La Diciotti ancora ferma a Catania, sbarcati 29 minori Salvini: «Europa vigliacca faccia suo dovere»

La Diciotti ancora ferma a Catania, sbarcati 29 minori Salvini: «Europa vigliacca faccia suo dovere»


Nave Diciotti

Sbarco sì, sbarco no? Forse. Per ora solo i ventinove minori a bordo della nave Diciotti, lo scafo italiano della Guardia costiera da ormai una settimana protagonista dell'ultima vicenda assurda nel Mediterraneo, hanno avuto l'assenso dal ministero degli Interni a poter lasciare l'imbarcazione per toccare finalmente terra, a Catania, dove la nave è ormeggiata da ieri. Un tira e molla estenuante e che sta minando la compattezza stessa dell'esecutivo. È di oggi infatti il battibecco a distanza tra il capo del Viminale Matteo Salvini e il presidente della Camera Roberto Fico, con quest'ultimo che richiedeva lo sbarco della totalità dei 177 migranti a bordo e la secca, quanto meno piccata risposta del leader leghista che lo invitava fare «il presidente della Camera. Io faccio il ministro dell'Interno». Evidentemente toccato in un nervo scoperto, vista l'energia e l'insistenza che Salvini sta riponendo nella questione migratoria, il capo del Carroccio non ha usato mezzi termini per rivolgersi all'Europa, ancora una volta sorda ai richiami di un'Italia illusa e abbandonata, come nel caso della vicenda di Pozzallo, in cui solo la Francia ha adempiuto all'impegno di farsi carico di una parte degli oltre quattrocento migranti sbarcati in Sicilia a luglio. «L’Italia ha il cuore grande», chiosa Salvini, che poi dà della «vigliacca» all'Europa e rimarca come se «non fa il suo dovere, per quanto mi riguarda le navi, come arrivano, possono tornare indietro».


Nemmeno l'ipotesi dell'apertura di un fascicolo contro ignoti da parte della Procura di Agrigento, per il reato di sequestro di persona relativo alla forzata permanenza sul molo Levante di Catania della Diciotti, ha scalfito le sicurezze di Salvini, che anzi più spavaldo di prima ha preso la questione di petto e affermato: «Non sono ignoto. Sono qua. Sono Matteo Salvini. Senatore e ministro dell’Interno con mandato preciso di difendere i confini e di occuparsi della sicurezza di questo Paese. Mi volete indagare? Indagatemi. Mi volete processare? Processatemi. Ho spalle larghe. Ma con il mio permesso, a parte i bambini, non sbarca nessuno. Se vuole intervenire il presidente della Repubblica lo faccia. Se vuole intervenire il premier lo faccia. Ma per me l’Italia ha già dato». Uno scontro su tutta la linea e che, tirate le somme, ha permesso al vicepremier di fare un bilancio su chi siano i veri alleati e chi quelli di circostanza, in attesa della puntuale smentita che giungerà domani, se non prima, sull'assenza di attriti tra le diverse ali di un governo che sembra iniziare a trovare qualche difficoltà per rimanere saldamente in volo.


Dello stesso parere di Salvini, seppure con toni obbligati da una posizione politicamente più vincolante, sembra essere il premier Giuseppe Conte, il quale ha affidato a Facebook un lungo pensiero sulla vicenda della Diciotti a Catania e invocato a gran voce anche lui quella solidarietà promessa dai partner europei, che sembra però vacillare o sparire del tutto nel momento in cui diventa necessaria. «Ancora una volta l’Italia sta mostrando il suo volto umanitario, ma il prezzo non può essere rimanere abbandonata a se stessa», il pensiero del presidente del Consiglio, amareggiato da quanto emerso nel concreto in seguito alle belle parole del Consiglio europeo di giugno, sua prima uscita istituzionale in Europa, stando ai fatti tutt'altro che limpida e positiva.


Intanto dalla Libia, a concludere un quadro sanguinoso dal punto di vista dei reciproci rapporti di collaborazione e, appunto, solidarietà, è arrivato il deciso no del ministro degli Esteri Mohammed Sayala alla possibilità di rimpatrio dei migranti illegalmente giunti, o che tentano di farlo, in Europa, perché «sarebbe una procedura ingiusta e illegale. Abbiamo già più di 700.000 migranti sul nostro territorio e sono un peso enorme da tutti i punti di vista». Sayala ha poi aggiunto che «la Libia è un Paese di transito, ha sofferto e soffre le conseguenze dell’immigrazione illegale» e che la questione «va affrontata in maniera globale e seria da tutta la comunità internazionale e bisogna esercitare pressioni sui paesi di origine dei migranti».


Non certo l'esito che Salvini e buona parte del governo gialloverde si attendevano, sebbene siano sicuramente consci che la strada del cambiamento, quella a loro detta intrapresa dall'inizio di questa avventura, sia ben più costellata di ostacoli e tradimenti di quella comoda e in discesa, percorsa dalle precedenti e recenti compagini governative, che ha condotto al baratro il nostro Paese.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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