La Corte di Strasburgo chiude il ricorso di Berlusconi: «Circostanze non richiedono ulteriore esame»



Pronuncia, non sentenza. È questo l’esito della seduta della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che ha orientato la propria decisione sulla chiusura del ricorso presentato il 10 settembre 2013 da Silvio Berlusconi in merito all’applicazione retroattiva, nei suoi confronti, della legge Severino, che ne causò la decadenza da Senatore nell’estate 2013 (in seguito alla condanna definitiva nel processo Mediaset) e l’ineleggibilità sino alle elezioni Europee del 2019. Per il Cav e il suo entourage legale, l’applicazione retroattiva della legge corrispondeva a una violazione dei diritti civili ed è costata al leader di Forza Italia le elezioni Europee del 2014, così come le Politiche dello scorso 4 marzo. Tenendo conto della decisione del «richiedente di ritirare la sua denuncia, circostanze particolari relative al rispetto dei diritti umani non richiedono la prosecuzione dell'esame del caso». Con queste motivazioni la Corte ha chiuso il procedimento avanzato da Berlusconi senza esprimere una sentenza e lasciando nel campo dell’ipotetico la possibilità o meno che vi fosse stata effettiva lesione di un diritto nei confronti dell’uomo che per anni ha trascinato e governato il centrodestra. La decisione, apparsa scontata già dal comunicato emesso dalla Corte nella conferenza stampa in cui si annunciava una pronuncia («ruling») per il 27 novembre, è stata la conseguenza della riabilitazione, per mano del Tribunale del riesame, ottenuta da Berlusconi a luglio di quest’estate, dopo aver scontato tre anni ai servizi sociali per frode fiscale, e a cui è seguita la rinuncia al ricorso. La scarsa attesa del pronunciamento della Corte di Strasburgo era principalmente dovuta al fatto che fosse attesa ampiamente dopo la tornata elettorale di marzo e al fatto che nel frattempo fosse sopraggiunta la riabilitazione da parte del Tribunale italiano.


«Non vi era più necessità di proseguire nel ricorso essendo ritornato il Presidente Berlusconi nella pienezza dei propri diritti politici. Una condanna dell’Italia avrebbe altresì comportato ulteriori tensioni nella già più che complessa vita del paese, circostanza che il Presidente Berlusconi ha inteso assolutamente evitare». Questa la nota emessa dal pool di avvocati che ha seguito la vicenda in rappresentanza del leader azzurro (pool composto dagli avvocati Andrea Saccucci, Bruno Nascimbene, Edward Fitzgerald e Steven Powles). Non vi era, insomma, la volontà di esporre l’Italia alle conseguenze di una decisione che a detta dei legali «sarebbe stata favorevole».


di Alessandro Leproux

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