella passata legislatura – sia per chiamare a raccolta i cattolici italiani verso, forse, nuovi lidi, anche lontani da quelli Pd.


E conoscere e riconoscere le radici cattoliche della nostra società e della vita istituzionale, ricostruendone le basi storiche, è l’obiettivo del saggio scritto a quattro mani da Fioroni e da Lucio D’Ubaldo, direttore del Domani d’Italia, mensile di riflessione del cattolicesimo sociale, un libro dal titolo “Elogio dei liberi e forti. La responsabilità politica dei cattolici” (Giapeto Editore). Ripercorrendo i contenuti del libro, si scoprono fondamentali passaggi storici, partendo dall’Ottocento fino alla pubblicazione dell'appello di Don Sturzo ai liberi e forti. Di grande impatto è considerata l'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII, che ha posto i semi della dottrina sociale della Chiesa sollecitando l'impegno a fianco dei lavoratori e dei bisognosi, per una riforma della società in chiave cristiana. Don Sturzo, dal canto suo, fu tra i primi a prefigurare la nascita di un partito a base popolare ma moderno, cioè organizzato e con un forte radicamento nella società. Proprio questa chiave, secondo Giorgio De Rita, presidente del Censis, rende la sua opera estremamente attuale: “Don Luigi Sturzo è stato profetico rispetto al futuro, perché ha creduto di poter aspirare a una società basata sulla libertà ma non sull'anarchia, che deve trovare una guida salda nel senso di responsabilità dei suoi governanti. È la stessa istanza che il Rapporto Sociale del Censis oggi riscontra: gli italiani si dichiarano più che mai bisognosi di una guida autorevole che sappia superare la perdita di riferimenti e il diffuso atteggiamento di rancore nei confronti del diverso”. “Il senso dell’appello di Sturzo – conclude D’Ubaldo - è costruire un partito organizzato che si richiamasse per la prima volta ai principi di uguaglianza, libertà e fratellanza mutuati dalla Rivoluzione francese, qualcosa di veramente nuovo rispetto a quello che era stato l'impegno dei cattolici fino a quel momento, soprattutto dopo il tramonto del progetto autoritario in seguito alla prima guerra mondiale. Si tratta di principi ancora validi per qualunque organizzazione politica”, chiaro riferimento al presente.


I cattolici del centrodestra. Cesa (Udc) e Rotondi (Dc)


Sempre fuori dal recinto Cei e in altre, diverse, celebrazioni dell’appello di don Sturzo risuonano, invece, le parole di Gianfranco Rotondi, che ha lanciato una sorta di ‘rinascita’ della Dc che fu, sia pur in sedicesimi, e che oggi milita in Forza Italia, ma anche quelle dell’Udc di Lorenzo Cesa,. Legato a FI da un patto federativo lanciato in vista delle elezioni europee, anche l’Udc si richiama all’appello e alle ragioni che portarono alla nascita del PPI di don Sturzo ma per collegarsi alla necessità di militare nel ‘campo’ politico del centrodestra, campo opposto a quello del centrosinistra. Campi opposti in tutta la storia della Seconda Repubblica, cioè dal 1994 in poi, quando l’esperienza della Dc fu chiusa da Martinazzoli e nacquero, nel centrosinistra, il PPI (poi confluito nella Margherita e, infine, nel PD) e, dall’altra, parte, il CCD-CDU, poi fusi insieme per dare vita all’UDC, legati al centrodestra e alla leadership di Berlusconi.


Proprio il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, ha sostenuto ieri, intervenendo a Palermo, in occasione dei 100 anni dall’appello ai Liberi e ai Forti di Don Sturzo e nel corso dell’inaugurazione della Scuola di formazione politica del suo partito, promossa dal deputato regionale dell’Udc, Vincenzo Figuccia, che “l’Italia oggi è un Paese disorientato. Il populismo, l’idea che si possa fare a meno dell’Europa, della reputazione internazionale, della credibilità dei mercati, l’idea che si possa aumentare il debito pubblico a dismisura per un po' di assistenzialismo anziché creare occasioni di lavoro, partendo dal Sud e dalle aree svantaggiate come le Isole, è una scelta sbagliata, drammatica e senza ritorno”. “In questo contesto - spiega ancora Cesa - scorciatoie non ce ne sono: se vogliamo cambiare il destino del Paese dobbiamo ripartire da una nuova generazione di politici”. “L'unica strada è la formazione – evidenzia Cesa -, ecco perché abbiamo lanciato la scuola di Formazione politica a Palermo, in occasione dei 100 anni dall'appello di don Sturzo”. “Solo attraverso la riscoperta del valore della politica, i giovani possono far voltare pagina alla nostra Italia – conclude Cesa -. Il populismo non è la risposta. Dobbiamo andare oltre e farlo con una generazione di uomini e donne politici di nuovi ‘liberi e forti’, e consapevoli”, il suo auspico.


