“La deriva del femminismo”, Maria Elena Capitanio fa a pezzi il movimento del #Metoo e non solo

“La deriva del femminismo”, Maria Elena Capitanio fa a pezzi il movimento del #Metoo e non solo



“Dato che non sei ricca, cerca di essere amabile, di fare gli occhi dolci e qualche moina, così riesci a farti sposare” scriveva, a metà dell’Ottocento, Emile Zola in Pot-Bouille (Quello che bolle in pentola, prima edizione del 1882). Quanta acqua è passata sotto i ponti, per la condizione della donna e delle donne! Le donne si sono evolute, emancipate – per loro meriti e per fortuna - attraverso le loro lotte e, oggi, nessuna Simone De Beauvoir può scrivere, come scrisse nel suo ‘libro-manifesto’, Il secondo sesso (1949), che “la donna è una matrice, un’ovaia, una femmina, e ciò basta a definirla ma, in bocca all’uomo, la parola suona come un insulto”. Le donne sono diventate “donne in carriera”, “donne con i pantaloni”, ‘donne-maschio’.


“A che punto è la notte?”. Il rapporto tra uomo-donna

“A che punto è la notte?” nel rapporto tra uomo e donna, dunque, viene da chiedersi. La domanda è eterna come il Mondo, la risposta non è mai stata – si capisce - facile. Il “sesso forte”, quello maschile, di fatto, non esiste più. E’ in atto da tempo la femminilizzazione di quello che – dai primordi dell’Umanità fino a ieri – era ‘il maschio’, l’uomo che “non deve chiedere mai”, diceva una vecchia pubblicità. Le donne, invece, hanno subito un processo opposto di ‘mascolinizzazione’ che le ha portate, nel tempo, dall’essere – o, meglio, dal diventare - “donne in carriera” e donne che “portano i pantaloni” (un vecchio ma bel film del 1994, “Rivelazioni. Sesso e Potere” di Barry Levinson, con Michael Douglas e Demi Moore, racconta un atto di prevaricazione della donna sull’uomo per ‘fare carriera’) a scoprirsi “femministe di ritorno” o “post-femministe” che non vogliono diventare ‘come’ i maschi, ma prevaricarli.


La “caccia alle streghe” del movimento #MeToo

A intorbidare, ulteriormente, le acque di un rapporto profondo quanto difficile da tutti i punti di vista – di genere, politico, sociale, economico e, ovviamente, psicanalitico – è arrivato, negli ultimi anni, un movimento come il #Metoo. Nato nel 2006, su impulso della filosofa Tarana Burke, e poi esploso negli ultimi tre anni, soprattutto su Twitter, il #Metoo è dilagato dagli Usa all’Europa e oltre. Ma, nato per denunciare, giustamente, le violenze - fisiche e anche psicologiche - degli uomini sulle donne. Il caso simbolo è stato quello del produttore cinematografico Harvey Weinstein, accusato e processato per molestie e stupro da una lunga fila di attrici, alla fine scagionato, ma ormai messo al bando dalla società civile americana e mondiale. Ecco, il #Metoo si è risolto, in una piena e totale eterogenesi dei fini, nel suo contrario e, cioè, nella prevaricazione – veterofemminista o post-femminista, non sapremmo dire, ma di certo figlia di un femminismo ‘malato’ e che esonda dai suoi obiettivi fino a tracimare in una vera e propria “caccia alle streghe” – anche ‘violenta’, almeno nelle parole e negli effetti, della donna sull’uomo. Una “caccia alle streghe” di cui fanno le spese non solo – e giustamente - uomini vigliacchi e irrisolti, violenti e perfidi che “odiano le donne”, come dal titolo di un libro fortunatissimo del giallista scandinavo Stieg Larsonn, ma anche le donne ‘normali’ che non ‘odiano’ gli uomini. E così, i sessi si confondono, si scambiano, si intrecciano, la donna si fa uomo e l’uomo si fa donna. Come dimostra l’ossessione, anche maschile, per il corpo palestrato e ben curato, fino ai minimi dettagli, per non dire del vestire, del pettinarsi, delle creme anti-rughe. Fino al punto, sia detto senza alcun intento offensivo o minimamente discriminante, di assistere allo scempio di uomini che perdono o annichiliscono – annichiliti da donne ‘feroci’, api regine che vogliono dominare l’uomo, non amarlo - la loro mascolinità nell’omosessualità o nell’ermafroditismo.


