La cena fantasma a casa Calenda rimasta indigesta al Pd

La cena fantasma a casa Calenda rimasta indigesta al Pd



Può una cena mai verificatasi rimanere sullo stomaco? Evidentemente sì. Ne sa qualcosa l'ex ministro del Mise Carlo Calenda, autore del putiferio mediatico della chiacchieratissima cena con Renzi, Gentiloni e Minniti, un evento mai andato in scena e che è riuscito comunque a fare danni, forse anche maggiori rispetto a se la mangiata l'avessero fatta realmente.


Il post cena fantasma è al fiele, peggio di un dessert scadente dopo una bella abbuffata, ti rovina la cena e ti gonfia il conto. E il conto per il Pd è sempre più salato. Un partito, o quel che resta, che sembra una partita a cowboy contro indiani. Alla notizia della cena a casa Calenda, sbandierata manco fosse l'after della festa dell'Unità, non poteva rimanere a stomaco vuoto il candidato in ascesa dem, il Governatore Nicola Zingaretti, che ha rilanciato con la sua, di cena, che sa tanto di comparsata alla mensa della Caritas quando le telecamere sono accese. Risultato? Nulla di fatto. Già ieri nel pomeriggio, subodorando la fregatura, uno degli ex premier invitato, Matteo Renzi, si era abilmente svincolato, memore di quando era lui a predicare la politica per strada e rinnegava quella «dei salottini». Un disastro annunciato e divenuto realtà quando l'ex ministro ha dovuto gettare la spugna e mandare tutto a monte. «Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l'unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell'associazione di psichiatria». Il soggetto sottinteso è ovviamente il Pd e quel "loro" la dice lunga sullo stato della compattezza all'interno del casino dem (il non-accento è voluto). Ma non solo, Calenda, ospite da Giannini a Radio Capital, ha rincarato, arrivando a dire che il Pd «non dovrebbe candidarsi alle europee», una disfatta già annunciata.


E mentre Renzi cerca un fantoccio abbastanza credibile che possa fare le sue veci mentre gira l'Italia per documentari (altro che psichiatra), il segretario in pectore, almeno fino al congresso, non sa che pesci prendere e prova a riportare quanto meno l'oggetto del dibattito sulla scena politica: «È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?». Possibile? Forse. Probabile? Difficile. Per ora il Pd sembra solo in grado di fare opposizione a se stesso, eppure di elementi per scagliarsi contro il governo ce ne sono soltanto da scegliere.


E se al termine di uno dei congressi più attesi e rinviati allo stesso tempo, non emergerà quella figura in grado di trainare fuori dal pantano i litigiosi dem? La sentenza è in procinto di arrivare, così come le elezioni europee, che rischiano di essere per il Pd un treno in corsa preso...sì ma in faccia.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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