Ma se Cesa lavora nell’ottica di un ‘nuovo’ centrodestra e, appunto, di un ‘patto federativo’ molto stretto con FI, sotto la chiara egida e guida, ancora una volta, di Berlusconi, Gianfranco Rotondi prova, invece, a fare un passo in più. Il suo – certamente ambizioso e forse oggi antistorico – sogno è quello di ‘rifondare’ la Dc, pur restando, a sua volta, nell’ambito del centrodestra. Rotondi vuole farlo nel nome di don Sturzo, ma anche nel nome di un altro importante e storico ex esponente della Dc del dopoguerra, Fiorentino Sullo. L’ex ministro di Berlusconi ieri ha chiamato a raccolta molti ex democristiani che gravitano nel centrodestra per un evento in ricordo di don Sturzo organizzato nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera. Un appuntamento a carattere culturale che però vuole anche celebrare una specie di ‘tregua’ tra i tanti partiti che si richiamano alla tradizione democristiana e che sotto il nome della Fondazione Sullo hanno ‘accettato’ di celebrare insieme il centenario del Partito popolare. “Sono segnali di fumo”, ammette Rotondi. “Ex Dc divisi si ritrovano nella fondazione intitolata a Fiorentino Sullo che fu l’unico leader fondatore a lasciare il partito, in polemica con Fanfani sulla scelta antidivorzista”, spiega Rotondi, presidente di una delle componenti Dc, la federazione della Democrazia Cristiana. “Convincemmo Sullo – ricorda Rotondi - a tornare nella Dc e adesso convinciamo la Dc a farsi fondare da Sullo la seconda volta". L'inquadramento storico è stato affidato al saggista e giornalista Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, poi Rocco Buttiglione, Calogero Mannino e Roberto Lagalla. Rotondi spiega che è stata “una giornata di riflessione volta a illuminare il cammino”, del resto “è la chiesa che chiede ai cattolici un impegno”, rimarca Rotondi. L’ex ministro mette in guardia da due errori da non commettere: il primo, non infatuarsi del “giovane della Provvidenza che agita lo spirito di rottamazione alla Renzi”, perché “il nuovismo ha già sbattuto le corna in questi anni”. Il secondo errore da evitare è pensare che il ritorno sia una esclusiva dei tanti ex rimasti in campo in tutti questi anni. “Bisogna valorizzare le esperienze in campo ma aprirci ai talenti nuovi”, avverte Rotondi. Quanto all'annuncio di Silvio Berlusconi di una candidatura alle europee Rotondi la giudica “cosa positiva e meritoria perché Berlusconi tutela e blinda milioni di voti”.


Il congresso dell’MCL e il ‘segnale’ di adesione al PPE


Come finirà tutto questo lavoro e tutto questo tramestìo dei cattolici già impegnati in Politica? Continuerà sulla stessa falsariga del loro impegno nella Seconda Repubblica, cioè quelli di centrodestra da una parte e quelli di centrosinistra dall’altra, senza nessuna possibilità di ‘contaminarsi’ a vicenda e, dunque, senza alcuna possibilità di fusione, oppure troverà un vero sbocco comune per costruire se non un partito ‘nuovo’, quantomeno un ‘nuovo’ partito, sulla direttrice non di una Dc del Terzo Millennio ma di un PPI del XXI secolo? Ad oggi, ancora non si sa, ma certo è che l’impegno – così massiccio, concreto e convinto – della Cei e dei vescovi italiani per un nuovo impegno dei cattolici potrebbe, presto o tardi, dare nuovi, e imprevisti, frutti. In ogni caso, il congresso dell’Mcl, il movimento di cattolici impegnati nel sindacato e nel sociale che si terrà a Roma, all’hotel Ergife, il prossimo 25-27 marzo, potrebbe fornire le prime, urgenti, risposte. Infatti, proprio l’altro giorno, Bassetti ha presenziato alla riunione del Direttivo dell’Mcl e il suo presidente, Costalli, ha dato un’intervista a Avvenire (“La politica è distante, bisogna ridare voce alle famiglie”) in cui ha detto parole chiare, forti e anticipatrici del lavoro che aspetta i cattolici italiani in vista delle elezioni europee: “Noi cattolici dovremo dire con chiarezza e coraggio a quale famiglia politica europea vogliamo appartenere e a quale di essa andranno le nostre preferenze, altrimenti perderemo solo tempo in inutili confronti culturali. In una campagna elettorale che si preannuncia ancora una volta urlata e legata al contingente, si corre il rischio che i cattolici votino sulla spinta emotiva del momento e non pensando al futuro del Paese e delle nuove generazioni”. La famiglia politica cui Costalli fa riferimento è, ovviamente, il PPE e non è escluso che, presto, anche i vescovi lo dicano che è quello il ‘polo’ cui i cattolici dovranno guardare. Il che, per i cattolici che oggi militano dentro Forza Italia, potrebbe rivelarsi un ‘aiuto’ e un ‘segnale’ assai importante. Perché, in fondo, ‘in nome del PPE’, in Italia, vuol dire PPI e cioè, appunto, richiamarsi al popolarismo di don Sturzo.


di Ettore Maria Colombo

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