“La deriva del femminismo”. Un libro coraggioso

Di tutto questo, e di molto altro ancora, parla il libro, oggi in uscita nelle principali librerie italiane, La deriva del femminismo di Maria Elena Capitanio (Historica edizioni). Un volume che ha, tra i suoi tanti e indubitabili meriti - oltre a una scrittura rigorosa e puntuta, oltre che puntuale, con relativo e coraggioso uso della prima persona singolare perché è la stessa autrice che mette in gioco se stessa e che racconta le sue esperienze di donna, di madre, di moglie – quello di essere, appunto, il primo, coraggioso, libro pubblicato in Italia che prende di petto e smonta, pezzo per pezzo, appunto, proprio il movimento del #MeToo. Un movimento che, rinnegato persino dalla sua fondatrice, è diventato, ormai, una forma di ‘razzismo’ vetero (o post) femminista al contrario, una deriva culturale e pericolosa, quasi peggiore dell’altrettanto noto politically correct dei liberal americani. Entrambi, in modi differenti, hanno reso le nostre democrazie, fondate sull’illuminismo come sulla pari dignità tra uomini e donne, fragili, deboli e ‘impotenti’.


Le donne che hanno fatto la storia del femminismo

Ma il libro è anche l’affresco e la storia del femminismo, antico e recente, dalla lotta delle suffragette fino alle più contemporanee teorie del ‘secondo sesso’ di De Beauvoir, compagna di Jean-Paul Sartre e per nulla ‘femminista’.

L’autrice ricorda straordinarie e coraggiose figure di donne che lottarono per imporre una parità che non c’era, quella tra il sesso ‘forte’ e, nei secoli passati, quello ‘debole’. Dall’inglese Mary Astell, la prima ‘proto-femminista’ di fine Settecento, alla scrittrice francese Colette, fiera e caparbia, la prima che scrisse usando il suo nome di donna, da Mary Wollstonecraft, madre di Mary Shelley (la donna che, in una sola notte, si inventò il mito di Frankenstein), detta “la iena in gonnella”, a Olympe de Gouges, autrice – durante la Rivoluzione francese – della “Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina” fino alla ‘nostra’ Carla Lonzi, femminista e marxista che, durante la temperie del ’68, pubblicò il ‘libro-manifesto’ delle femministe italiane, “Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale” riuscendo a contestare persino il ‘suo’ marxismo. Come pure vengono tratteggiate le diverse figure di donne che hanno avuto fortuna e la tempra necessaria per imporsi in politica, da Margaret Thatcher a Hillary Clinton (mancano, volendo muovere appunto all’autrice le donne della politica italiana, da Nilde Jotti a Tina Anselmi…) e, tornando in Italia, si racconta di fenomeni tristi ma che hanno fatto, purtroppo, la storia del nostro Paese, dal caso delle ‘Veline’ fino a quello delle ‘Olgettine’. Donne che, appunto, non sono state solo ‘schiave’ di uomini potenti (Silvio Berlusconi e non solo), ma che se la sono ‘cercata’.


Le ricette ‘in positivo’ del libro: superare il ‘pay gap’

Lo sguardo – a tratti impietoso, ma mai ingeneroso – della Capitanio si sposta poi sul mondo – ormai davvero malsano – dei social e delle donne che fanno di tutto per ‘apparire’, ma anche delle donne ossessionate dal fisico o dal cibo, dall’amore asfissiante per i figli o per acquisti compulsivi. Propone anche, la Capitanio, delle ricette ‘in positivo’, o si limita solo a muovere delle critiche alle neo-femministe? Le propone eccome. Sono sia concrete (la parità salariale contro il pay gap, cioè la differenza di salari e stipendi che, ancora oggi, tiene le donne molto al di sotto degli uomini), che politiche (le “quote rosa” in politica e nei Cda, che però – nota giustamente – “non bastano”), ma anche ‘emotive’. Insomma, non ci si può lavare la coscienza, dopo aver lottato per decenni per il diritto di voto esteso alle donne, all’alternanza di genere prevista in tutte le leggi elettorali, bisogna fare di più. Smetterla con il ‘sessimo’, ma anche con il refrain del Meetoo (“gli uomini sono tutti stronzi”).


L’invito della Capitanio: la Donna è un grande Universo

L’invito che l’autrice fa è di spostare il dibattito all’interno della categoria femminile per cercare di capire, realmente, quale possano essere le giuste lotte, di un ‘genere’ che non può scadere nel vittimismo, nella censura o nella parodia. La donna – per la Capitanio - è amore: per sé stessa, per il proprio corpo, e per quello dell’Altro, uomo o/ donna. O, come dice nel canto VI dell’Iliade, Andromaca ad Ettore, prima che vada a morire in battaglia, “tu sei per me padre e nobile madre e fratello, tu sei il mio sposo fiorente”. Nessuno può impedirle di essere tutte queste cose insieme, neanche un movimento nato in seno alle donne stesse.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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